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Non accettiamo l'orrore delle morti nel Mar Mediterraneo

Pubblicato il Report 2025 dell'Osservatorio sulle Migrazioni di Lampedusa sostenuto dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

Le cifre sono agghiaccianti. Eppure quelle stesse cifre, dietro alle quali ci sono vite spezzate, non sembrano più essere un tabù per i comportamenti posti in essere dagli Stati. Né tantomeno danno l'impressione di concorrere a formare una coscienza collettiva consapevole di ciò che accade nel Mare nostrum di antica memoria. Il Mar Mediterraneo è un cimitero sommerso in cui sono annegati insieme a donne e a uomini anche i sogni e le speranze di una vita migliore. È l'effetto delle migrazioni che migliaia di persone affrontano dalle coste libiche e tunisine per sfuggire a guerre, violenze, privazioni, fame. [1]

In questa eterna lotta di sensibilizzazione di contrasto al pensiero unico, prova a disturbare i manovratori del mondo il Report 2025 realizzato dall'Osservatorio sulle Migrazioni di Lampedusa con l'aiuto fondamentale della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Consta di trentacinque pagine in cui si parla anche di ciò che viene messo in campo a Lampedusa per assistere e restituire dignità ai migranti negli hotspot (scuola, biblioteca, incontri), ma che principalmente conferma che "la rotta del Mediterraneo è sempre più letale e che le morti che avvengono lungo il suo corso sono spesso invisibili".

Nel 2025 sono stati raccolti i corpi di almeno 1.314 persone nel Mediterraneo Centrale e 1.878 su tutta la rotta mediterranea. Dall’inizio dell’anno, l’Osservatorio ha registrato continui naufragi, almeno 48 le vittime accertate, 101 sono i dispersi e altri presunti naufragi. E qui ci si ferma, perché, quasi con un senso di sconforto, l'Osservatorio è costretto ad ammettere che difficilmente si potrà accertare la dimensione esatta dei morti e dispersi a fronte di circa 39.800 persone sbarcate a Lampedusa nell'ultimo anno.

Dove si sono imbarcate? L’analisi delle rotte di provenienza - si legge nel Report - mostra una netta predominanza della Libia lungo tutto l’arco dell’anno. Oltre l’80% degli arrivi registrati a Lampedusa proviene infatti dalla rotta libica, che si mantiene costante in tutti i mesi e presenta un marcato aumento nella stagione primaverile ed estiva. La rotta tunisina risulta invece quantitativamente limitata e intermittente. Infine, una quota non trascurabile degli arrivi è classificata come ND “provenienza sconosciuta”.

Dunque prevale la Libia come paese di partenza. Ma a nessuno potrà sfuggire che si tratta di un Paese in guerra civile permanente dalla caduta del leader Gheddafi (20 ottobre 2011), che vive in una situazione politica precaria e instabile, con il quale l'Italia ha sottoscritto una serie di accordi economici e un patto con la Guardia costiera libica per contenere i flussi migratori. Su come le intese siano applicate, "riferiscono" le cronache. In proposito, estrapoliamo un commento dal Report: "In Libia le persone in movimento subiscono sistematicamente violazioni dei diritti gravi umani. Le segnalazioni di Alarm Phone[3] mostrano inoltre diversi casi di imbarcazioni in difficoltà successivamente riportate in Libia, spesso con modalità che violano il diritto internazionale: intercettazioni violente, spari contro imbarcazioni e persone a bordo e manovre che provocano naufragi. Questo avviene anche quando in mare è presente la cosiddetta flotta civile".[4]

Se ne deduce che i protocolli attuati nei respingimenti - effetto a valle, ma non causa delle migrazioni - sono a discrezione di chi li effettua e, naturalmente, se si parla di Libia, cui l'Italia ha anche donato motovedette per l'attività di contrasto ai flussi migratori, il rispetto dei diritti civili e del diritto internazionale è un optional. Gratuita polemica? Questi i dati forniti dal Report: "Nel periodo compreso tra luglio e dicembre 20255 si registrano complessivamente 16.319 persone respinte, 256 decessi e 394 casi di persone disperse. I dati sono stati ottenuti attraverso l’incrocio delle informazioni fornite da IOM Libya e Alarm Phone. La maggior parte di tali rilevazioni riguarda la Libia: nello stesso arco temporale, IOM Libya riporta infatti 11.526 respingimenti, 265 decessi e 277 persone disperse."

Le cifre riportate danno la misura dell’elevato livello di pericolosità che caratterizza la rotta del Mediterraneo centrale. In questo contesto di respingimenti verso la Libia e del rafforzamento della cooperazione tra Stati europei e autorità libiche nel controllo delle frontiere, commenta l'équipe che ha realizzato il Report [5] "la flotta civile di ricerca e soccorso continua a rappresentare uno dei principali fattori di contrasto a pratiche incompatibili con il diritto internazionale e con la tutela dei diritti fondamentali." Di qui, la costituzione nel novembre 2025 a Bruxelles della Justice Fleet, un alleanza transnazionale composta da tredici ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, come risposta politica e giuridica alla progressiva esternalizzazione del controllo delle frontiere e all’obbligo imposto alle navi civili di interagire con il JRCC libico,[6] ritenuto non legittimo in quanto la Libia non è qualificabile come porto sicuro.

