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Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa...

Novara, un silenzio che sorprende: alla scoperta del geniale Antonelli

di Ivano Barbiero


Dalle brume di Ferrara il nostro instancabile viaggiatore punta decisamente ad ovest e, attraversata la Lombardia, penetra in Piemonte, supera il Ticino ed entra a Novara. Il suo è l'ingresso in una città dai molti passati: ora Comune egemone sul territorio in età medievale, ora nella sfera milanese, sotto il dominio prima dei Visconti, poi degli Sforza nei secoli dell'Umanesimo e del Rinascimento, per poi conoscere una momentanea parentesi all'interno dell'Impero Asburgico allo schiudersi del Settecento; infine, dal 1734, città che segna il primo vero ingrandimento a est del Regno di Savoia e nel 1849 luogo della famosa battaglia combattuta tra Austriaci e Piemontesi, che quanto avversa agli ultimi rappresenta l'inizio delle guerra per l'Indipendenza e l'Unità d'Italia.


Ogni volta che torno a Novara resto stupito dai suoi silenzi, come se il traffico non la scalfisse minimamente. Non è solo questo: basta una conversazione al bar per capire che qui l’identità non è mai una linea netta. O forse l’identità è solo questo: un sussurro che insiste a esistere.

Sulla carta la città è piemontese, legata da secoli alla storia sabauda e alle vicende del Regno che avrebbe poi unificato l’Italia, però nella vita quotidiana lo sguardo corre verso est, dove Milano dista poco più di cinquanta chilometri e poco più di mezz'ora in treno, e la pianura parla con accenti, ritmi e abitudini che sanno già di Lombardia. Il dialetto suona diverso da quello torinese, più vicino alle inflessioni lombarde. Il lavoro, i commerci, perfino certe abitudini del tempo libero seguono l’orbita milanese più che quella piemontese. Eppure, sotto questa superficie di confine, resta una discrezione tutta locale, una misura silenziosa che non è né lombarda, né piemontese, ma semplicemente novarese. Forse è proprio questa la verità della città: non scegliere tra due mondi, ma restare sospesa in mezzo, con la calma delle risaie e la concretezza della pianura. Un equilibrio quieto, quasi invisibile, che si comprende solo camminando piano tra le sue vie, infilandosi in stradine dove è raro incontrare altri passanti. Novara ha indicatori economici molto più forti di quanto suggerisca la sua immagine discreta. Non è una metropoli, non è un grande polo turistico, non è nemmeno percepita come città industriale “pesante”. Tuttavia, ha livelli di ricchezza e produttività tra i più alti del Nord Italia.



Molti pensano che il suo nome derivi da nova ara (“nuovo altare”), in realtà il nome latino “Novaria” significa probabilmente nuovo insediamento, dei Liguri o dei Galli Insubri. Quindi niente altari pagani, ma una colonia “nuova” rispetto alle precedenti.

Vorrei ancora aggiungere che c’è sempre qualcosa di sospeso nell’aria quando si arriva a Novara di prima mattina. Le campane di San Gaudenzio battono le otto, e la luce si arrampica lungo i mattoni della cupola come una carezza verticale. È impossibile non alzare lo sguardo: quella guglia, alta 121 metri, una delle più alte d’Italia, disegnata da Alessandro Antonelli - lo stesso visionario della Mole torinese - domina tutto, anche i pensieri. L’Architetto, nato nel 1798 a Ghemme, oggi in provincia di Novara, morto a Torino nel 1888, la volle così, con la spinta verso il cielo e un’inclinazione impercettibile di settanta centimetri verso sud. Non è un difetto strutturale, “Un rischio calcolato”, diceva lui. Oggi, dal basso, sembra solo perfetta. Anche in questo caso i novaresi ci scherzano sopra: “Se la cupola cade, il riso smette di crescere”. 


In parte Alessandro Antonelli può essere considerato un precursore dei moderni grattacieli, non per i materiali usati, ma per l’idea strutturale. Nelle sue opere più alte, come la Mole Antonelliana e la cupola di San Gaudenzio, cercò infatti la massima altezza con la minima massa, alleggerendo progressivamente la struttura man mano che saliva. Questa scelta riduceva le spinte e il peso sulle fondazioni, anticipando il principio della costruzione verticale leggera che sarà tipico dell’architettura in acciaio. La sua intuizione fu quindi passare da un’architettura basata sulla massa compatta a una basata sulla geometria resistente e sulla distribuzione dei carichi. Per questo, pur costruendo ancora in muratura, introdusse una logica già vicina alla mentalità dei futuri edifici alti.

