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La Stanza del Pensiero critico. Verso la Deglobalizzazione, ennesimo attacco al lavoro

di Savino Pezzotta


Per tanto tempo come sindacalisti abbiamo discusso della globalizzazione, dei suoi effetti e delle sue ricadute sull’organizzazione mondiale del lavoro. Abbiamo attraversato decenni in cui la delocalizzazione veniva presentata come un destino inevitabile, un orizzonte tecnico più che politico, una trasformazione che avrebbe portato modernità, efficienza, crescita. Abbiamo visto interi territori svuotarsi, competenze disperdersi, comunità spezzarsi, mentre il lavoro veniva spinto sempre più lontano, sempre più invisibile, sempre più ricattabile.


Oltre i  romanticismi sindacali: analisi severe

Ora, come succede nella storia umana, dobbiamo affrontare un altro fenomeno che per comodità concettuale viene definito come deglobalizzazione. Ma non è un ritorno all’officina sotto casa, non è la rivincita del territorio sul mercato mondiale. È un processo in cui l’interdipendenza economica si allenta, gli scambi rallentano, le filiere si accorciano e il confine torna a essere un dispositivo attivo di governo economico. È una riorganizzazione del capitalismo, non la sua ritirata. E come sempre, quando il potere si riorganizza, il primo a pagarne il prezzo è il lavoro.

La deglobalizzazione non è un’inversione romantica del passato, è un nuovo regime di scarsità. Le produzioni che rientrano non riportano con sé il lavoro vivo, riportano automazione, controllo, efficienza senza corpi. Le imprese non cercano più manodopera a basso costo, cercano prevedibilità, sicurezza, capacità di sostituire l’umano con la macchina ogni volta che è possibile. La deglobalizzazione non libera il lavoro, lo rende più esposto, più intermittente, più dipendente da decisioni geopolitiche che nessun lavoratore può influenzare. Il salario non torna a essere un patto sociale, resta un guinzaglio. La promessa del rientro delle fabbriche è una scenografia per rassicurare un’opinione pubblica spaventata, mentre dentro gli stabilimenti rientrati non rientrano i diritti, rientrano i robot. Il lavoro salariato perde centralità come forma di integrazione sociale proprio mentre cresce la dipendenza dal salario come unico mezzo di sopravvivenza. È una contraddizione feroce: meno lavoro, più ricatto; meno stabilità, più bisogno; meno potere, più solitudine.


La contrattazione non basta più

In questo scenario la contrattazione non è più sufficiente. Non perché sia sbagliata, ma perché è stata costruita per un mondo che non esiste più. Era lo strumento per governare l’abbondanza industriale, non la scarsità contemporanea. Funzionava quando il lavoro era stabile, quando l’impresa aveva bisogno del lavoratore almeno quanto il lavoratore aveva bisogno dell’impresa. Oggi nessuna di queste condizioni regge. La contrattazione prova a mettere ordine in un terreno che si muove sotto i piedi, ma diventa un argine, non una strategia. Serve a contenere i danni, non a cambiare la direzione. È difensiva, non generativa. E quando il lavoro è frammentato, esternalizzato, intermittente, la contrattazione arriva sempre dopo, sempre troppo tardi, sempre su un perimetro già deciso da altri. Senza potere sociale è un rituale, senza prossimità è un documento, senza comunità è un esercizio tecnico, senza conflitto è un atto notarile.

La deglobalizzazione non porta casa il lavoro, porta casa l’incertezza globale. Porta volatilità, competizione tra territori, instabilità delle filiere, dipendenza da scelte politiche e militari che sfuggono completamente alla sfera democratica. I territori diventano piattaforme di offerta, non comunità di vita. Gli investimenti arrivano e se ne vanno con la stessa velocità con cui cambiano le strategie delle multinazionali. Le persone restano sospese, in attesa di decisioni prese altrove, in lingue che non parlano, in luoghi che non vedranno mai. La deglobalizzazione non è un processo che restituisce sovranità ai lavoratori, è un processo che redistribuisce vulnerabilità.


Ecco dove si apre il varco

Eppure proprio qui si apre il varco. Se il lavoro salariato non è più il centro, allora la lotta non può più essere centrata solo sul lavoro salariato. Bisogna difendere la vita, non il posto; la dignità, non la produttività; la prossimità, non la retorica industrialista. Bisogna costruire infrastrutture di solidarietà che non dipendano dal ciclo economico, ma dalla scelta politica di non lasciare nessuno solo davanti alla nuova scarsità. La deglobalizzazione ci costringe a ripensare il sindacato non come un ufficio di tutela, ma come una comunità di senso, una rete di protezione, un laboratorio di conflitto. Non possiamo limitarci a negoziare condizioni dentro un sistema che cambia senza di noi: dobbiamo ricostruire il terreno su cui quel sistema si regge.

La contrattazione può tornare a essere ciò che dovrebbe solo se è preceduta da un potere sociale ricostruito, da una prossimità che tiene insieme ciò che il mercato frantuma, da un mutualismo che protegge quando il salario non basta, da un conflitto che non si vergogna di esistere. La deglobalizzazione è una frattura, non un ritorno. E nelle fratture si infilano le possibilità. Se il capitale si ritira, se si chiude, se si protegge, allora è il momento di aprire ciò che lui chiude: relazioni, mutualismo, comunità, conflitto. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché il lavoro salariato non tornerà a essere ciò che è stato, ma la dignità può tornare a essere ciò che deve. E questo, oggi, è il compito storico del sindacalismo che non vuole limitarsi a sopravvivere, ma vuole tornare a contare.

 

 

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