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Il "No" referendario: un'onda di fiducia per la democrazia, uno tsunami per il centro destra

Aggiornamento: 1 ora fa

di Beppe Borgogno


Chissà, tra qualche anno, come starà la democrazia. Da un bel po’ di tempo parliamo della sua crisi senza riuscire a trovare una via per farla stare meglio. Anzi, sono spuntate le autocrazie e le “capocrazie” che ne hanno rese ancora peggiori le condizioni di salute. Poi arriva il referendum sulla giustizia, che certo da solo non risolve il problema, ma ci fa almeno capire qualcosa: se c’è la possibilità di decidere su qualcosa di importante, chiaro ed anche capace di emozionare, la democrazia funziona ancora. E visto che in ballo c’era un principio fondamentale della stessa democrazia, cioè il rischio che si incrinasse la separazione dei poteri, i cittadini (o il popolo, come piace a noi) si sono mossi per dire la loro. E se tutto questo non basta per guarire la democrazia, il referendum ci ha ricordato però che uno dei problemi che l'affliggono sta nell’uso sovente sbrigativo, disinvolto  e sbagliato che si fa dei suoi strumenti, e troppo spesso nell’interpretazione (ed anche, consentitemi, nell’esempio) che  danno alcuni protagonisti della politica.

Nei prossimi giorni si potranno sezionare per bene tutti i dati e ragionare meglio su di essi, e man mano capiremo meglio il significato di questo voto: sarà l’inizio di una svolta, qualcosa che inverte una tendenza? Chissà poi che cosa se ne dirà tra qualche anno, se lascerà un segno oppure no. Tutto è appena accaduto e intanto si può iniziare a dare qualche interpretazione, cominciando dal clima e dal sentimento in cui il referendum si è inserito.

Per esempio, certamente a molti sono piaciute poco le cose che si sono sentite in questa campagna elettorale. Ma soprattutto, a quanto pare, non è piaciuto il tentativo che il governo e la destra hanno fatto per forzare il rapporto tra i poteri dello Stato, usando come grimaldello una modifica costituzionale che nulla aggiungeva al funzionamento della giustizia, ma qualcosa invece rischiava di togliere all’equilibrio di cui ha bisogno il nostro sistema democratico per funzionare. Si vede che, nonostante le spinte non solo italiane, l’Orbanismo ancora in Italia non tira, probabilmente persino per una parte degli elettori di centrodestra. Perché, pensando a quella della giustizia e ad altre riforme in lavorazione, che tra loro sono politicamente collegate, di Orbanismo si tratta, anche se con un tentativo di sordina.

Ma forse c’è anche dell’altro. Per rimanere in tema di colleganze internazionali, le analisi approfondite ci diranno quanto abbia pesato esattamente ciò che ci accade intorno. Forse c’entra il fatto che agli italiani non piace sentirsi ogni giorno sfiorati da una guerra che ci raggiunge attraverso la tv, ma anche ai distributori della benzina, e che ci bussa a casa con le bollette del gas, soprattutto senza che il governo in carica dimostri di avere  un’opinione (Meloni la scorsa settimana “Non condivido, né condanno”) e tanto meno un ruolo o una parvenza di autonomia. Sulle vicende italiane, poi, alla lunga è difficile magnificare “le meravigliose sorti e progressive” del paese (anzi, della Nazione come piace a Meloni e ai suoi) mentre siamo costretti a barcamenarci tra infinite liste d’attesa per fare una visita, ritardi dei treni e lavoro povero. Non per tutti certo, ma per molti.

Ed infine, ma non ultimo, se mentre si decide su una modifica costituzionale brutta e scritta male dal Ministero della Giustizia, proprio i vertici di quel Ministero sono investiti da uno scandalo altrettanto brutto, il clima e il sentimento che stanno alle spalle della grande partecipazione al voto sono serviti, anche oltre il merito della contesa. Tanto da rendere questo voto, molto probabilmente, un voto politico anche per tutte queste ragioni. Ma ci sta, se no si rischia davvero di sopravvalutare la capacità di dissociazione che sta in ognuno di noi.