Immaginatevi ora un novarese di fine Ottocento che, giorno dopo giorno, vedeva innalzarsi lentamente sopra la pianura la cupola di San Gaudenzio: una presenza nuova, altissima, quasi inquietante. Con i suoi oltre 120 metri diventava il punto più visibile del territorio, riconoscibile da chilometri di distanza, guida per viaggiatori e segno dominante nello skyline di una città fino ad allora orizzontale. All’inizio suscitò timore e diffidenza, perché appariva ardita, sproporzionata, perfino rischiosa. Ma con il passare degli anni quel cantiere interminabile entrò nella vita quotidiana dei novaresi, attraversando generazioni. Quando fu compiuta, la paura si trasformò in orgoglio civico: la cupola divenne il simbolo stesso della città. Rappresentava la fede, certo, ma anche la fiducia moderna nel progresso tecnico e nella capacità umana di osare.

La sua forma slanciata, più torre che cupola, parlava di ascesa spirituale e insieme di ingegneria nuova. Per Novara significò riconoscersi in un segno unico, visibile tra campi e montagne lontane. Per Antonelli fu molto più di un’opera: una sfida durata tutta la vita, personale e quasi intima. Non solo architettura religiosa, ma dimostrazione concreta che la sua idea di verticalità poteva stare in piedi. Così la cupola non nacque simbolo: lo divenne lentamente, insieme allo sguardo di chi la vedeva crescere. E ancora oggi racconta quell’incontro tra città, paesaggio e ambizione umana proiettata verso l’alto.

Il Duomo è invece costruito sopra una basilica paleocristiana del IV secolo, di cui si conservano ancora tracce sotto il pavimento e nei sotterranei. È una vera e propria “chiesa dentro la chiesa”, con resti di mosaici e capitelli antichi visibili durante le visite guidate. All’interno si può visitare la Sala del Compasso, a circa 24 metri di altezza, dove si trova il compasso utilizzato da Antonelli per le dimensioni e i modelli delle volte. Nei suoi mattoni (circa 2.046 m³ utilizzati) e nella struttura “a spirale” si nascondono molte varianti sperimentali pensate dall’architetto per distribuire i carichi. Come se avesse fatto qui le prove per la futura Mole di Torino.


Vicino all’altare si nota anche la statua che in origine coronava la cupola. È la statua del Cristo Salvatore, realizzata dallo scultore milanese Pietro Zucchi nel 1877. È costruita con struttura tubolare in ferro rivestita da lastre di rame dorate, alta 3,70 metri e del peso di 430 chili. Fu collocata sulla sommità della cupola il 16 maggio 1878. Nel 1930 vennero eseguiti lavori di ripristino meccanico presso la ditta Piazza di Milano. Nel 1932 la statua fu nuovamente dorata da Arturo Ferrario con circa 1500 foglietti d’oro e rimessa in cima. Negli anni successivi comparvero lesioni, corrosioni e danni strutturali. Un fulmine nel 1938 colpì in particolare il piede destro, aggravando la situazione. Dopo ulteriori verifiche si decise la rimozione definitiva dalla cupola. La statua fu calata nel 1982, restaurata e temporaneamente ricollocata nel 1983. Dal 1994 è conservata all’interno della basilica, mentre sulla cupola si trova una copia in vetroresina.


A due passi dal Duomo troviamo il Broletto: quattro palazzi diversi in un solo cortile. Perché è insolito? Si tratta di un “mosaico” di quattro edifici di epoche e stili diversi disposti attorno all’Arengo, accessibile da due archi. Parliamo del Palazzo dell’Arengo, il più antico, a nord (XIII–XIV secolo); Palazzo dei Paratici, a est, con loggetta barocca; Palazzo del Podestà, a sud, con finestre ad arco acuto; Palazzo dei Referendari, a ovest, rimaneggiato in stile quattrocentesco. Questi edifici, costruiti tra il XIII e il XV secolo (con rifacimenti successivi), un tempo ospitavano le assemblee pubbliche, l’amministrazione della giustizia, notifiche civiche e attività di città. Oggi il complesso è visitabile come spazio monumentale e ospita al suo interno la Galleria d’Arte Moderna “Paolo e Adele Giannoni” con importanti opere italiane dell’Ottocento e Novecento.


Come non parlare a questo punto di Casa Bossi, progettata sempre da Alessandro Antonelli e costruita tra 1857 e 1861, uno dei più grandi palazzi civili ottocenteschi del Piemonte. L’edificio si sviluppa su più livelli attorno a un ampio cortile centrale e comprende oltre 200 ambienti tra stanze di rappresentanza, servizi e locali secondari. Elemento dominante è il grande salone passante al piano nobile, pensato per ricevimenti e funzioni pubbliche della borghesia cittadina. Lo scalone monumentale e le proporzioni interne superano quelle di una normale dimora privata, avvicinando il palazzo a un’architettura quasi istituzionale. La facciata esterna, invece, resta sobria e poco decorata, secondo una logica antonelliana che concentra la monumentalità negli spazi interni. La superficie complessiva supera i 6mila metri quadri, dimensione enorme per una residenza urbana dell’epoca.


