Frammenti di storia: dai diritti civili alla libertà di religione/2
- Tullio Monti
- 23 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min
Giordano Bruno al rogo: è il 17 febbraio 1600
di Tullio Monti

Filippo Bruno nacque in una famiglia umile nel 1548 a Nola, vicino a Napoli e divenne sacerdote a 17 anni, indossando ancora adolescente – una sorta di genio precoce – l’abito domenicano, assumendo il nome di frate Giordano, senza una vera vocazione religiosa, ma spinto dalla necessità di soddisfare le quotidiane necessità di sopravvivenza e soprattutto dalla sua incontenibile sete di conoscenza che l’abito talare gli consentiva di coltivare. Fin da subito si pose in contrasto con l’ambiente ecclesiastico, fino a fargli ritenere che la religione fosse un insieme di superstizioni contrarie alla ragione, utili al più per mantenere un indispensabile vincolo sociale per il popolo minuto e per i poveri di spirito, ma non certo per placare l’ansia conoscitiva degli spiriti illuminati.
Una peregrinazione continua e incessante per l'Europa
Lacerato dai dubbi instillatigli dalle recenti eresie protestanti della Riforma (in particolare Calvino e Lutero) iniziò a vagare per i conventi di molte città italiane (Roma, Noli, Savona, Torino, Venezia, Padova), fino alla decisione di abbandonare l’abito sacerdotale e l’ordine domenicano a 28 anni. Di lì in poi iniziò un continuo peregrinare per le città d’Europa, un viaggio interminabile di migliaia e migliaia di chilometri percorsi a piedi o a dorso d’asino, alla ricerca costante di ingaggi di insegnamento, sospinto da una crescente inquietudine spirituale e perennemente scrivendo le sue numerose opere letterarie.
Viaggiò in Francia a Lione, in Svizzera a Ginevra (dove aderì al calvinismo, per poi distaccarsene), ancora in Francia a Tolosa e a Parigi, poi in Inghilterra a Londra e ad Oxford, ancora a Parigi, poi in Germania a Marburgo e a Wittenberg (dove si avvicinò ai luterani), successivamente a Praga in Boemia, nuovamente in Germania ad Helmstadt e poi a Francoforte, ancora in Svizzera a Zurigo ed infine nuovamente in Italia, a Padova, Venezia (che gli fu fatale a causa di un nobilotto, tal Mocenigo, che, deluso dai suoi insegnamenti, lo denunciò all’Inquisizione locale) e da ultimo a Roma, dove concluse tragicamente la sua travagliatissima esistenza a soli 52 anni.
Egli fu cattolico in Italia ed in Francia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra, luterano in Germania, venendo alla fine da tutti scomunicato e perseguitato a causa del suo spirito libero, un po’ come poco più tardi accadde al grande filosofo ebreo olandese Baruch Spinosa, col quale condivise una sorta di panteismo filosofico radicale (“deus sive natura”).
Bruno accolse la rivoluzione cosmologica di Niccolò Copernico, ma la ampliò secondo la sua sensibilità filosofica. Contestò alla radice Aristotele, Tolomeo e la Bibbia, il che lo portò a confliggere frontalmente con la Chiesa cattolica, che predicava il geocentrismo - con la Terra immobile al centro dell’Universo e col Sole ed i pianeti che ruotano attorno ad essa - e l’antropocentrismo – con l’Uomo al centro e padrone della Terra e del progetto divino di vita su di essa e con la Chiesa unica interprete legittima dell’unica verità riguardante l’uomo, la Terra, l’Universo e Dio. Bruno, con la sola forza della ragione e della sua fervidissima fantasia e senza nemmeno un cannocchiale a disposizione – come circa 30 anni dopo ebbe invece Galilo Galilei – credeva non solo in un universo infinito, ma in infiniti universi in continua e perpetua espansione, al di là del tempo e dello spazio, esattamente come la moderna scienza cosmologica ha in tempi recenti confermato corrispondere al vero.
Il trionfo del relativismo
Di conseguenza, da tale visione cosmologica, Bruno fece discendere la sua visione filosofica, in base alla quale non esiste una verità assoluta, perpetua ed immutabile, bensì sono date tante verità relative, quanti sono i punti di vista di chi guarda. È il trionfo del relativismo contro l’assolutismo, del dubbio contro le certezze, della ricerca contro il dogma, pericoli gravissimi per la Chiesa cattolica, in quanto la rendeva del tutto superflua ed inutile, anzi, dannosa. Una sfida esistenziale e dunque mortale.
Bruno non fu soltanto un grande filosofo della natura ed un sommo autore letterario - di commedie, dialoghi filosofici, opere di mnemotecnica, dispute filosofiche, opere teologiche, poemi latini -, con una prosa straordinaria, immaginifica e barocca, cabalistica e solforica, in una lingua vivace, moderna ed inedita, impastata di un misto di toscano e di napoletano; egli fu anche, in qualche modo, un “protoscienziato”, che tuttavia diffidava della tecnica e della matematica come metodi per conoscere la verità della natura (a differenza di Keplero e soprattutto di Galilei e di Isaac Newton, i fondatori della scienza sperimentale).
E Bruno fu anche teologo, pur avendo egli sempre rifiutato di definirsi tale (disprezzava tale qualifica), sommamente durante il processo per eresia cui fu sottoposto per otto lunghi anni, in cui egli rifiutò sempre ostinatamente e reiteratamente, anche sopportando stoicamente ben ventidue lunghissimi e spossanti interrogatori da parte dell’Inquisizione, alcuni dei quali “stricte”, cioè sotto tortura, fino alla scomunica ed alla condanna a morte sul rogo, per “evitare spargimenti di sangue”: “Forse con più timore pronunciate voi la sentenza contro di me, di quanto ne provi io nell’accoglierla”.
