L'Editoriale della domenica. Questa volta Usa dietro di noi
- Giancarlo Rapetti

- 16 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
L'elezione di Mamdami, un film già visto con i grillini
di Giancarlo Rapetti

Siamo abituati al fatto che l’America arriva prima di noi. Parliamo di tecnologia, ma non solo. Il telefono fu inventato da un toscano, Antonio Meucci, ma mentre era negli USA, e fu reso un prodotto industriale da Graham Bell. L’elettricità fu scoperta dal comasco Alessandro Volta, ma restò una curiosità scientifica fino a quando Thomas Edison e Nicholas Tesla la resero il prodotto energetico pregiato e universale che ha cambiato la vita del mondo. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Henry Ford fece dell’automobile un prodotto di massa con il suo Modello T, una guerra mondiale prima delle Fiat 600 e 500. Poi fu la volta degli elettrodomestici e della televisione. E le mode e la cultura: la beat generation, gli hippies, la musica rock nacquero negli States e poi sbarcarono in Europa. Guardare all’America era come profetizzare il nostro futuro. Anche il mitico ’68 cominciò in realtà nel 1964 al campus universitario di Berkeley con il free speech movement di Mario Savio, per approdare in Europa ed esplodere nella primavera del 1968, con una anteprima, l’occupazione di Palazzo Campana, sede delle Facoltà Umanistiche della Università di Torino, nel novembre 1967. Internet, Google, Apple arrivano dagli Stati Uniti. Insomma, un regola che sembrava non soffrire eccezioni.
Poi sono arrivate le elezioni comunali di New York City, e abbiamo scoperto che l’Italia era arrivata prima.
Il programma elettorale su cui Zohran Mamdani ha vinto le elezioni ed è diventato Sindaco di New York, depurato dalle componenti ideologiche, etniche, identitarie (alcune francamente inquietanti), si può sintetizzare nella formula “pasti gratis per tutti”. Scuole gratuite, trasporti gratuiti, pure supermercati gratuiti. Tutto in grande, perché siamo in America, ma il programma ricorda qualcosa? Tipo il “reddito di cittadinanza”, “l’acqua pubblica”, il “superbonus”?
La parola più usata in campagna elettorale nel 2022 da Giuseppe Conte era o non era “gratuitamente”? Dispiace per gli americani, che perdono un primato, ma nel populismo estremo “di sinistra” siamo arrivati prima noi, noi italiani intendo. Alcuni esponenti del MoVimento Cinque Stelle se ne sono accorti, e vantati, suscitando immotivata ilarità. Ora, non so se Mamdani conosca Beppe Grillo e Giuseppe Conte o il suo coetaneo virtuale Luigi Di Maio, e se si sia ispirato a loro. Resta il fatto che il vento questa volta ha spirato sull’Atlantico da Est a Ovest e non, come prima, da Ovest ad Est.
Di per sé, la vittoria di una personalità come Mamdani non è una novità e nemmeno una rivoluzione. Le grandi città, sedi di potentati economici, finanziari e istituzionali, e turisticamente attrattive, sono città di servizi, cioè hanno bisogno di un elevato numero di lavoratori a media e bassa qualificazione. Per consentire a Manhattan di essere la capitale del mondo, gli altri quattro boroughs sono abitati in prevalenza da quelli che qui definiremmo ceti popolari. Non a caso, il Sindaco della “Grande Mela” non è mai stato un Wasp. La differenza sta nel fatto che i Sindaci irlandesi, italiani, ebrei, neri erano e si presentavano come l’espressione riuscita del “sogno americano”, cioè della opportunità che gli States offrono a chiunque voglia impegnarsi e competere. Mamdani, che pure, per curriculum familiare e personale, rientrerebbe appieno nel paradigma, si presenta invece come rivalsa anti-americana: un fattore di crisi, se non di destabilizzazione.
Su di un altro aspetto, tra Italia e America, c’è convergenza. Il tasso di partecipazione alle elezioni negli States è sempre stato modesto. Negli ultimi tempi la crisi di partecipazione, per motivi analizzati in altri articoli, è diventata acuta anche da noi. Il caso di New York, però, è più grave, perché mette in discussione il principio stesso della scelta democratica. Aiutiamoci con qualche numero. Mamdani ha ottenuto circa la metà dei 2,2 milioni di voti validi espressi. E sorge una domanda. New York City conta 8,5 milioni di abitanti: come fanno i votanti ad essere così pochi?
Nella città vivono molti immigrati, regolari, ma privi della cittadinanza, quindi del diritto di voto. È una città relativamente giovane, in cui la quota dei minori è vicina al venti per cento. Inoltre, in America, per votare, bisogna registrarsi, a ogni elezione, e non tutti gli aventi diritto si registrano. Per l’effetto combinato di queste cause, gli elettori registrati sono meno di cinque milioni. Di questi, poco meno della metà è andata effettivamente a votare: con il che arriviamo ai 2,2 milioni contabilizzati come voti validi. Ne consegue che il nuovo Sindaco è stato votato da poco più del dieci per cento degli abitanti di NYC, e questo per i motivi detti potrebbe non essere significativo. Ma è stato votato da poco più del venti per cento degli aventi diritto al voto, e questo invece è significativo.
Un Sindaco di minoranza, che però ha tutti i poteri, neanche paragonabili a quelli dei nostri Sindaci. Per dirne una, è anche il capo della polizia, che dipende dal bilancio comunale. Forte dei suoi poteri, che gli sono stati conferiti da una esigua minoranza, potrà attuare il suo programma. Spesso si dice: i populisti vincono le elezioni su programmi incredibili, ma poi non possono applicarli, perché impossibili. Il problema vero è che spesso li applicano davvero, agendo su due leve: tasse in più a chi le paga già, e nuovo debito che genera quella inflazione che i populisti dicono di voler contrastare con le elargizioni, in un circolo vizioso distruttivo. Se non è crisi della democrazia, questa.













































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