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I Maggio: riprendiamoci Pace e Lavoro e non lasciamo indietro nessuno


di Cristina Maccari


Questo Primo Maggio 2022, dopo due anni, ritroverà il suo tradizionale corteo da piazza Vittorio a piazza San Carlo. Ma a questa festa, alla festa dei lavoratori, mancheranno in tanti. E il pensiero va proprio a loro. A chi ha perso la vita a causa della Covid e alle lavoratrici e ai lavoratori che sono morti sul lavoro. Il pensiero va alle famiglie che in questi due anni drammatici hanno seppellito i loro cari senza un ultimo saluto, un abbraccio, o che hanno visto i propri figli, i propri compagni, distesi sull’asfalto, con i volti sfigurati e i corpi devastati dagli infortuni mortali o che dovranno convivere con invalidità permanenti, a causa di infortuni che non li hanno uccisi ma che peggioreranno le loro esistenze.


Le parole che si dicono e che si scrivono quando i lavoratori perdono la vita nell’esercizio della loro attività, sono drammaticamente sempre le stesse. Le azioni da mettere in campo sono note (lavorare sulla cultura della sicurezza, formazione, controlli, sanzioni): le cose ripetute tante volte, come un rosario, non si ascoltano nemmeno più. Serve un vero cambio di passo, uscire dagli schemi, trovare nuove modalità, lavorare in rete, sottoscrivere protocolli sulla sicurezza e regolarità nei cantieri, sorti ovunque nella nostra città e mettere in pratica iniziative straordinarie, perché quelle ordinarie hanno fallito.


I sindacati hanno piena consapevolezza di quali siano le criticità e le opportunità sul nostro territorio, nel nostro tempo: è arrivato il momento di affrontarle e, forse per la prima volta nella storia recente, ci sono le risorse per farlo. Lo dobbiamo ai giovani che credono nel futuro ma anche a quelli che non credono più in niente e a nessuno.


“Al lavoro per la pace”, è lo slogan del Primo Maggio 2022, in cui crediamo con grande convinzione, ma non dobbiamo dimenticare il tema del Primo Maggio 2021 “L’Italia SICURA con il lavoro”. Perché con la guerra, e il pensiero corre al popolo ucraino aggredito dall’armata russa, con il lavoro insicuro, i drammi si sommano e le vittime si moltiplicano.


Sì, le vittime si moltiplicano e non è retorica. Anzi. Questo I Maggio che ritorna nelle strade di Torino deve servire a contrastare anche l’indifferenza che si acuisce soprattutto nei momenti di crisi. Ed è proprio allora che i nostri occhi non vedono e soffochiamo le nostre emozioni. Chi parteciperà al corteo probabilmente non potrà notarlo, ma a chi quotidianamente vive e attraversa la città non dovrebbero sfuggire alcuni tratti di che non si possono ignorare. Sono sotto gli occhi di tutti, anche se invisibili: centinaia di senzatetto. Lo strato delle loro coperte è molto spesso, la notte fa ancora freddo. Chi vive negli appartamenti è, giustamente, preoccupato per l’aumento dei prezzi del riscaldamento, loro no. E agli “ultimi” da qualche anno si sommano altri ultimi, i nuovi poveri, che magari un lavoro ce l’hanno ma non ce la fanno comunque; quelli che si vergognano di andare alla Caritas a chiedere aiuto. Nessuno dovrebbe essere lasciato indietro.


Numerose saracinesche non si sono più rialzate dopo il lockdown, ma sui vetri illuminati di molte attività commerciali, compaiono i cartelli di “ricerca personale”. Contemporaneamente i Centri per l’Impiego hanno lunghissime liste di persone in cerca di occupazione: cosa non funziona nel sistema di incrocio domanda/offerta di lavoro o nel meccanismo delle competenze necessarie? Sarebbe gravissimo dare una lettura semplificata del fenomeno, ma come possiamo fare in modo che i diversi “sistemi” si parlino (Big Data, formazione, politiche attive e vita reale devono ancora fare tanta strada per incontrarsi...)? Si tratta di lavori con contratti a scadenza?


Con tutta probabilità lo sono, come oltre il 90% dei nuovi lavori che vengono proposti, ma non per questo vanno ignorati: a ogni livello si devono immaginare politiche che rendano davvero più conveniente e incoraggino il lavoro a tempo indeterminato e non il contrario. Anche a Torino ci sono poi settori in cui il lavoro, per molte ragioni, è mediamente più stabile, sono quelli legati all’industria, alla manifattura, cuore pulsante della nostra città e, ancora una volta, leva per lo sviluppo del nostro territorio. Ma chi ha il dovere di dire alle famiglie e ai giovani che la transizione ecologica e quella digitale porteranno a una polarizzazione sempre più marcata del mercato del lavoro e che per avere maggiori opportunità e lavoro di qualità occorrerà, certamente valorizzando i talenti, impegnarsi in percorsi di studi ancor più impegnativi? Servono politiche industriali e un modello di sviluppo coerente e occorre operare insieme per concretizzarlo.


Attraversare la città è anche “ascoltare” le lingue parlate dai molti turisti che, non solo nei weekend, affollano Torino: arte, cultura, paesaggio e panorami incantevoli sono la nostra vetrina. Possiamo usarla per promuovere le altre nostre eccellenze, non solo su Torino ma sull’intera area metropolitana? Certamente sì, con il lavoro di squadra e con la condivisione degli obiettivi.



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