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Gaza e Israele: discussioni accademiche mentre l'anima dei popoli muore

di Vice


231° giorno dall'incursione omicida di Hamas in Israele. E 230° giorno dalla reazione progressiva per intensità e durezza militare di Israele nella Striscia di Gaza. Il costo di vite umane palestinesi è sconcertante, mentre l'esercito di Tel Aviv sta accentuando l'accerchiamento e la penetrazione di Rafah, sotto l'occhio ora più benevolo degli Stati Uniti, inizialmente perplessi o contrari, secondo la geometria variabile dell'umore del presidente Joe Biden, sensibile più ai sondaggi politici in patria che alle condizioni di vita di chi vive quotidianamente sotto le bombe. Ed è questa la differenza tra noi e loro, tra chi gode e si gode la normalità che rimane pur sfaccettata da individuo a individuo, e chi vide crescere attorno a sé dolore, privazioni e distruzione.

Retorica? Si provi a chiederlo ai secondi, per poi portare allo stesso tavolo chi si accapiglia sulla partecipazione dell’imam Brahim Baya, che venerdì scorso nella sede umanistica di Palazzo Nuovo dell'Università di Torino occupata dai collettivi pro Palestina affondi il suo discorso nelle pieghe e nelle piaghe dei vissuti del popolo palestinese che "ha resistito di fronte a questa furia omicida, questa furia genocida, uscita dalle peggiori barbarie della storia che non tiene in considerazione nessuna umanità, nessun diritto umano". Immediato l'innesco polemico. Il titolare dell’Università e della Ricerca, la ministra Anna Maria Bernini, ha tastato il polso del rettore dell'Università di Torino, Stefano Geuna, che nell'imbarazzante situazione ha riversato la responsabilità su coloro che occupano Palazzo Nuovo ed ha ribadito il carattere di laicità dell'istituzione universitaria torinese, quasi come se fosse un dogma.

Ma il punto di discussione può essere davvero il tasso di laicità dell'istituzione da misurare con certosina precisione o non è piuttosto il numero astronomico di vittime che un esercito moderno e perfettamente organizzato produce con la metodicità di una catena di montaggio sotto l'impulso di un Primo ministro dai comportamenti disumanizzati e disumanizzanti, di cui gli stessi israeliani, finita la mattanza di palestinesi, non avranno esitazione a vergognarsi?

Proviamo a rovesciare la situazione e ritorniamo sulle parole di Brahim Baya. A parti invertite, saremmo pronti alla condanna se l'intervento fosse di un rabbino, preoccupato per le sorti dei figli di Israele? Del resto, "la furia omicida, la furia genocida", non sono le stesse su cui si fonda la richiesta d'arresto per crimini di guerra e crimini contro l'umanità dei vertici del governo di Tel Aviv, Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, e degli esponenti di primo piano di Hamas, avanzata dal Procuratore capo del Tribunale internazionale dell'Aja? Dunque, non si fanno sconti né allo stato di Israele, né allo stato maggiore di Hamas.

Indipendentemente dalla preghiera dell'Imam Brahim Baya o di chiunque altro pronto a intervenire su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e nei Territori occupati, rimane lo strazio dei palestinesi e il dolore degli ebrei ai quali i rispettivi Potenti chiedono con cinica e radicale prepotenza di guardare l'alba del nuovo giorno sempre con immutato odio reciproco, anziché confidare nella pace e nella convivenza civile.



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