Alla corte del board trumpiano ... ma la pace ha bisogno di protagonisti non di osservatori
- Michele Ruggiero

- 38 minuti fa
- Tempo di lettura: 3 min
All'indomani dell'incontro a Washington
di Savino Pezzotta

Quasi tutti hanno accettato l'invito, e quelli che non l'hanno fatto, lo faranno. Frase finale o quasi del presidente Donald Trump in uscita dal board of peace che si è tenuto a Washington. Per la cronaca, quelli che non l'hanno fatto sono, fra i tanti, Canada, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia, che ha per ora partecipato come osservatore. Una nota profondamente stonata, a mio avviso. E c'è anche qualcosa di malinconico nel vedere l’Italia infilarsi nel “board of peace” trumpiano con il ruolo più dimesso possibile: osservatore. Una presenza che sa di figura silenziosa in un teatro dove altri recitano, mentre la tragedia continua fuori scena. E mentre Roma si accomoda in fondo alla sala, il Medio Oriente continua a chiedere, con urgenza, un percorso di pace autentico, multilaterale, rispettoso della dignità di tutti.
Guardare la realtà umana di Gaza
Il board non è un processo negoziale condiviso, non è un’istituzione internazionale, non è nemmeno un tavolo politico. È un consiglio d’amministrazione privato, presieduto da Donald Trump “come si usa nelle aziende familiari”. Un CDA della pace convocato per discutere la ricostruzione di Gaza mentre Gaza stessa continua a essere ferita e i suoi abitanti continuano a morire. È difficile immaginare un simbolo più eloquente della distanza tra le intenzioni dichiarate e la realtà sul terreno.
Non è chiaro se il board serva alla pace, al business immobiliare, alla politica estera americana o alla sostituzione delle Nazioni Unite. L’unica cosa chiara è che non affronta le radici del conflitto, mentre il governo israeliano prosegue indisturbato nella sua annessione sistematica della Cisgiordania. E a proposito di quel territorio, noi osserviamo, mentre in Cisgiordania non c’è nemmeno la giustificazione della sicurezza: non c’è Hamas, non ci sono tunnel, non c’è un conflitto attivo. C’è solo una politica dichiarata apertamente: non nascerà mai uno Stato palestinese. Eppure, proprio mentre questa realtà si consolida, l’Italia ha partecipato a un board che non affronta la questione centrale: la fine dell’occupazione, il riconoscimento reciproco, la costruzione di due Stati che possano vivere in pace.
La posizione dell’Unione Europea
E qui emerge un altro elemento che rende la postura italiana ancora più incomprensibile: l’Unione Europea ha espresso in modo chiaro e ripetuto la propria contrarietà alle operazioni israeliane in Cisgiordania, definendole incompatibili con il diritto internazionale, con la soluzione dei due Stati e con gli obblighi di una potenza occupante. Bruxelles ha denunciato l’espansione degli insediamenti, le demolizioni, le violenze dei coloni e l’uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano. In altre parole: la linea europea è netta, e chiede di fermare l’escalation, non di normalizzarla. E mentre l’UE prova — con tutti i suoi limiti — a mantenere una posizione di principio, l’Italia si è seduta in un board che ignora proprio ciò che l’Europa considera il nodo politico essenziale.
Il patriarca Pierbattista Pizzaballa ha detto che il board ha “un sapore coloniale”. È difficile non cogliere il senso di quella frase. Certo, per la prima volta alcuni Paesi arabi sono stati invitati. Ma l’impianto resta quello: un processo eterodiretto, sbilanciato, costruito attorno agli interessi e alle priorità di un singolo leader. E l’Italia, invece di rivendicare un ruolo politico, sceglie la postura più remissiva: osservare. Osservare cosa? Lo spettacolo del presidente. Osservare un piano che potrebbe evaporare non appena l’aspetto imprenditoriale sarà soddisfatto. Osservare un processo che non garantisce nulla, se non la nostra irrilevanza. E intanto?
Dov'è la strategia di pace?
Che fine hanno fatto quei Paesi europei che solo due mesi fa avevano annunciato con fanfara il riconoscimento dello Stato palestinese? Le nostre valutazioni da pacifisti devono essere impietose: soddisfatte le necessità etiche e ottenuto il consenso degli elettorati, sono spariti. E l’Italia, invece di colmare il vuoto, si accoda alla fila dei prudenti, dei presenti-assenti. Il paradosso finale è che il piano di Trump è “l’unico che esista”. Ed è proprio questo il punto: se è l’unico, allora richiederebbe più coraggio, più voce, più capacità di incidere. Non meno. Accettare un ruolo da osservatore significa rinunciare in partenza a qualsiasi possibilità di influenzare il processo. Significa accettare che altri decidano, mentre noi ci limitiamo a testimoniare.
La pace non nasce dall’osservazione. Nasce dalla responsabilità, dalla parola, dalla presenza. Nasce dal rifiuto della violenza e dalla difesa del diritto internazionale. Nasce dal riconoscimento della sofferenza di tutti, senza eccezioni. In un momento in cui la regione è attraversata da ferite profonde, in cui Gaza è ancora sotto le bombe e la Cisgiordania viene erosa pezzo dopo pezzo, l’Italia sceglie di essere presente senza esserci. Di partecipare senza parlare. Di guardare senza agire. È difficile immaginare qualcosa di più inopportuno. O di più lontano dalla tradizione diplomatica italiana, che ha sempre cercato di costruire ponti, non di assistere da lontano.











































Commenti