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Filippo Scroppo: la sua vena artistica ricordata a Torino

Aggiornamento: 20 gen

di Piera Egidi Bouchard


Anche a Torino è stato ricordato recentemente Filippo Scroppo - il  pittore valdese che la figlia primogenita Erica ha definito giustamente nel suo libro biografico il “Pastore dell’Arte”[1] - nella città in cui a lungo abitò e in cui operò, insegnando all’Accademia Albertina come collaboratore di Felice Casorati, e poi come docente alla ”Scuola libera del nudo”, e scrivendo come critico d’arte su riviste e quotidiani come l’Unità, Agorà e La Fiera Letteraria.

Filippo Scroppo, siciliano di Riesi, nato nel 1910 in una famiglia dalle antiche radici valdesi impegnata nell’attività della chiesa, sviluppò, insieme alla passione per l’arte una profonda vocazione religiosa, che lo portò a studiare Teologia, oltre che a coltivare i suoi interessi letterari con la laurea in Lettere a Torino, e fu in rapporto con tutti i maggiori artisti e letterati del suo tempo, che coinvolse con le sue famose “Mostre d’arte contemporanea” (dal 1949 al 1991) a Torre Pellice - promuovendo anche l’estemporanea “Autunno pittorico” (1959- 1964) e il “Premio nazionale del disegno” (1963-1990) riservato ai giovani artisti -, e donando poi nel 1975 la sua collezione di oltre 500 opere al Comune, che, nel 1994 , post- mortem, trovò una sede espositiva stabile e gli dedicò la Galleria che ora porta il suo nome. Torre Pellice divenne così “un polo attrattivo per le ricerche artistiche emergenti di ambito nazionale con diverse incursioni internazionali.”

E la cittadina lo ha ricordato intitolandogli nel 2019 anche una strada, così come la nativa Riesi gli ha dedicato nel 2018 una Sala Archivio della chiesa valdese, e nel 2022 l’Auditorium comunale del Centro polivalente. Infatti, Scroppo scelse di vivere gli ultimi anni a Torre Pellice, dove era arrivato da ragazzo per un convegno giovanile e successivo Sinodo, e da cui non volle più staccarsi, vivendo tra Torino e le Valli che tanto amava e dove morì, nel 1993.  


L'impegno dell'Associazione omonima

Cinque pittori per la mostra "Dire... Infinito"

Così a Torino, una folla di amici artisti, letterati, scrittori e critici si è data appuntamento nella bellissima e antica casa di via Della Rocca che è stata la sua abitazione, in cui ora si è inaugurata con una mostra collettiva la sede dell’“Associazione Filippo Scroppo”, fondata dalla figlia secondogenita Egle, pittrice, insieme con Luca Pinardi, musicista e insegnante, e il critico d’arte e scrittore Giovanni Cordero. Annota Egle Scroppo: “L'iniziativa deriva principalmente dalla volontà di organizzare l’archivio delle opere di mio padre, per fare eventuali autentiche, per catalogare quelle tante che sono ancora conservate nelle case delle persone che le hanno acquistate, o che le hanno ricevute in dono, amici che magari non ci sono più, e rischiano perciò di essere disperse. Nello Statuto è prevista anche la possibilità di fare mostre, eventi culturali, concerti , poi c’è stato il periodo dell’epidemia del Covid , ed ora è stata possibile questa prima iniziativa.” Nata, aggiungiamo, con la collaborazione di un’altra associazione culturale, la CSA Farm Gallery.

La mostra ha un titolo evocativo “Dire...Infinito”: sono esposte nel salone e fin nell’ingresso le opere di cinque artisti, diversi nelle tecniche e nei linguaggi, ma accomunati nella sfida di esprimere l’approccio a questo tema coinvolgente e certamente non facile. Nel catalogo, Giovanni Cordero le illustra: Laura Berruto, che “intende la fotografia non come reportage aneddotico, ma come ricerca estetica: l’inquadratura, la luce, i chiaroscuri, la scelta dei soggetti minimali, l’insieme ci restituisce un’immagine che scava negli anfratti più nascosti della realtà”; Enzo Bersezio, che “vede l’infinito nel finito” dove “lo spazio pittorico-scultoreo viene nello stesso tempo riempito e svuotato, invaso e negato”; Om Bosser, le cui opere “raccontano del teatro del tempo”; Egle Scroppo, la cui arte ha “le forme dialoganti del linguaggio e della narrazione, metafora della complessità e molteplicità di un mondo senza confini”; Gianni Maria Tessari, che “riconsidera il tempo attraverso le immagini sbiadite della memoria”, denunciando “la drammaticità” del nostro presente.

Con un percorso complesso di ricerca pittorica dal figurativo all’astratto, Scroppo non si sottrasse alle polemiche del tempo, scrivendo già nel catalogo[2] della prima “Mostra d’Arte Italiana Contemporanea” del 1949, con l’esposizione al Collegio valdese di Torre Pellice di ben 130 opere dei maggiori artisti dell’epoca: “Il dipinto è un fatto umano e come tale appartiene all’uomo: ad ogni uomo, ed è sempre doloroso assistere alla facile rinunzia a capire del misoneista immodesto, sicuro che il fatto d’arte contemporanea sia, in ogni caso, l’esatto equivalente di impostura o insipienza”, concludendo, quasi come un manifesto d’intenti, che “è bene per noi artisti di oggi, allenati agli attacchi o alle più acerbe polemiche, concludere serenamente, ma senza debolezza, con l’affermazione dei nostri progetti di pittura, che, preso atto di ogni lezione italiana o europea, mira ad essere lo strumento poetico dell’irrequieta anima del nostro tempo.”



Note


[1] Erica Scroppo, “Filippo Scroppo (1910-1993)- Il Pastore dell’Arte”, Claudiana,2016

[2] Della stessa autrice :“Il margine si fa centro- F. Scroppo e la Mostra d’Arte contemporanea a Torre Pellice dal 1949 al 1991”, Web&Com,2019

 

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