Governo e Decreto sicurezza: insicurezza del Potere?
- Vito D'Ambrosio
- 1 giorno fa
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di Vito D’Ambrosio

All’indomani degli scontri di Torino in corso Regina Margherita del 31 gennaio scorso, giornata complessa come lo sono tutte le manifestazioni che finiscono in violenza, c’è ancora chi si domanda come sono andate esattamente le cose, cercando di comprendere se la violenza sia derivata anche da una mala gestione della ‘piazza’ dei responsabili dell’ordine pubblico o se sia soltanto l'effetto dell'azione di una parte minoritaria dei manifestanti. Nei fatti, però, le ragioni della protesta vengono seppellite sotto la terra irragionevole dello scontro fisico. Finirà che le domande resteranno tali e che il senso della manifestazione resterà occultato dal fumo dei lacrimogeni e dei fuochi.
L’ultima giornata di gennaio porta con sé un cumulo di contraddizioni e lascia sul terreno oltre che feriti una domanda: ma i territori, le persone che li abitano hanno diritto ad un luogo di incontro, di cultura, di confronto fuori da spazi istituzionali, che per altro nel quartiere di Vanchiglia scarseggiano, lasciati al libero arbitrio della cittadinanza? Forse anche questa domanda resterà appesa. Nell’immediatezza dei fatti il governo ha trovato più semplice rispondere con decreto-legge di tipo emergenziale passando attraverso inasprimenti delle pene e di norme restrittive. Ad oggi, va detto che il decreto non è stato ancora pubblicato in Gazzetta ufficiale, in attesa della firma del Capo dello Stato Sergio Mattarella. Il testo è però interessante perché rappresenta una predisposizione strategica del Governo sui temi del comparto sicurezza.
Dunque, il 5 febbraio scorso alle 16,31, il Consiglio dei ministri ha decretato “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle Forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale”.
Di fatto il testo amplia, sottolinea e rafforza buona parte della già modificata legge 18 aprile 1975, n. 110 forse meglio nota come Legge Reale. Oronzo Reale è stato Ministro della giustizia, mentre il capo del governo di allora era Aldo Moro. La normativa venne definita all’epoca legge liberticida. Fu una normativa emergenziale contro terrorismo e criminalità. Ampliò i poteri di polizia limitando in alcuni casi la libertà dei cittadini ed estese l’uso legittimo delle armi da parte delle forze dell’ordine.
Ora, cinquant’anni dopo, nulla sembra cambiato nelle proposte politiche. Nei quattro capi del citato decreto legge si trovano: disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica; disposizioni urgenti in materia di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione e di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’Interno; disposizioni per la funzionalità del Viminale, nonché misure in favore delle vittime del dovere, del terrorismo e della criminalità organizzata, e infine disposizioni urgenti in materie di immigrazioni e di protezione internazionale.
Nella nota del Governo si legge che “Viene ampliato il catalogo degli strumenti atti a offendere per i quali è vietato il porto senza giustificato motivo” ampliando la responsabilità genitoriale sul “minore autore di reati legati al porto abusivo di armi o strumenti atti offendere”. Sarà possibile agli agenti di polizia procedere all’immediata perquisizione “in loco” e procedere al cosiddetto “fermo preventivo”. Vengono inasprite le sanzioni per “l’omesso preavviso delle manifestazioni al Questore” e altre norme che creano una sorta di scudo a protezione delle attività operative delle forze dell’ordine. In generale si inaspriscono norme già esistenti. Si ragiona sempre sull’urgenza e dunque sembra sempre di essere in emergenza.
I pareri sono contrastanti. Molti, associazioni, sindacalisti, e varie espressioni della società pensano che queste norme non avranno efficacia pratica. Di certo non si ravvisano novità nel metodo di affrontare la ‘sicurezza’ se non attraverso decreti che evocano l’annuncio, il lancio di parole forti e che, nella sostanza, restringono le libertà individuali e collettive. L’ottica è muscolare e la politica non sembra in grado di sviluppare scelte meditate, di ampio respiro.
Sul terreno degli scontri di corso Regina rimane distrutto a terra l’esperimento, voluto dal Comune di Torino, di cercare una soluzione originale e condivisa all’occupazione trentennale di Askatasuna coinvolgendo quella società civile da tanti invocata, ma in fondo sempre tenuta da parte. Forse, ma non lo sapremo mai, se l’esperimento fosse riuscito, il palazzo di corso Regina Margherita sarebbe tornato a nuova vita e con esso anche il quartiere Vanchiglia avrebbe potuto avere un luogo d’incontro e di confronto a tutto tondo. Ma così, per ora, non è. Adesso, quello che resta è l’ennesimo decreto sicurezza.













































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