Dopo il declino novecentesco e lunghi periodi di abbandono, l’edificio è oggi al centro di progetti di restauro e rifunzionalizzazione culturale. Le ipotesi più concrete prevedono un uso come polo espositivo, spazi per eventi, residenze creative e attività pubbliche, mantenendo la struttura originaria. Elemento principale di questo progetto è la cosiddetta “scala degli ambienti”, ovvero la grande scala centrale che collega e organizza tutti i piani di Casa Bossi. Non è un semplice elemento di passaggio: è il perno attorno a cui ruotano le stanze, i saloni e i percorsi interni. L’impianto distributivo è invece il modo in cui gli spazi sono progettati e collegati tra loro: come si entra, come si sale, come le sale comunicano, come la luce attraversa gli ambienti. In Casa Bossi questo sistema è ampio, ordinato, fluido, pensato per accogliere movimento e persone.


Manca davvero poco, per un altro evento spettacolare, in primavera, quando le risaie vengono allagate e i campi attorno a Novara riflettono il cielo creando un effetto detto “il mare a quadretti”. È così suggestivo che i locali chiamano il periodo dell’allagamento “il tempo delle acque celesti”. La pianura tra Novara, Vercelli e Pavia, forma infatti, una delle più grandi aree risicole europee, un’autentica zona d’eccellenza. Acque abbondanti, terreni argillosi e una tradizione secolare rendono il Novarese ideale per la coltivazione del riso. La varietà del Novarese più spesso considerata la migliore in assoluto per il risotto è il Carnaroli. Per queste caratteristiche viene spesso chiamato “il re dei risi”. Altre varietà importanti del Novarese sono l’Arborio, molto cremoso, ma meno resistente alla cottura; il Baldo che ha un buon equilibrio tra cremosità e tenuta, anche se più economico; il Roma, tradizionale, adatto anche a minestre e timballi.

Altro vanto locale è il Gorgonzola che non è nato a Gorgonzola. Molti non lo sanno, ma Novara è una delle vere culle DOP di questo formaggio. Il formaggio blu nacque sì nel Milanese, ma trovò la sua consacrazione nelle cascine novaresi, dove la stagionatura in grotte umide diede origine al tipico marbling (le venature blu). 

Le fonti storiche collocano la comparsa del formaggio erborinato tra il X-XIII secolo, nell’area agricola a est di Milano, lungo le vie della transumanza bovina proveniente dalle Alpi. Il latte delle mandrie in sosta veniva lavorato in loco: qui nasce la tradizione del formaggio “stracchino verde” (antenato del Gorgonzola). La vera trasformazione avviene molto dopo con il miglioramento delle tecniche di erborinatura (le muffe blu), l’affinamento in ambienti freschi e umidi, la produzione più stabile e commerciabile. Ed è qui che entra in gioco Novara.

Tra Ottocento e primo Novecento molte aziende casearie si spostano nel Novarese; il territorio offre condizioni climatiche ideali per la stagionatura e si sviluppa una filiera produttiva organizzata. Risultato concreto: Novara non inventa il Gorgonzola, ma diventa uno dei luoghi dove si perfeziona e si produce su larga scala. Ancora oggi una quota molto rilevante della produzione DOP proviene dalla provincia di Novara. Il disciplinare del Gorgonzola DOP stabilisce che può essere prodotto solo in alcune province della Lombardia e in Piemonte orientale (Novara, Verbano-Cusio-Ossola, parte di Vercelli). Questo riconosce ufficialmente il ruolo storico del Novarese nella maturazione industriale del formaggio.


Ultima nota: domenica 15 febbraio si è svolta la grande sfilata del Carnevale Novarese con molte maschere provenienti da altre città, carri, e gruppi folkloristici. Il ritrovo è stato alle 14 al Cavalcavia di San Martino, da dove è partito il corteo. Ancora una volta Novara si è trasformata in Biscottinopoli. Protagoniste le maschere storiche cittadine, Re Biscottino e la Regina Cuneta, simboli popolari della festa. Il nome “Biscottino” fu scelto nell’Ottocento quando alle città piemontesi venne chiesto di individuare una maschera identitaria: Novara richiamò così la sua antica tradizione dolciaria. Il termine è infatti legato ai piccoli biscotti locali già diffusi prima dell’industrializzazione. È quindi un nome anteriore ai Pavesini prodotti a Novara, e non derivato da essi.

 


 

 

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