Fratelli d'Italia tra atavismo e americanismo trumpiano
- Gian Paolo Masone
- 1 giorno fa
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di Gian Paolo Masone

La nascita della formazione politica di Vannacci ha spinto diversi osservatori a ipotizzare l'insorgere di un pericolo "a destra" per Giorgia Meloni. A mio avviso, considerando l’attuale composizione del nuovo partito, si tratta di un'esegesi superficiale e poco credibile. Il vero rischio per la tenuta del partito della Presidente del Consiglio in prospettiva non risiede tanto in una minaccia elettorale esterna, quanto in una contraddizione interna e profonda: l’attuale abbraccio con il mondo di Trump sta creando le premesse per un conflitto insanabile con il sostrato culturale di larga parte di Fratelli d’Italia.
Giorgia Meloni, pur condannando le leggi razziali e i regimi totalitari del Novecento, ha accuratamente evitato di abiurare il percorso del MSI. Lo ha descritto come il "grande traghetto" che ha condotto milioni di italiani verso la democrazia, dichiarando, in occasione del settantesimo anniversario della sua fondazione, che il Movimento sociale italiano ha avuto il merito storico di "non far finire nel dimenticatoio tradizioni e valori".
Se è vero che nel variopinto Pantheon di Atreju sono apparsi nomi pop o trasversali come Capitan Harlock, Rino Gaetano e Pasolini, possiamo essere certi che nella formazione intellettuale di Meloni convivano riferimenti del passato e del presente ben più densi: Julius Evola, Adriano Romualdi, Marcello Veneziani o Pietrangelo Buttafuoco. Questi pensatori, analizzati in uno sguardo d'insieme, danno vita a una costellazione caratterizzata da un radicale anti-americanismo, che declina la propria critica ora in favore della "Grande Europa", ora verso un mitico Oriente.
La frattura filosofica
Il punto di rottura è ontologico. Julius Evola, al netto delle derive razziste, è stato il critico più radicale dell'Occidente moderno, visto come il "Regno della Quantità" e della materia, lo stadio finale del Kali Yuga (l'età oscura) dove scompare la Tradizione. Per Evola, l'americanismo era persino più insidioso del comunismo; davanti a esso, l'uomo differenziato deve "cavalcare la tigre", restando interiormente distaccato dalle logiche mondane.
Per Adriano Romualdi, l'Occidente è semplicemente la forma che ha assunto la decadenza europea. Per lui, l'Occidente è null’altro che l'estensione del modello americano: materialista, egualitario, basato solo sul profitto e sulla tecnica. L'Europa è invece la storia, il mito, la gerarchia e le radici indoeuropee. Il suo messaggio era chiaro: "Dobbiamo essere Europei per non essere più Occidentali."
Questa visione trova un'eco moderna in Marcello Veneziani, che si scaglia contro il "nichilismo allegro" della contemporaneità americana, percepita come un "non-luogo" dominato dalla tecnica e dalla cancel culture. Per Veneziani, la salvezza risiede nel recupero di ciò che non abbiamo scelto, ma che ci definisce: la lingua, la terra, la stirpe. Le radici non sono catene, ma il fondamento della lealtà. A questo si aggiunge la lezione di Marco Tarchi che si scaglia contro l'omologazione culturale causata dal mercato e contro l'imperialismo americano e si adopera per il "diritto alla differenza", una risposta identitaria all'omologazione del "razzismo dell'identico" globale. Anche la visione di Pietrangelo Buttafuoco, sposta l'asse verso una "mediterraneità" spirituale, che risulta antitetica al blocco nord-atlantico.
La contraddizione imminente
Se la Presidente del Consiglio è sincera quando cita Tolkien affermando che "le radici profonde non gelano", dobbiamo dedurre che questa tradizione intellettuale non potrà tollerare a lungo l'appiattimento sulle posizioni di Donald Trump. Il Trumpismo, con il suo culto del business, l'iper-materialismo e l'estetica pop, rappresenta paradossalmente la quintessenza di tutto ciò che la "destra di pensiero" ha sempre avversato. La contiguità del trumpismo (e dell’intero establishment USA) con il mondo Epstein potrebbe fare il resto e aggiungere tra i potenziali dissidenti anche i cattolici tradizionalisti che oggi appoggiano Meloni.
E per quanto essa si stia dimostrando abilissima nel barcamenarsi tra interesse nazionale, UE e alleanze d'oltreoceano, non possiamo escludere che queste radici riemergano con forza. Potrebbe prender corpo un’opposizione carsica, che scorre invisibile nelle sezioni e nei circoli intellettuali, pronta a manifestarsi qualora una crisi economica — che molti indicatori danno per incipiente — dovesse incrinare il pragmatismo del governo.
Qualora le vecchie radici dovessero finalmente palesarsi, si potrebbe anche riscoprire quell’atavica sensibilità della destra verso il mondo arabo e la tradizione islamica; un’affinità che Giorgia Meloni sta progressivamente sacrificando in nome di un allineamento con il duo Israele-Trump, ormai attestato su posizioni percepite come parossistiche e inconciliabili con la propria eredità intellettuale. Questa "destra profonda" rappresenta per lei, in forme e con conseguenze che ancora è impossibile immaginare, un’insidia da non sottovalutare. D’altra parte, se Vannacci fosse mai in grado di sganciarsi da qualche sgangherato compagno di strada della prima ora e riuscisse nell’intercettare quest’onda che viene da lontano, potrebbe rivelarsi per la destra attualmente al governo del Paese estremamente più pericoloso.











































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