PIANETA SICUREZZA. L'ordine pubblico non si fa suonando i tamburi di guerra
- Nicola Rossiello
- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 2 ore fa
L'ipotesi di utilizzare l'esercito nella gestione della piazza evoca solo scenari repressivi che non si conciliano con le garanzie costituzionali
di Nicola Rossiello

Si parla di intervento dell'esercito nelle manifestazioni di piazza a rimorchio degli scontri a Torino del 31 gennaio scorso. Non è la prima volta. E non sarà l'ultima. Se sfogliamo le pagine della nostra storia del Novecento, ci si ritrova dinanzi ad una città, Reggio Calabria, che occupò le cronache dall'estate del 1970 fino ai primi mesi dell'anno seguente. Fu davvero un'estate torrida in Calabria, quella che vide un sindacalista della Cisnal (emanazione del Movimento sociale italiano) di nome Ciccio Franco dare fuoco alla protesta cavalcando a Reggio Calabria la rabbia pilotata per lo spostamento del capoluogo di Regione a Catanzaro. Al grido di "Boia chi molla" dei neofascisti di Ciccio Franco, la città reggina fu squassata da disordini che costrinsero il governo a inviare l'esercito per ristabilire l'ordine. Per la cronaca Ciccio Franco fu arrestato e un poliziotto morì d'infarto durante l'assalto alla Questura. Ancora. Per quei fatti, Ciccio Franco si diede anche latitante, ma nel 1972 si candidò nelle liste del Msi al Senato e, paradosso della conseguenza, fu eletto nel collegio di Catanzaro... L'anno successivo, il 12 aprile 1973, un giovedì nerissimo come la pece, si ritrovò invitato d'onore a Milano nel comizio organizzato dal suo partito, guidato all'epoca da Giorgio Almirante, e alla testa di un corteo non autorizzato che finì in tragedia con la morte dell'agente di polizia Antonio Marino, 22 anni, per il lancio di una bomba Srcm in dotazione all'esercito da parte di un neo fascista con la complicità di altri. .
Chiudiamo qui questa breve premessa che ha consentito di aprire anche una doverosa finestra storica sui comportamenti della destra neofascista nel nostro Paese, comportamenti che sembrano essere miracolosamente caduti nel dimenticatoio e sfuggiti alla memoria di chi vede la violenza sotto il segno di un'unica matrice ideologica. E ora ritorniamo alla proposta dell'esercito nelle piazze per dissuadere i facinorosi. Proposta che non può non provocare estrema preoccupazione per chi opera nelle forze di polizia e che impone una riflessione profonda, andando oltre la rabbia, la paura del momento e anche la comprensibile stanchezza della professione.
La polizia è al servizio del cittadino
Per chi ha operato nel settore dell'ordine pubblico, la sicurezza delle persone non è una semplice espressione verbale, ma rappresenta il cuore di un lavoro che trova senso e legittimità nella Costituzione e nelle leggi dello Stato, principio che deve valere, a maggior ragione, anche per la funzione giurisdizionale. Cioè, la forza di una democrazia. Una forza che non si misura da quanti militari in tuta mimetica riesce a schierare in città, ma dalla solidità delle sue Istituzioni e dalla capacità di chi lavora ogni giorno nel gestire i conflitti con equilibrio, fermezza e rispetto delle regole. Trasformare le nostre piazze in scenari di guerra non è solo un errore pratico, è una visione sbagliata dell’ordine pubblico che rischia di cancellare quello che abbiamo costruito in anni di impegno per rendere la Polizia di Stato una forza “al servizio dei cittadini”, in particolare dopo la riforma del 1981.
L'impiego delle forze armate nella gestione dell'ordine pubblico interno rappresenta infatti una deriva pericolosa che appartiene storicamente ai regimi autoritari e illiberali. In una democrazia matura, la tutela della sicurezza dei cittadini deve rimanere una prerogativa civile, poiché l'uso di reparti militari contro la popolazione civile segna il confine tra lo stato di diritto e il controllo coercitivo tipico delle dittature.
La mediazione funziona, la forza no
Pensare che lo Stato debba chiudere ogni dialogo e puntare solo sulla forza è una strada che non ci appartiene. Dal punto di vista tecnico, la mediazione non è un segno di debolezza, è la strategia migliore per evitare che la violenza esploda. Chi lavora in piazza lo sa bene: quando si chiudono i canali di comunicazione, aumenta il rischio per tutti, anche per gli stessi poliziotti che si vorrebbero proteggere con soluzioni muscolari che appartengono a un'altra epoca e che quando sono state attuate, si sono rivelate un fallimento. Né condivisibile la narrazione di chi sostiene che le forze di polizia sono lasciate sole o che la magistratura ce l’abbia con questi lavoratori. I poliziotti sono professionisti seri, impegnati a rispettare le regole. Peraltro, una narrazione riduttiva - "poveri cristi" evoca un'immagine di fragilità, di subalternità e quasi di vittimismo, che mal si concilia con l'autorità e la competenza che il cittadino si aspetta da chi indossa l’uniforme.
I poliziotti non hanno mai chiesto compassione, ma rispetto professionale, dignità, mezzi adeguati e tutele giuridiche certe. E poi, non c’è alcuna necessità di leggi speciali – in un Paese che è già oberato da una eccessiva produzione normativa, specie in ambito di sicurezza pubblica - o di sospendere le garanzie costituzionali come vorrebbero i teorici del conservatorismo autoritario e del populismo penale. Il fatto che un magistrato controlli il nostro operato e che chi sbaglia paga non è una punizione, è il motore dello stato di diritto. Sostenere il contrario significa solo indebolire la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni e sminuire la maturità democratica delle nostre forze di polizia.
La sicurezza la si fa insieme, non in trincea
Inquadrare certe forme di protesta sociale in categorie che nemmeno la giustizia ritiene valide rischia di far confondere le idee perché in una democrazia si puniscono i reati e la violenza, non le idee. L'ordine pubblico non è una battaglia tra schieramenti o una questione identitaria e la sicurezza va costruita insieme ai cittadini, puntando a riparare il tessuto sociale e a gestire i conflitti senza trasformarli in guerre, senza chiamare in causa forze pensate e organizzate per altri contesti. I poliziotti non sono soldati, poiché la loro missione non è la neutralizzazione del nemico in guerra, ma la tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini in un contesto civile e i soldati non possiedono la formazione specifica per operare nei contesti di pubblica sicurezza, dove la gestione del dissenso richiede mediazione, conoscenza delle norme penali e tecniche di de-escalation estranee all'addestramento militare.
Garantire la tranquillità e proteggere chi lavora nelle nostre città si può fare applicando le leggi con attenzione e rafforzando la legalità ovunque è per questo che nello spirito della riforma del 1981, come si è detto sopra, dobbiamo respingere ogni tentazione di trasformare le piazze in teatri di guerra. Uno Stato è davvero forte quando sa farsi rispettare senza perdere di vista i principi di libertà e tolleranza che lo tengono in piedi, senza scivolare nella tentazione di soffocare il confronto in nome di una forza che, da sola, non basta.











































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