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Il “congedo” dall’Afghanistan e l’ombra dell’intelligence pakistana

di Germana Tappero Merlo|

La guerra più lunga per gli Stati Uniti, quella in Afghanistan, durata 20 anni e costata oltre 2000 miliardi di dollari, con più di 2300 morti e circa 20mila feriti fra i suoi militari e membri dell’intelligence, è stata vinta dai servizi segreti pachistani, l’ISI. Non è una novità che i talebani siano “una consociata interamente controllata dall’ISI”. Perché se ora, mentre le truppe americane e alleate si ritirano da quel Paese, le forze talebane possono permettersi un’offensiva con intensi combattimenti su Kandahar contro le forze governative in ennesima ritirata, riconquistano 13 distretti nel sud e controllano un quarto di quel Paese (100 delle 400 province), soprattutto i villaggi, vero tessuto sociale dell’Afghanistan, è perché possono godere di un porto sicuro, santuario per la propria leadership religiosa e politica grazie alla protezione, finanziamenti e approvvigionamenti dal Pakistan, dove al riguardo il governo centrale ovviamente nega e la sua struttura di sicurezza interna, appunto l’ISI, tace. Ma è una storia molto lunga e nota quella fra l’ISI e i talebani perché da sempre il Pakistan ha mire di conquista sull’Afghanistan, interrotte dapprima con l’invasione sovietica (1979) e poi con l’intromissione americana e la lunga guerra al terrore dopo l’11 settembre 2001. Islamabad sa perfettamente che il suo controllo sull’Afghanistan gli permetterebbe di avere quella profondità strategica in grado di affrontare il nemico di sempre, l’India. Un regime talebano o anche un governo di coalizione dominato dai talebani a Kabul sarebbe, quindi, la migliore garanzia contro New Delhi. E i legami fra Pakistan e talebani sono così forti che gli organi decisionali delle fazioni talebane afghane, come Quetta Shura, Miramshah Shura e Peshawar Shura, prendono il nome dalle città pakistane in cui hanno sede, a suggellare correlazione, vicinanza ideologica e avallo di continuità operativa. Gli stessi talebani sono stati creati e sponsorizzati dagli Stati Uniti ai tempi dell’occupazione sovietica, anche grazie all’appoggio del Pakistan, e l’asse fra ISI e “gli studenti” afghani è stato sempre solido, nonostante le note vicende di Osama bin Laden (che nel compound pachistano di Abbottabad ha ottenuto a lungo riparo, salvo poi essere tradito, quindi scovato ed ucciso dagli americani), e nonostante gli sforzi militari e diplomatici internazionali, dopo l’11 settembre, che chiedevano a Islamabad di troncare rapporti e sostegno ai talebani, perché in parte anche vicini a posizioni qaediste. Un Pakistan che, per il suo contributo alla guerra al terrorismo qaedista, comunque, ha riscosso dagli Stati Uniti, in due decenni, circa 11 miliardi di dollari. Ma, come sempre accade, la conseguenza peggiore del supporto ai talebani da parte del Pakistan è stata la nascita di una forza talebana pachistana, la TTP, un insieme di vari gruppi militanti che, si ipotizza, sia forte ora di 6mila uomini che guardano con interesse e spirito emulativo alle battaglie e alle vittorie dei loro omologhi afghani. “Se può esserci un emirato talebano a Kabul, perché non a Islamabad?”, sembrano chiedersi all’interno della TTP. Nel periodo dell’ambigua e fosca cooperazione tra le autorità pakistane e gli Stati Uniti, in Afghanistan durante la guerra al terrore post 11 settembre, sono state inoltre poste le basi per la ribellione dei talebani pakistani. Mentre quelli afghani avevano bisogno di rifugio, case sicure dell’ISI, finanziamenti e armi per montare l’insurrezione che avrebbe poi portato gli Stati Uniti alla decisione del ritiro, i talebani pakistani iniziavano ad attaccare i loro stessi padrini di un tempo, quelli all’interno dell’ISI, appunto, per “insufficiente fedeltà all’Islam militante”. Da qui, azioni terroristiche all’interno del Paese, che continuano, e in grado ora di minare quel che resta di una stabilità interna ad un Pakistan perennemente sull’orlo di una crisi sociale e già deteriorato