Sulle spiagge del Sud affiorano la morte e il silenzio
- Vito Rosiello
- 23 ore fa
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Aggiornamento: 2 ore fa
di Vito Rosiello

C’è un odio che non si limita a colpire: vuole anche censurare, e c’è una politica che non si limita a decidere, prova a nascondere. Sono due forze diverse, ma spesso lavorano insieme. Una fa rumore, l’altra abbassa il volume. Una aggredisce, l’altra rimuove. E in mezzo ci sono persone reali, vite spezzate, corpi. E soprattutto: un silenzio che pesa più di qualsiasi slogan.
Negli ultimi anni la politica ha scelto una strada precisa: togliere, restringere, ostacolare. Ha reso più difficile salvare vite in mare. Ha criminalizzato i soccorsi, trasformando l’umanità in sospetto, la solidarietà in reato, la responsabilità in colpa. E mentre si costruivano norme, decreti, divieti e narrazioni, l’obiettivo era chiaro: far sparire il problema dagli occhi, dalla coscienza, dalla discussione pubblica. Ma il mare con le sue tragedie, ogni tanto, interrompe questa rimozione.
In queste ore, dopo le mareggiate, il mare sta restituendo ciò che era stato inghiottito: corpi senza vita, sono migranti, donne, uomini, ragazzi, restituiti a Pantelleria, a Scalea, a Olbia, sulle coste devastate del nostro Sud. Nei luoghi che spesso diventano frontiera senza averlo scelto.[1]
Eppure, intorno a questa realtà, succede qualcosa di ancora più inquietante: tutto tace. Tace la politica, che preferisce non vedere. Tace una parte di informazione, che spesso tratta queste notizie come fastidi di fondo, tace una società stanca, abituata a contare morti come si contano numeri. E quando qualcuno prova a non tacere, quando qualcuno prova a dire: “Guardate. Questo sta accadendo. Sta accadendo qui, ora”, ecco che arriva l’altra forza. L’odio. Un odio che non si limita a dissentire, ma mira a spegnere.
Un odio che si esprime con insulti, derisione, esultanza. Sì, esultanza davanti alla morte. Come se quei corpi non fossero persone, come se la tragedia potesse diventare un trofeo ideologico. È un odio che funziona come una minaccia preventiva: “Se parli, ti travolgiamo, se nomini i morti, ti faremo pagare la tua pietà, se provi a ricordare che si tratta di esseri umani, ti etichetteremo, ti ridicolizzeremo, ti aggrediremo.” E allora il silenzio diventa contagioso. Perché la censura non avviene solo con le leggi: avviene con il clima, con la paura, con l’aggressione sistematica verso chi prova a tenere aperta una crepa di umanità.
È così che si crea il paradosso più crudele: si può morire due volte. La prima in mare, la seconda nel racconto pubblico, dove la tua morte viene minimizzata, rimossa, oppure usata come bersaglio. Eppure, proprio perché l’odio prova a censurare e la politica prova a nascondere, parlare diventa un atto necessario. Non eroico: necessario. Perché non c’è niente di normale in un Paese che si abitua ai cadaveri sulle spiagge. Non c’è niente di normale in una democrazia che tratta i soccorsi come un crimine e la morte come una notizia secondaria. Non c’è niente di normale nel fatto che il mare debba ricordarci ciò che la politica vorrebbe farci dimenticare.
In queste ore il mare restituisce i corpi. E non restituisce solo dei morti: restituisce una domanda.Una domanda semplice, scomoda, inevitabile: quanto vale una vita, se non ha il passaporto giusto? E se qualcuno non tace, se qualcuno prova a scrivere, a denunciare, a raccontare, è quasi certo che verrà travolto dall’odio. È il prezzo che l’odio pretende: non tanto per vincere un dibattito, ma per scoraggiare chiunque dal farlo esistere.
Ma c’è una cosa che l’odio non sopporta, la lucidità. E c’è una cosa che la politica non può controllare: la realtà. Il mare, quando restituisce i corpi, rompe la narrazione, e ci costringe a guardare. Perché non si tratta di “emergenza”, non si tratta di “invasione”, non si tratta di propaganda, si tratta di esseri umani. E di un sistema che, per funzionare, ha bisogno di due condizioni: che si smetta di salvare e che si smetta di parlare. E allora sì: anche queste parole, probabilmente attireranno odio. Ma il punto è proprio questo: se parlare scatena odio, significa che parlare serve. Perché il silenzio, ormai, non è neutralità. È complicità.
Note











































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