Anche i libri di Bruno, “heretici et continenti molte heresie et errori”, vennero condannati ad essere “guasti et abbrugiati” insieme a lui. Un secondo rogo fu poi allestito sul sagrato della Basilica di San Pietro. Bruno fu la vittima sacrificale per eccellenza della Controriforma cattolica, seguita al Concilio di Trento e basata sul potere della Santa Inquisizione per contenere in qualsiasi modo i danni della Riforma protestante, che aveva sottratto al dominio della Chiesa di Roma metà del continente europeo. Braccio armato e punta di diamante dell’Inquisizione romana nella battaglia contro gli eretici, fino al 1621, anno della sua morte, fu il cardinale gesuita Roberto Bellarmino che pure fallì nella persecuzione di Bruno, non essendo riuscito a farlo abiurare e dovendo pertanto farlo ardere vivo, mentre ebbe invece successo pieno il suo successore, 33 anni più tardi, nel piegare la volontà e le idee del vecchio Galileo Galilei, spossato e senza forze, che venne costretto all’abiura di ciò che invece sapeva perfettamente essere vero.
A fine Ottocento esce dall'oblio
La Chiesa cattolica, nel bruciare Bruno ed i suoi libri, voleva sradicare per sempre dal mondo il suo pensiero e per quasi due secoli, fin dopo la metà dell’800, sembrava aver conseguito il suo scopo, con Bruno misconosciuto e dimenticato da tutti. Tuttavia in quel periodo la figura, le opere ed il pensiero di quel frate impenitente iniziarono ad essere riscoperti e rivalutati, fino a farlo assurgere ad icona immortale del libero pensiero e della laicità a partire dall’Italia liberale e fino ad oggi. Fu soprattutto la Massoneria – ed in modo specifico Francesco Crispi, ex garibaldino, massone ed esponente della Sinistra storica, diventato presidente del Consiglio con mire bonapartistiche – a spendersi in questa significativa iniziativa culturale che culminò, dopo oltre 13 anni di estenuanti battaglie politiche, legali ed amministrative, nel 1889, con l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, la cui grande statua in bronzo, collocata nel luogo del martirio, in piazza Campo de' Fiori a Roma, venne eseguita dallo scultore architetto Ettore Ferrari, repubblicano e futuro Gran Maestro della massoneria nel 1904.
Dopo aver tentato in tutti i modi di impedire l’inaugurazione della statua di Bruno, il papa Leone XIII inviò una lettera d’ammonimento da leggere a tutti i fedeli nelle chiese del Regno, nella quale il filosofo venne ancora una volta diffamato. Il Vaticano continuò anche in seguito a fare pressioni fortissime sullo Stato italiano per far demolire il monumento e farlo sostituire con una cappella votiva di espiazione. Dopo la firma del Concordato del 1929, papa Pio XI tentò inutilmente di convincere a ciò il capo del governo, Benito Mussolini, il quale tuttavia, occorre rendergliene merito, forse memore del suo passato giovanile anticlericale o forse ascoltando il consiglio dell’ideologo del regime, il filosofo idealista e nazionalista Giovanni Gentile, ardente ammiratore di Bruno, respinse con nettezza il tentativo di Pio XI, il quale, per vendicare a modo suo tale rifiuto, nel 1930 proclamò santo il grande inquisitore di Bruno, Roberto Bellarmino, per poi, nel 1931, nominarlo “dottore della Chiesa Universale”, da venerarsi come patrono dei catechisti ed il cui epitaffio recita: “La mia spada ha sottomesso gli spiriti superbi”.
Il 17 febbraio 2000, in occasione del quattrocentesimo anniversario del rogo di Bruno, Papa Wojtila, Giovanni Paolo II, inviò un suo messaggio ad un convegno in memoria del filosofo, sottolineando il fatto che l’Inquisizione processò Bruno “con i metodi di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce”. I giudici di allora, comunque, “erano dominati dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune, facendo anche il possibile per salvargli la vita”. “Oggettivamente – aggiunse Woytila – alcuni aspetti di quelle procedure e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile, non possono non costituire, oggi per la Chiesa – in questo come in tutti gli analoghi casi – un motivo di profondo rammarico”.
Come ha scritto nel 2008 Gustavo Zagrebelsky, “i processi inquisitoriali contro Giordano Bruno e Galileo Galilei restano dunque ancora davanti a noi come pagine aperte. Esse ci interrogano ancora sul tema della violenza e della verità, tanto drammaticamente presente nella vita delle istituzioni religiose. Fino a che quelle pagine non si saranno chiuse, continueranno ad ammonire, alimentando inevitabili diffidenze”.
Woytila, sia pure con quattrocento anni di ritardo, chiese perdono per aver la Chiesa cattolica costretto all’abiura Galileo Galilei. Per Giordano Bruno solo un “rammarico”. Una differenza evidente. Come è evidente la vera colpa di Bruno: non aver chiesto perdono ai suoi carnefici, dai quali egli peraltro nemmeno avrebbe desiderato averlo. Oggi Giordano Bruno è l’autore italiano più tradotto al mondo – prima di Mazzini e di Gramsci – ed i suoi libri, contenenti i suoi liberi pensieri, vengono letti e conosciuti ovunque, dal Giappone, agli Stati Uniti, dall’Europa all’Australia. Alla fine, malgrado tutto, Giordano Bruno ha vinto.
Fine. La parte precedente in https://www.laportadivetro.com/post/frammenti-di-storia-dai-diritti-civili-alla-libertà-di-religione-1











































Commenti