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Gli scatti di Paolo Siccardi sulla "Lunga notte di Sarajevo" al Mastio della Cittadella

di Vice

Guarda le foto. Un centinaio di persone si è dato appuntamento ieri pomeriggio al Mastio della Cittadella a Torino, sede del Museo Nazionale di Artiglieria, per l'inaugurazione della mostra "La lunga notte di Sarajevo"[1]. Ventinove istantanee di fotografo torinese Paolo Siccardi, che dal 1992 al 1996 si è recato per undici volto nella capitale bosniaca per raccontare il più lungo assedio a una città della storia moderna. L'esposizione, dunque, è l'altra faccia della luna, quella che non si vede o, meglio, quella che vede scolorire il suo bianco e nero per poter dimenticare meglio. L'esatto contrario di ciò che fa riemergere dal profondo delle nostre coscienze e riporta alla luce, soprattutto per le generazioni più giovani, l'abisso in cui sprofonda l'umanità quando perde il proprio senno e trasforma il suo sonno in incubo.

Paolo Siccardi

E a Sarajevo, l'incubo durò ben 1.425 ci ricorda Paolo Siccardi e la curatrice della mostra Tiziana Bonomo, che ha dato ulteriore espressività alle foto, raccogliendole in cinque gruppi:

- A Sarajevo la data sulle lapidi di nascita cambiava ma quella di morte era sempre la stessa.

- Il silenzio che ho respirato è stato assordante tra case distrutte e ponti invisibili.

- La vita continua e si adatta ai ritmi quotidiani della guerra scandita da più di trecento esplosioni di bombe al giorno.

- A volte ci è capitato di restare nel rifugio per giorni, senza magiare e bere. Le bombe fischiavano e la terra tremava.

- Sentivamo le urla della gente impazzita. Intrappolati come topi senza via di fuga in una città assediata.

Tiziana Bonomo

Al taglio del nastro hanno partecipato, insieme agli organizzatori, l'associazione La Porta di Vetro (che con Michele Ruggiero ha curato la supervisione) e il Museo Nazionale d'Artiglieria, il presidente del Consiglio regionale del Piemonte Stefano Allasia e il componente del Comitato Regionale per i Diritti Umani e Civili, Giampiero Leo, l'assessore al Lavoro del Comune di Torino Gianna Pentenero, i rappresentanti nazionali e locali dell'Anarti, l'associazione nazionale artiglieri d'Italia, che ha ospitato l'iniziativa all'interno delle celebrazioni per il Centenario della sua attività.

Ma trent'anni dopo Sarajevo, il sibilo dei missili, l'esplosione delle bombe, il crepitio dei fucili mitragliatori è ritornato alle porte dell'Europa con l'invasione russa in Ucraina. Un'altra guerra sporca che sta dilaniando due popoli fratelli, oggi nemici, oggi sostenuti nell'autodistruzione anche dall'Occidente che avrebbe, all'opposto, tutte le carte in regole per diventare il faro della Pace. Non si può non provare sgomento.

Stefano Allasia

Un'emozione che ha trovato spazio nelle parole del presidente del Consiglio regionale Stefano Allasia, che ha parlato di sgomento che rende "ancora più dolorosa la memoria per i 30 anni dall’assedio di Sarajevo. Le forze serbo-bosniache miravano a distruggere il neo-indipendente Stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Nella "Gerusalemme d'Europa" vivevano e vivono tuttora i bosniaci musulmani, i serbi ortodossi e i croati cattolici. Cercavano di sfuggire al mirino dei cecchini serbi che dalle colline circostanti sparavano a ogni essere in movimento, come testimoniano le foto di Siccardi...". Raccontare dunque Sarajevo, raccontare il dolore, la morte, le crudeltà, raccontare un assedio che, ha scritto Marco Travaglini, "voce narrante" della guida della mostra pubblicata a cura de La Porta di Vetro e del Museo Nazionale di Artiglieria, "come quelli di Vukovar o di Mostar, così come l’intera guerra che insanguinò l’ex Jugoslavia nella decade malefica di fine Novecento" significa documentare "per capire cosa accadde sull’altra sponda dell’Adriatico", sponda secolare del nostro Paese, nel bene e nel male. E le foto di Siccardi - scrive ancora Travaglini - parlano da sole e raccontano i terribili mesi e anni di una popolazione segregata nel cuore di una città stretta tra le montagne dove non c’erano acqua, luce, gas, generi alimentari, medicine, scuola. Dove si stava intere giornate chiusi tra le mura di casa o nelle cantine, dove il tempo non passava mai e le ore erano scandite dagli scoppi delle granate o dalla roulette russa di corse rischiose a perdifiato, appesantiti dalle taniche per prendere l’acqua da qualche fontana pubblica, qualche pezzo di pane nei forni che aprivano di tanto in tanto ai quattro angoli della città o una fugace visita al mercato o nei luoghi dove si potevano acquistare o scambiare merci, cibo a prezzi stratosferici".

La mostra, che ha avuto il sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte e il patrocinio del Comune di Torino si chiuderà il prossimo 19 marzo.

Ten. Col. Gerardo Demo, direttore Museo Nazionale di Artiglieria


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