Anche le conseguenze del voto al referendum avranno quasi certamente un significato politico più generale. Intanto, molto probabilmente sulle altre riforme collegate con l’Orbanismo all’italiana, ovvero il premierato e la riforma elettorale, a cui Meloni dovrà ripensare. E forse anche sulla sua squadra di governo, certificando così la sua prima vera sconfitta, per quanto lei cerchi di minimizzarla.

Dunque c’è un’ occasione per il  centrosinistra? Forse si, ma dipende dal centrosinistra e dai suoi protagonisti. Nulla è scontato.

Questa volta la coalizione si è presentata quasi unita alla scadenza referendaria. Non c’era Calenda, Renzi ha lasciato ai suoi libertà di coscienza, una parte dell’area “riformista” del PD ha votato si, illudendosi di poter modificare il segno che al referendum ha dato la destra e dimenticando che l’avvio della riforma Vassalli è datato 1988, cioè diverse ere geologiche fa e in un contesto politico imparagonabile con l’attuale.

Non c’è dubbio che il “campo largo” del centrosinistra quasi al completo ha dato un contribuito decisivo al risultato. Ma sia la grande partecipazione che i 14 milioni di NO lo hanno sorpreso e persino scavalcato. In quell’onda largamente spontanea, appassionata e in fondo meditata ci sono tante cose, molte delle quali da analizzare e da capire. Lì dentro c’è anche una sfida al centrosinistra, alla sua capacità di essere davvero un’alternativa al presente. Tutte cose, e tante, che fanno intuire un grande lavoro da fare per esserne all’altezza.

Innanzitutto serve un programma netto e chiaro nelle intenzioni e negli obiettivi, quanto alla fine è apparsa chiara e netta questa volta la posta in gioco per gli italiani. Un programma che sappia essere mobilitante intanto nella sua costruzione, e che venga costruito da una coalizione autentica, viva, visibile e riconoscibile anche nelle periferie e nei territori. Una coalizione in carne ed ossa, che si dia una guida attraverso la strada maestra della partecipazione e del confronto tra candidati e programmi. Come, ormai tanti anni fa, avvenne quando si scelse Romano Prodi alla guida di quell'intesa chiamata Ulivo.

Insomma, per certi versi il contrario di ciò che abbiamo visto in particolare negli ultimi anni. Ed anche questo ci riporta ad un tema di fondo, che tanto spesso è tornato nelle riflessioni sulla crisi della democrazia: la qualità e il senso di utilità della politica. Il referendum lo hanno perso certamente Meloni e la destra, ma se dovessimo ridurre tutta questa vicenda ad un confronto tra giustizia e politica, allora avrebbe perso anche la politica. E  non solo perché gli italiani hanno bocciato una proposta del governo, cioè della politica, che riguardava la giustizia.

Nelle elezioni suppletive per il Parlamento che si sono svolte in Veneto contemporaneamente al referendum, un’alta percentuale di elettori (pare più del 6%) a quanto pare ha ritirato la scheda per il referendum e non l’altra. Quasi a scegliere la democrazia diretta e non la delega, l’esercizio immediato di un diritto e non la mediazione.

Pure questo, forse, deve dire qualcosa al centrosinistra.. Che non si deve illudere, che deve finalmente trovare il coraggio di uscire dal ridotto in cui sta da troppo tempo, ma che oltre ad un programma chiaro e un metodo davvero partecipato deve saper proporre un’idea della politica che emozioni, dove sia chiaro che partecipare serve e conta. Che sappia finalmente parlare a tanti, a cominciare dal numero straordinario di giovani, molti al loro primo voto, che hanno votato in massa per difendere i valori della Carta voluta dai Padri Costituenti. E che sono tornati come non accadeva da anni, e dopo i grandi movimenti degli scorsi mesi di cui sono stati i protagonisti, a fare sul serio la differenza.

 

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