La morte di Giancarlo Quagliotti Dirigente del Pci e poi del Pd
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di Vice

Nella mattinata di oggi, 18 febbraio, è morto all'ospedale di Asti dove era ricoverato da alcune settimane, Giancarlo Quagliotti. Classe 1942, Quagliotti è stato una delle figure più note e rappresentative del Partito comunista a Torino tra gli anni Settanta e Ottanta, dopo il suo periodo di militanza nella Fgci e ai suoi vertici negli anni Sessanta.
Nel 1983, Giancarlo Quagliotti, all'epoca capogruppo del Pci in Sala Rossa, si ritrovò in corsa per diventare segretario della Federazione comunista di Torino, sostenuto da Diego Novelli, il sindaco della città. Il suo avversario era Piero Fassino, che godeva dell'appoggio di Adalberto Minucci. Curiosamente due fraterni amici come Novelli e Minucci si erano ritrovati su sponde opposte. Era accaduto raramente. Forse mai in quella amicizia che era cominciata istintivamente per entrambi a metà degli anni Cinquanta e che sarebbe proseguita fino alla morte di Minucci.
L'idea di ritrovarsi in quella posizione di vertice probabilmente non era nel suo raggio d'azione, né era contemplato dalla regia di partito. Ma, in quella circostanza furono gli eventi accaduti prima, così come sarebbe accaduto di lì a poco, a decidere per lui e per il Pci. Eventi che mesi prima avevano avuto un nome e un cognome (importante): quello di Giuliano Ferrara, figlio della nomenclatura di Botteghe Oscure.
Il fatto era accaduto il 19 settembre del 1982, durante il concerto del maestro Luciano Berio in piazza San Carlo. Una domenica. Un giorno di sdegno per il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila in Libano che aveva provocato manifestazioni di condanna in tutto il mondo per l'occupazione militare del Libano da parte di Israele. Quel giorno, Ferrara irruppe in piazza con tutta la sua mole ingigantita dalla rabbia e dall'indignazione. Chiese una sospensione dell'esecuzione musicale, ma le risposte finirono in rissa verbale e anche qualcosa di più. E successivamente, in uno sbattere rapido di porte alle proprie spalle e di valigie chiuse e ritorni a casa. Fu una storia lacerante che più di molti altri Giancarlo Quagliotti visse con dolore per l'amicizia che lo legava a Giuliano Ferrara, amicizia che ha resistito fino ai giorni nostri.
Da quella domenica di settembre, la vita politica di Giancarlo Quagliotti, dirigente di un partito che forgiava i suoi quadri nella dimensione del totus politicus di togliattiana memoria, prese un altro binario, destinata però in un altra fatidica data, quella del 2 marzo 1983, a finire su un binario morto. Fu lo scandalo delle tangenti a Torino. Uno shock che lo coinvolse in un ventaglio di accuse, da cui uscì assolto dopo numerosi processi, che macchiarono la sua biografia di comunista a tutto tondo, per poi polverizzarla. Del Giancarlo Quagliotti, autodidatta, operaio, militante, membro di spicco della Segreteria nazionale della Fgci negli anni Sessanta, dirigente autorevole della Federazione torinese in via Chiesa della Salute 47, in un attimo non rimase più nulla, e per anni.
Sembra una storia orwelliana, ma andò così. E fu abbandonato più che dimenticato, Quagliotti. Perché sulla questione morale, e il Pci, secondo l'accusa della Procura di Torino (e di un magistrato caparbiamente intenzionato a non fare "sconti" a chi governava la città), era scivolato su questa, c'era l'anatema. La direzione del Pci che si svolse a Roma subito dopo lo scoppio dello scandalo fu tempestosa. Anche, paradossalmente, ma per altri motivi, per lo stesso Diego Novelli.
A non abbandonare Quagliotti in quella fase furono in pochi. Compagni di area, come si diceva un tempo, della cosiddetta destra del Pci e non ancora miglioristi, insieme con altre persone di diverso orientamento che ne apprezzavano l'intelligenza e lo stimavano, leali nel loro spirito di amicizia. E furono compagni e amici che mantennero saldo non soltanto il vincolo dell'amicizia, quanto quello della passione politica che per Quagliotti era tutto e su cui si costruì, per quanto faticosamente, il suo riavvicinamento alla politica attiva nel Pd.
Un contributo importante, soprattutto sotto il profilo psicologico, lo diede all'alba del Duemila anche la nascita dell'Associazione Consiglieri emeriti del Comune di Torino, di cui divenne presidente e di cui si ricorda il recente impulso e impegno che ha dato all'organizzazione del Convegno sulla stagione delle "Giunte rosse".
Di suo ci mise, e gli va riconosciuto in questo passo d'addio, l'intransigenza con cui seppe in ogni situazione ricordare la vicenda che l'aveva segnato profondamente, arrivando anche alla querela, come nel 1993, quando rispose con fierezza a chi aveva nuovamente messo in moto la macchina del fango di non essere mai stato imputato per furto o ruberie, ma di essere stato assolto dalla imputazione di interesse privato perché "il fatto non sussiste" e dalla imputazione di corruzione "per non aver commesso il fatto".
Una lezione la sua di resistenza, senza la necessità di usare slogan.





