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Un libro per voi: "Memoria di casa"

Aggiornamento: 6 ore fa

a cura di Piera Egidi Bouchard

“Il rimembrare è un’attività mentale che spesso non eserciti, perché è faticosa e imbarazzante – scrive Bobbio – Ma è un’attività salutare. Nella rimembranza ritrovi te stesso, la tua identità, nonostante i molti anni trascorsi, le mille vicende vissute”.

“Ben detto- nota Gustavo Zagrebelsky citandolo nelle pagine conclusive del suo ultimo libro - Aggiungo: la rimembranza è anche, quando occorre, la via che conduce a venire a patti con noi stessi, con i conti rimasti in sospeso, con situazioni allora non comprese o i torti che non avevamo capito di aver fatto e, magari, subito. Insomma, è una ricapitolazione critica e, nel caso, una purificazione.”[1]

Perciò “ricordo, voglio ricordare – si propone l’autore - fissare tutto, non tralasciare niente di quel tempo. Ogni dettaglio mi è caro.”

Al centro della narrazione non ci sono le case dell’infanzia e dell’adolescenza, per quanto rievocate nei dettagli e nelle fotografie: quella dell’Olmo - lontana come l’infanzia, eredità di parte materna, amatissima e vagheggiata, popolata di echi dei lavori dei campi - quella successiva di Buriasco, che echeggiava forse una dacia, in cui si ritrova ora tutta la famiglia per un percorso di memorie condivise. No, fin dalle prime parole, con la rievocazione delle “bianche betulle”  della sua Russia – che tenta di piantare ma che sempre si disseccano - balza al centro emotivo questo padre straniero, strano, non capito, a cui si lega un senso di rimorso: (“Quell’uomo, l’abbiamo capito? È mai riuscito a farsi capire? È stato un uomo solo? Quanto può avergli pesato la solitudine? E ne ha sofferto?”).

Così tutta la narrazione ruota intorno alla riscoperta di questo padre, ”esule interiore”, arrivato in Costa Azzurra a 5 anni da Pietroburgo con la ricca e nobile famiglia per una vacanza, e lì rimasto per lo scoppio della rivoluzione bolscevica, tra gli émigré russi - poi trasferendosi a San Remo, con cui questo uomo per sempre straniero - alla lettera “spaesato” - sviluppa un vero legame sentimentale, in quanto luogo della sua giovinezza. E dove incontrerà, a 17 anni l’amore della sedicenne valdese Lisìn, a cui sarà legato tutta la vita: un rapporto non facile per le differenti formazioni e culture, ma certamente resistente.

E c’è al centro quel memoriale in tre copie – ciascuna per ogni figlio – “affinché i miei figli abbiano notizie dirette della loro origine russa”. Come non pensare a quella disperata ultima lettera del padre di Marina Jarre poi fucilato dai nazisti insieme alla sua ultima bambina, che recita “perché ricordatevi che anche voi siete ebree”? E la rievocazione di quelle origini porterà la scrittrice al secondo libro della sua autobiografia “Ritorno in Lettonia”.

Anche qui c’è un padre, in questo caso "un uomo anziano che, a un certo punto della sua vita, si mette al lavoro senza parlarne con nessuno, in quel suo studio a Buriasco che s’affacciava sul terrazzino di legno col tetto sporgente che per lui doveva avere il sapore dell’architettura delle case di campagna in Russia, per come poteva immaginarsele." E ci sono, come per Marina Jarre, due mondi diversi e incomunicabili: (l’eredità materna valdese  - “I padri lontani“ di Marina, - e l’ebraismo dell’est europeo, tutto da scoprire, perché lasciato a 10 anni, nella fuga della madre verso le Valli con le due figlie bambine). E qui, rispetto all’essenziale, sobrio ed egualitario mondo calvinista valdese, c’è la radicale diversità della “Santa Madre Russia”, vagheggiata in tutto lo splendore dei suoi poeti, scrittori, storici, attraverso le cui pagine il figlio cerca di delineare e tentar di comprendere il ricco, contraddittorio, artistico e tanto diverso mondo paterno.

La storia della famiglia Zagrebelsky è la storia di questa diversità e incomunicabilità, tra l’inarrivabile “anima russa” e la rigida coscienza valdese. C’è una terza casa, la “Villa“ a San Germano Chisone dell’ing. Vinçon - uomo potente e vicino alla famiglia Agnelli, sindaco e ingegnere - in via Molino: io la vedevo dalla finestra della cucina della casa operaia e contadina degli avi Bouchard di Giorgio, anche lui come Zagrebelsky nato nell’amatissima San Germano. E ci passavamo davanti andando a passeggiare verso le rive del Chisone (che non è certo la Neva, bella contrapposizione ritratta dall’autore) e Giorgio mi diceva “È la casa della mamma, valdese.” Perché per i valdesi vige una sorta di linea matrilineare, come per gli ebrei. Però anche poi, ogni volta che si andava a far visita alle tombe della sua famiglia, Giorgio mi portava a vedere la tomba del papà russo, e mi faceva notare la croce ortodossa.

L’autore rievoca la storia di queste tombe in cui i genitori sono ancora separati, perché per quell’apolide russo “non c’era posto” nella tomba di famiglia dei potenti e rigidi sangermanesi Vinçon. Eppure la storia di questa diversità  spesso anche burrascosa è anche la storia di quell’amore tra i genitori, se Jean, tra le sue ultime parole, parla di Lisìn dicendo: “Ecco, sono stato con lei per tutta una vita”.

Mentre sulla madre Lisìn, molto amata dai figli e in un rapporto non conflittuale non c’è bisogno di tante parole che spieghino il suo mondo – pur tra le pagine di una breve sintesi storica - ci si avvicina alla ricostruzione del mondo del padre Jean attraverso molteplici vicende. Ne viene fuori un ritratto intenso e veritiero, un padre rievocato  nella sua ingenuità, candore, inesausta nostalgia per “la mia terra” nella sua “miscela di ira e di dolcezza“. Di un uomo che si sentiva in qualche modo “un intruso, un apolide in famiglia”.

Tanto che le sue ultime parole sul letto di morte provocano nel figlio un rimorso e degli interrogativi non superabili: “Ho pensato (o pensavo?) che siamo (o fossimo?) amici”. “Strane parole. – riflette  l’autore - Padre e figlio amici? Perché me le disse? Da quale sentimento scaturivano? “Pensavo” ed ora non penso più? Un’ultima disillusione? Provocata da che cosa? Ne ero stato io stesso la causa? L’avevo  in qualche modo ferito in un suo non esaudito desiderio di accettazione? Inutile aggiungere quanto pesino quelle parole, anche a tanti anni di distanza.”

Ma certamente le pagine intense di questo memoir, che si legge come un romanzo, sono una sorta di riparazione.


Note

[1] Gustavo Zagrebelsky, Memoria di casa, Einaudi


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