da crisi economica e malgoverno. Sembra ripetersi per Islamabad quella lezione appresa più volte dall’Occidente negli ultimi anni, ossia di non dover perdere il controllo delle proprie creature, soprattutto se votate al terrore e all’eversione di un governo o un Paese nemico (mujāheddin docet). Ma vi è molto di più in quest’ultima offensiva talebana a Kandahar, perché i soggetti coinvolti non sono solo i talebani e il loro progetto di conquista regionale: perché lo Stato Islamico (IS), seppur moribondo territorialmente nel Vicino Oriente, gode di ottima salute in Centro Asia, e non è estraneo a quanto sta accadendo laggiù. Il suo gruppo è IS-Khorasan Province (IS-KP), il cui controllo è nelle mani di Shahab al-Mujahir, esperto di guerriglia urbana e di attacchi terroristici in centri abitati, a sua volta in stretto contatto con la Rete Haqqani, un insieme di gruppi talebani afghani con sede in Pakistan. Ma l’IS-KP, secondo fonti attendibili, sarebbe ora la nuova creatura di una parte dei servizi segreti pachistani dell’ISI, e sarebbe l’alternativa ai traditori afghani, i talebani della prim’ora. I timori degli esperti di counter-terrorism sono ora legati al fatto che l’abilità di al-Mujahir possa trovare sfogo in attentati a firma IS-KP sia in Afghanistan che in Pakistan, perché la lotta per il controllo della regione da parte dei servizi ISI passa anche attraverso le maglie sanguinarie del terrorismo targato Stato Islamico e alleati locali talebani come la Rete Haqqani. Questo e molto altro ancora è l’Afghanistan che le truppe americane e quelle internazionali stanno lasciando nella regione. Il futuro è colmo di incognite per la sicurezza della regione e si rischia di vanificare quanto ottenuto sino ad ora. I pessimi rapporti di Washington con il Pakistan, dopo il 2011, con la prospettiva ora di un’avanzata militare talebana nel sud e nell’est dell’ Afghanistan, fanno sì che gli Stati Uniti rischino, nel giro di un paio di anni, di perdere le basi aeree ubicate nella regione e utilizzate dal Pentagono per offensive militari locali, per il controllo degli stessi talebani e delle innumerevoli altre fazioni terroristiche. Sono i timori di alcuni vertici militari US. Ma sono a rischio anche i possibili interventi Nato di addestramento delle forze regolari afghane, così come la sicurezza di infrastrutture critiche, come gli aeroporti. Trovare basi aeree di rimpiazzo nei dintorni non è facile, dato che i Paesi più strategici a fornire agli Usa un supporto logistico adeguato sarebbero il Tagikistan, il Kazakistan e l’Uzbekistan, tutti però nell’orbita della Russia. Ecco che lo sganciarsi da un Afghanistan in conflitto fra governo centrale, talebani, qaedisti e jihadisti dello Stato Islamico, con in aggiunta le intemperanze pakistane, concretizzano la definitiva messa fuori gioco degli stessi Stati Uniti dalla regione più strategica per il contrasto alla Cina e alla sua Via della Seta. Perché a tutto ciò non sono affatto estranei i 70 anni di ottime relazioni diplomatiche fra Pakistan e la Cina, appunto, fra appalti portuali (Gwadar), prestiti anche onerosi, e un corridoio economico privilegiato. A conferma, di fatto, che la guerra ideologica fra le grandi potenze economiche passa da sempre sulle strade tortuose e le aride montagne dell’Afghanistan e di ciò che lo circonda; lezione appresa dapprima dagli inglesi (1842, Khyber Pass), poi dai sovietici e ora, forse, dagli americani. Il gen. Hamid Gul, ex capo proprio dell’ISI, i potenti servizi segreti pachistani di cui abbiamo celebrato parte della gesta sino ad ora, amava vantarsi affermando che quando la storia dell’Afghanistan sarebbe stata scritta, avrebbe rilevato senza alcun dubbio che l’ISI, con l’aiuto dell’America, aveva sconfitto l’Unione Sovietica. Ma poi, aggiungeva sornione, gli storici avrebbero affermato anche che l’ISI, con l’aiuto dell’America, aveva sconfitto l’America. In conclusione, e viste le prospettive, la guerra americana in Afghanistan è stata decisamente peggio di una missione non compiuta.

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