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Flat tax, l’illusionismo del centro destra


di Anna Paschero


A poco più di un mese dal voto i partiti politici iniziano a parlare delle loro proposte economiche per il Paese, Rocco Artifoni ha illustrato nel suo recente articolo del 16 agosto scorso, “Favole, soltanto favole elettorali…” (in https://www.laportadivetro.org/wp content/uploads/2022/08/model_artifoni3.pdf), l’accordo quadro di programma “Per l’Italia” per un governo di centro destra. Il fisco rimane il focus delle controversie politiche, come già dimostrato dal tormentato iter parlamentare, ancora non concluso, della delega fiscale. Al centro del dibattito resta la “flat tax” (tassa piatta), storica bandiera della Lega, ma ora recepita (con diverse modalità di attuazione) anche nel programma dell’intera coalizione.


La proposta rappresenta il punto cardine su cui far leva per convincere gli elettori italiani della bontà di tale proposta. Nel programma non viene però specificata l’aliquota della “tassa piatta”: Forza Italia ha proposto il 23% per tutti (“quando saremo al Governo applicheremo la flat tax al 23% per tutti”, ha dichiarato Berlusconi in un video postato su Instagram); la Lega rilancia la percentuale del 15% così come è applicata già oggi con il regime forfettario (dal 5 al 15 per le partite IVA con reddito fino a 65.000 Euro), da estendere fino ai redditi di 100.000 euro; Fratelli d’Italia avanza l’ipotesi della “tassa piatta” solo sulla parte di reddito che supera quello dell’anno precedente all’interno di un sistema fiscale a tre aliquote: 23% fino a 15.000 euro, 27% da 15.001 a 50.000 e 43% sopra i 50.000 euro.


I rischi della "tassa piatta


È del tutto evidente che il centro destra italiano non ha ancora trovato un accordo definitivo in materia di fisco, anche se è concorde sul fatto che la tassa piatta ridurrebbe, oltre che la pressione fiscale, anche l’evasione. Come ha dichiarato il parlamentare della Lega Claudio Borghi, già presidente della 5° Commissione bilancio della Camera, “gli imprenditori anziché delocalizzare la loro attività in paesi a tassazione più bassa resterebbero in Italia”. Tesi, purtroppo, smentita dai fatti, perché nei paesi europei dove la tassa piatta è già legge – come la Romania, Bulgaria, Ungheria, l’Estonia – (paesi in via di sviluppo e a basso reddito, passati all’economia di mercato con la dissoluzione dell’Urss) l’evasione fiscale oggi resta molto elevata e non sembra tendere al ribasso. Inoltre tale sistema fiscale ha premiato chi guadagna di più e ha penalizzato chi guadagna di meno, al contrario di quanto accade con una tassazione progressiva (che aumenta con l’aumentare del reddito).


L’idea della tassa piatta ha spopolato negli anni dall’80 al ’90 nei paesi più industrializzati, soprattutto negli Stati Uniti per l’influenza esercitata dall’economista Milton Friedman, esponente della celebre scuola di Chicago e del pensiero liberista. Ma nessuna delle amministrazioni statunitensi scelse quella strada: il carico fiscale fu solo ridotto del 50% sui redditi medio alti, lasciando in eredità un enorme debito pubblico. Negli Usa, l’applicazione della flat non ha trovato applicazione, nemmeno nell’amministrazione Trump con la riforma fiscale del 2017.


Le iniziative a metà del ministro Tremonti

Anche in Italia non ebbe maggior fortuna. Il tentativo del ministro Tremonti con la legge delega del 2003 – allora il centro destra aveva la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento – naufragò perché non furono mai approvati i decreti attuativi ma, principalmente, perché la sua introduzione avrebbe provocato una riduzione del gettito fiscale non compatibile con un debito pubblico che allora già superava il 100% del PIL. In pratica, non ci credeva nemmeno il Governo di allora.


Il punto vero, in effetti, rimane l’attuazione della tassazione, secondo i precetti del centro destra, che non ha mai chiarito come rispondere ai quesiti finanziari, ovvero con quali e quanti soldi si ripromette di soddisfare le costose promesse elettorali contenute nel suo programma. Inoltre non dice che sarebbe necessario agire, in alternativa, su una riduzione delle spese obbligatorie dello Stato come pensioni, interessi sul debito pubblico, sanità e scuola. La stima del costo della sua applicazione sarebbe per l’economista Tito Boeri, di circa 80 miliardi all’anno. Secondo le stime della “Lavoce.info”, per mantenere l’attuale gettito fiscale i redditi degli italiani dovrebbero quasi raddoppiare, cosa improbabile che avvenga nel volgere di poco tempo.


L’unica fonte di finanziamento – non dichiarata - diventa il ricorso al debito pubblico. Una riforma strutturale deve trovare copertura finanziaria in modo strutturale altrimenti la gestione del bilancio dello Stato diventa paragonabile a quella di un bilancio familiare che si indebita ogni volta che bisogna fare la spesa. Quindi non può essere sostenibile.


Ciò che il "tridente" non dice

La proposta contenuta nell’accordo di programma del centro destra non si presenta credibile, a meno che si voglia tagliare la spesa sociale, comprese le deduzioni e detrazioni fiscali per le spese sanitarie straordinarie e per i disabili e anche tutte le molteplici spese fiscali che rappresentano il risultato di favori tra gruppi influenti e governi. Ma ciò non è scritto nel programma che unisce l "tridente" Berlusconi, Salvini e Meloni, pur con i distinguo di cui sopra, perché vorrebbe dire perdere buona parte del consenso elettorale.


In sostanza, le proposte ricalcano non tanto quello che si propongono di fare quei partiti, ma quello che gli stessi partiti pensano sia il volere degli italiani. E le proposte diventano sempre più populiste e mediocri: meno tasse e meno obblighi per tutti, più servizi e diritti per tutti. Devono essere condivisibili dalla maggior parte degli elettori per calamitare più voti possibili. Salvo poi, una volta al governo del Paese, tradire tali promesse senza nemmeno giustificarsi.


Gli italiani hanno la memoria corta. La metafora più infantile della politica, falsa e diseducativa, ripetuta in maniera ossessiva e propagandistica dal centro destra - “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” – stride di certo con quella del ministro Padoa Schioppa, (2007), realistica quanto un po’ infelice nella sua enunciazione - “Le tasse? Bellissime” – però ha un merito indiscutibile: ci riporta a un non troppo lontano passato in cui il Paese si ritrovò sull’orlo del fallimento finanziario, salvato in extremis da un governo tecnico. Ma deve anche ricordarci che le mani del fisco sono sempre state messe nelle stesse tasche: quelle di lavoratori dipendenti e pensionati, su cui si regge la spesa dello Stato.






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