Si legge ancora nel Report: "Attraverso un coordinamento collettivo, la flotta civile ha scelto di continuare a intervenire in mare per salvare vite, documentare le violazioni e contrastare i respingimenti verso contesti di sistematiche violazioni dei diritti umani, sospendendo ogni collaborazione con il JRCC libico. Sul piano operativo, la Justice Fleet riunisce quattordici imbarcazioni, un velivolo di ricognizione e una rete transnazionale di volontariə, tecnicə e giuristə, inserendosi nella continuità di oltre un decennio di attività che ha contribuito al salvataggio di più di 150.000 persone".

Le cifre sulla Libia non devono però distrarre l'opinione pubblica dall'altro grande polo d'imbarco, la Tunisia, per il quale "la raccolta di informazioni risulta ancora particolarmente complessa. Ciò non implica l’assenza di respingimenti o deportazioni di massa in tale contesto, ma evidenzia piuttosto una significativa sottostima dei dati disponibili". Si tratta cioè di un "calo marcato e continuativo delle partenze dalla Tunisia, però significativo se letto nel contesto della crescente repressione interna e delle politiche di contenimento della mobilità adottate dalle autorità tunisine". Che al pari di quelle libiche, non usano certo i guanti bianchi nella gestione dei migranti. Anzi. Denuncia il Report: "Continuano senza sosta gli smantellamenti degli insediamenti informali nell’area di El Amra, nei pressi di Sfax, dove persone subsahariane si trovano costrette a vivere. Le autorità tunisine demoliscono i campi di fortuna senza preavviso, ricorrendo alla forza, con arresti, incendi e trasferimenti forzati in aree remote".


In un quadro di sistematiche prevaricazioni e violenze di Libia e Tunisia, come si muova il governo italiano è noto. E dal Report emerge un titolo emblematico: La criminalizzazione delle ONG, spiegato come un’ulteriore stretta governativa verso chi è impegnato nel soccorso in mare, con piena attuazione del d.l. 145/2024 (cd. decreto flussi), che introduce un regime sanzionatorio più severo e un controllo amministrativo sistematico sulle attività SAR (acronimo inglese di Search and Rescue, ricerca e soccorso). Le nuove disposizioni ampliano le responsabilità di comandanti e armatorə, prevedendo un sistema progressivo di sanzioni fino alla confisca dell’imbarcazione alla terza contestazione. Parallelamente, evidenzia il Report, "viene introdotto l’obbligo di notificare ogni emergenza sia a ENAC sia al Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo, con multe fino a 10.000 euro e fermo amministrativo in caso di inadempienza. L’impatto di questo nuovo impianto amministrativo è significativo. Dal febbraio 2023 al settembre 2025 il settore SAR civile ha subito 29 fermi amministrativi, per un totale di oltre 700 giorni di immobilizzazione e 822 giorni di navigazioni forzate verso porti lontani. Da un lato, la pratica di assegnare porti di sbarco remoti rispetto al luogo dei soccorsi comporta un aumento delle spese per le ONG, che devono di fatto utilizzare maggiori risorse di carburante, e dall’altro l’assenza di attori civili nel Mediterraneo Centrale permette innanzitutto alle cd Guardie Costiere tunisina e libica di operare respingimenti indisturbate, oltre ad aumentare i casi di imbarcazioni in pericolo che non ricevono assistenza, rischiando quindi il naufragio, sottraendo circa 330.000 km alle operazioni di ricerca e soccorso". Tutto si tiene. Soprattutto l'indifferenza verso le vittime dei naufragi.


Note

[1] https://www.laportadivetro.com/post/sulle-spiagge-del-sud-affiorano-la-morte-e-il-silenzio;

https://www.laportadivetro.com/post/da-gaza-a-pantelleria-immagini-di-una-disumanità-infinita;

https://www.laportadivetro.com/post/divieti-nei-cpr-un-paese-si-misura-da-come-tratta-gli-ultimi;

[3] Alarm phone è un numero di emergenza internazionale, attivo dal 2014, gestito da una rete di attivisti volontari per sostenere i migranti in difficoltà nel Mar Mediterraneo. Non effettua salvataggi diretti, ma riceve le chiamate SOS, localizza le imbarcazioni e fa pressione sulle guardie costiere e sui media per attivare i soccorsi.

[4] Con l'espressione "cosiddetta flotta civile" (o Civil Fleet) ci si riferisce all'insieme di navi, imbarcazioni a vela e aerei da ricognizione gestiti da diverse Organizzazioni Non Governative (ONG) internazionali e italiane che operano nel Mar Mediterraneo centrale. Il loro obiettivo principale è la ricerca e il soccorso (SAR - Search and Rescue) dei migranti in pericolo durante la traversata dalla Libia o dalla Tunisia verso le coste europee.

[5] Valeria Passeri, Francesca Saccomandi, Valentina Sorti, Matilda Bellotti, Irene Caronna, Lorenzo Cogliolo, Arianna Conti, Benedetta Colnaghi, Rossella Ferrara, Jacopo Gobbi, Francesca Lamonica, Noemi Monaco, Roberta Salvatico, Andi Zeka, Giulia Zuretti con la s upervisione di Marta Bernardini e Barbara Battaglia.

[6] Il JRCC libico (Joint Rescue Coordination Centre, ovvero Centro Congiunto di Coordinamento dei Soccorsi) è l'ente con sede a Tripoli preposto alla gestione delle attività di ricerca e soccorso (SAR) nella zona marittima di competenza libica nel Mar Mediterraneo.

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