Perdita d’identità e parole sempre più veloci della mente
- Luciano Gambino e Emanuele Davide Ruffino
- 2 giorni fa
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di Luciano Gambino ed Emanuele Davide Ruffino

Se c’è una cosa che caratterizza la nostra società è la difficoltà di trovare qualche cosa in cui identificarsi; in compenso si assiste ad un continuo scorrere di parole e di giudizi senza che questi siano associati ad un minimo di ragionamento o di pensiero consolidato. La degenerazione si era avvertita con il libro di Mark Pendergrast, For God, Country, and Coca-Cola (Dio Patria e Coca-Cola), storia non autorizzata della Coca-Cola Company che divenne un simbolo della cultura globale a buon mercato (il libro costava poco più di una lattina). Un mix un po’ rozzo di ideali tradizionali identificati in un simbolo di consumismo (che in quanto commerciale era facile da trasmettere): da allora divenne abituale mescolare valori etici a strategie pubblicitarie per fini commerciali non sempre con un substrato maieutico.
La crisi identitaria
Oggi il concetto di Patria è quanto mai divisivo (si è usato l’aggettivo al maschile perché il concetto è maschile, anche se patria è femminile, forse dovevamo usare un aggettivo neutro): per alcuni la patria è il pianeta, per altri è l’Europa, per altri è la propria Nazione (Mattarella e Macron si ostinano a dire Viva l’Italia/Vive la France ma più che un’esclamazione di giubilo sembra un nostalgico richiamo all’orgoglio nazionale). Celebrare una Nazione, la sua cultura e i suoi valori, appaiono stanche ripetizioni rituali con il rischio di essere politicamente schedati tant’è che Francesco De Gregori scrisse anche una bellissima canzone, “Viva l’Italia” in cui tutti potessero identificarsi, replicato da Toto Cotugno nel ritenerlo “sono un Italiano, un Italiano vero”.
Peggior sorte tocca alla Religione che viene censurata con la proibizione di apporre immagini sacre nelle scuole o impedire di allestire un presepe negli asili perché “discriminante”, ma a sentirsi discriminato è anche chi viene censurato dal non poter rappresentare le sue tradizioni: risultato non si hanno più simboli e l’unico senso di appartenenza ancora concessoci è quello di tifare per una squadra di calcio (qualche volta viene da rispondere a chi dice di essere interista o juventino, io invece sono un filantropo, sono un appassionato di storia o della lettura, mi interesso di arte, etc.).
Anche le “identificazioni di genere” sono sotto attacco: infinite sono le discussioni su come coniugare il maschile, il femminile o * e poi si finisce di non sapere più come chiamare la sindachessa, la presidentessa (come se quello che conta non è più il loro operato ma dove collocarli in tassonomie sempre più pasticciate).
Le crisi identitarie indubbiamente appassionano gli intellettuali da salotto ma poi, all’arrivo di problemi più seri, non sembrano avere le basi gnoseologiche per cercare di risolverli. Dalle ideologie si è passati agli slogan a buon mercato e a suggestioni elaborate dalle agenzie pubblicitarie dove, a prevalere, sono sovente le provocazioni (più facili da ricordare, ma che aumentano le astiosità).
Un nome commerciale può diventare un’icona globale così come si possono avviare guerre mediatiche per accaparrarsi una quota maggiore del 5 per mille sfruttando immagini e messaggi, in apparenza etici, per accreditarsi ad un pubblico più maturo e attento a problematiche filantropiche. E a noi sembra di diventare sempre più oggetti da sfruttare con apposite tecniche di marketing che non soggetti dotati di libero arbitrio. L’aumento delle comunicazioni a favore del 5 per mille e di altre raccolte di fondi indicano sicuramente che tra la popolazione è accresciuta la sensibilità verso le fragilità umane ma, associato a questo aspetto positivo, si è assistito ad un’omogeneizzazione dei valori (tutti uguali, tutti bravi o tutti cattivi, in base a sensazioni momentanee).
Una notizia clamorosa, sia essa vera o fake news, fa cambiare spesso idea: la verità però non è un bene da consumare o il risultato di un’indagine statistica, ma la conclusione di un processo di ricerca che parte dalla tradizionale corrispondenza tra il pensiero/linguaggio e la realtà per giungere ad un più articolato svelamento dell’essere, in coerenza con il sistema adottato dalle strutture della nostra mente. Di fronte ad un nuovo evento non si riesce più a ragionare ma “essendo la velocità della parola diventata più veloce della funzione del pensiero” ci si schiera subito in una contrapposizione manichea e si rimane ieraticamente inchiodati sulle posizioni assunte: si corre il rischio di saper argomentare qualsivoglia posizione, ma non ci si ricorda più perché la si è assunta!
Pause di riflessioni da incentivare
Proviamo a riprendiamo un articolo di giornale, meglio se di un mese o due fa (per non essere coinvolti dalla emotività immediata che ogni evento comporta) e cerchiamo di evidenziare quante parole sono dettate da preconcetti e quante da un libero manifestarsi del pensiero. Si tende, cioè, a confondere la libertà di schierarsi per una fazione con la libertà di elaborare un proprio pensiero. Ci si sente liberi se si può mettere un like su un social, quasi detentori di un potere decisionale ma poi, quando si scopre l’inutilità di questi atteggiamenti, si percepisce un profondo senso di frustrazione, accompagnato da un generale senso di sfiducia.
Tutti noi abbiamo bisogno d’identificarci in qualche cosa: è un fenomeno psicologico volto alla validazione di sé stessi ed al ruolo ricoperto nella società, ma i meccanismi che portano a qualsivoglia identificazione comportano l’interiorizzare tratti, valori e comportamenti che permettono di costruire la propria personalità. Non basta, cioè, farsi un selfie (la selfite viene ormai considerata alla stregua di un disturbo comportamentale, indicante l'ossessione per scattare e postare selfie sui social media in forme frenetiche) o enunciare sensazioni sui social.
Il virus dell’omologazione ha ormai contagiato anche il nostro modo di esprimerci: usiamo tutti le stesse espressioni rilevando un’inconscia capacità d’imitare i messaggi che vengono trasmessi ma sempre meno di elaborare un modo di comunicare autonomo ed originale (altro che libertà di pensiero). La massificazione del modo di esprimersi rappresenta non solo una degenerazione culturale, ma un obbligo a comportarsi in un certo modo, anteprima dell’obbligo di consumare le stesse cose (ed infatti le tecniche di marketing si stanno spostando dal presentare e rendere interessante un prodotto al creare un bisogno indotto… e qualcuno anziché parlare di fidelizzazione del clienti, comincia a parlare di fertilizzazione!).
Ma noi, in questo mondo dominato dal caos, chi siamo? Cosa pensiamo realmente? Come dobbiamo comunicare con gli altri per esprimere realmente cosa pensiamo? Non c’è ovviamente una risposta esaustiva, ma già riprendere a chiederselo, forse, ci permette di conquistare un momento di libertà dal dover esprimere continuamente giudizi o dal semplice voler apparire.





