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Osservando i nostri tempi

Essere donna, compagna, madre: si riflette ancora poco su che cosa significhi

di Domenico Cravero


Proveniamo da una cultura che, insistentemente, definisce l’umano dal morire. Siamo “esseri-per-la-morte” (Martin Heidegger), siamo “nati per morire” (Sigmund Freud). Nella filosofia, nella letteratura e nell’arte, spesso l’umano è riportato alla sua destinazione: la morte. Buona parte dell’arte contemporanea insiste sul dissolvimento, irride le “belle forme”, lasciate al marketing. Quest’assoluto della morte è in realtà la rimozione dell’evento della nascita. Il mito del “farsi da sé” e la potenza tecnologica trovano nella nascita uno scacco insopportabile. La nascita è la condizione di ogni umana possibilità, eppure su questa noi non abbiamo alcun potere. Ci troviamo a esistere; altri hanno scelto per noi. Per il mito dell’autorealizzazione, questo è un dato inquietante, un fatto inaccettabile.

Considerare l’umano dalla sua origine, lasciarsi interrogare dall’evento misterioso della nascita apre un altro sguardo sull’avventura umana. Si viene al mondo da un atto d’amore. Oggi si nasce per lo più desiderati, aspettati, voluti. (Si può anche nascere dalla violenza o dall’inganno, dall’ignoranza o dall’incoscienza. Si può sempre, tuttavia, accogliere una vita, anche se non desiderata). L’affezione del voler bene è l’unica scelta capace di convertire la sufficienza dell’Io e di mettere in discussione un’idea astratta dell’umano, che alimenta angoscia e pulsione di morte.

All’inizio, all’origine dell’umano, c’è l’incontro di un gamete femminile con un gamete maschile, l’incrocio di due carni: una donna, un uomo. In quell’unione si sviluppa una vita, carne dalla loro carne, eppure persona nuova, totalmente determinata eppure potenzialmente libera. In quell’inizio (l’archè) si può cogliere l’architettura che descrive il disegno dell’umano, l’architrave che regge e tiene unita l’inesauribile complessità dell’avventura umana. Non abbiamo parole per esprimere questa meraviglia, quest’incontenibile emozione. Non è possibile neppure rimanere muti.

Di questo atto: dare la vita a un altro, occorre imparare le parole meno adeguate e trovare gesti e riti che ne esprimano tutta la qualità umana. L’inizio contiene tutto lo svolgimento, l’origine illumina e tratteggia il compimento.

Ogni vita umana prende inizio e forma da un corpo di donna. I corpi femminili generanti danno da pensare, pongono dei dilemmi anche al diritto. Il corpo della donna è diverso da quello maschile perché può contenere in sé una seconda vita, la quale dipende da un corpo maschile per sussistere. Le cellule del nuovo organismo, unione dei gameti, sono diverse dal corpo ospitante della madre eppure sono accolte perché si alimentino e si moltiplichino, per un tempo determinato, fino al loro compimento. Si può parlare di individuo? O è altro? e cosa? È un soggetto “libero e uguale” come oggi definiamo gli umani? La legge riconosce il diritto all’autodetermina della madre perché considera quella privacy inviolabile ma nello stesso tempo limita e regolamenta quel diritto. Perché? Con quale coerenza? La bioetica cerca faticosamente delle risposta, se la sua libera ricerca non è fermata o deviata da ideologie preconcette. Nuovi dibattiti, intanto, come quelli che riguardano la maternità surrogata sfidano la libertà di disporre dell’archè della vita.

Tutti i bambini nascono da un corpo di donna ma si riflette ancora troppo poco su cosa questa condizione significhi. Ciò che si conosce e si comprende, per di più, avviene in una cultura e all’interno di costumi di vita che non sono ancora riusciti a costruire autentiche condizioni di parità. Non sono ancora risolte definitivamente le condizioni simboliche e normative di un ordine “patriarcale” che ancora resiste. Le madri e i padri devono affrontare quotidianamente problemi pratici che rendono la loro vita dura e rischiosa. Mutui e affitti sono più alti, il costo dei figli è in costante aumento, gli asili nido sono scarsi e sottofinanziati, le reti di trasporto sono insufficienti, gli spazi sociali sicuri dove far giocare e crescere i figli sono sempre meno. Bisogna tornare presto al lavoro e lavorare di più, i nonni sono più anziani e spesso sono distanti.

Oggi è più difficile avere figli, che nascono da donne più avanti negli anni, quando i genitori raggiungano una maggiore sicurezza sul lavoro. Non siamo mai stati così connessi attraverso le nostre tecnologie eppure viviamo soli e isolati. Aumentano le esperienze avverse dell’infanzia (ACE): divorzio, violenza, abuso dipendenze e alcol, rischi di salute per la donna. Crolla il tasso di natalità. Si rompe un delicato equilibrio sociale.

Ripensare la nascita e situarla nel racconto concreto e vitale dell’essere madri (la matrescenza) e dell’essere padri (la patrescenza) può essere un modo efficace per incidere sull’ordine simbolico della caduta della speranza. Il nostro tempo si è concentrato sull’essere-per-la-morte, perché saturo di morte e incapace, finora, di contrastare la dissoluzione che avanza.

 

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

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