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Da Rocca a Li Causi, le morti sospette dei militari italiani

di Michele Ruggiero


La morte improvvisa del generale Claudio Graziano ha innescato un immediato corto circuito di punti interrogativi sulla possibilità che l'alto ufficiale, dal 2022 al vertice di Fincantieri, sia stato "suicidato".[1] Non è la prima volta che nomi di rilievo delle nostre Forze Armate, deceduti in circostanze sospette, siano associati ad autentiche spy-story, molte delle quali innescate dagli indiscutibili misteri che avvolgono la nostra storia patria, su cui svettano i condizionamenti subiti dai Servizi d'intelligence nel quadro della Guerra fredda e la costituzione di strutture occulte e paramilitari per fronteggiare ad est le forze del Patto di Varsavia e, primariamente, disinnescare il pericolo di "sovversioni" interne rappresentato dall'avanzata dei partiti di sinistra. Strutture, come hanno dimostrato studi, ricerche e numerose commissioni parlamentari d'inchiesta a partire dagli anni Ottanta del Novecento, alla cui guida vi erano centrali estere rimaste nell'ombra per decenni che agivano in assoluta autonomia e, paradossalmente, nel rispetto di "patti" sottoscritti dai governi, di cui il Parlamento italiano era all'oscuro. E non solo le Camere parlamentari. Dagli archivi del governo degli Stati Uniti è emerse che, nel 1962, la Cia predispose un memorandum destinato ai servizi segreti del quale non dovevano essere posti al corrente gli stessi governi dei paesi firmatari. [2]

Tra i personaggi che più di altri hanno avuto un ruolo centrale nel governo della nostra intelligence dal secondo dopoguerra, di cui poco si conosce, e forse mai si conoscerà del tutto, spicca uno degli ufficiali più schivi e riservati quanto potente, al di là del grado, dell'esercito: il colonnello di artiglieria Renzo Rocca. Nato ad Alba (Cuneo), classe 1910, Rocca ha diretto dal 1949, lo stesso anno in cui si forma la Nato, l'Ufficio ricerche economiche e industriali (Rei, contropionaggio industriale), longa manus del Sifar, il servizio segreto militare strutturato nel 1947, che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta sarà sotto il comando del generale Giovanni De Lorenzo, implicato nel Piano Solo, il tentato golpe militare orchestrato nel 1964 che prevedeva l'impiego "solo" dell'Arma dei carabinieri.

Ed è proprio al colonnello Rocca, ha evidenziato un'inchiesta condotta dal regista e sceneggiatore Roberto Faenza negli anni Settanta, che furono assegnate le consegne per piani ultrasegreti di interventi negli affari italiani nella delicata fase di formazione del centro sinistra concertati con la Cia: attentati contro la Dc e alcuni giornali del nord da attribuire alle sinistre. La storia, contorta, complicata, che coinvolge apparati dello Stato, importanti esponenti della Resistenza "bianca" e della Dc, in cui affiorano consistenti finanziamenti illeciti provenienti anche da pezzi dell'industria nazionale, è destinata a rimanere nel buio più profondo, nonostante lo scandalo che travolge il Sifar nel 1967 e la formazione di una commissione parlamentare d'inchiesta, per il suicidio (versione ufficiale) del colonnello Rocca avvenuto il 27 giugno del 1968.

Meno di un anno dopo, il 27 aprile 1969, sempre all'interno delle indagini sul Piano Solo, perdeva la vita in un incidente stradale tra Bassano e Padova il generale di Corpo d'Armata Carlo Ciglieri, torinese, classe 1911, ex comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, all'epoca comandante della III Armata dell'Esercito, architrave del sistema della difesa orientale e fiero avversario di De Lorenzo. L'incidente, vuoi per la dinamica, vuoi per le condizioni perfette dell'asfalto e delle condizioni atmosferiche, destò una serie di sospetti ed apparve inspiegabile all'opinione pubblica. Gli inquirenti, tuttavia, archiviarono l'inchiesta alcuni mesi dopo. I famigliari di Ciglieri, in particolare la figlia, si mostrarono scettici sull'uscita di strada della Giulia Alfa Romeo lungo un rettilineo in una giornata di sole... Romano Zangrossi, un fotografo che era giunto sul luogo dell’incidente nella quasi immediatezza si disse certo di avere visto all’interno della autovettura due cartelle di pelle nera, con la base larga a soffietto, cosa che peraltro risultò evidente dalle foto da lui scattate sul luogo dell’incidente e consegnate ai carabinieri. In una di queste foto infatti si notava chiaramente una delle cartelle spuntare dall’auto rovesciata. Di questi documenti, scomparsi, si perse ogni traccia. Dichiarò inoltre lo Zangrossi, giunto sul posto contemporaneamente alla polizia stradale: “la prima impressione che ebbi, quando arrivai sul posto insieme alla stradale e vidi il segno dei pneumatici, fu che quella sbandata fosse stata provocata da qualcosa”.[3] 

Un malore, cui non si poteva dire estranea la campagna denigratoria orchestrata dagli amici del generale De Lorenzo, fu la causa della morte del generale Giorgio Manes, stretto collaboratore di Ciglieri. Avvenne davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta il 25 giugno del 1969. Manes, definito ufficiale brillante e leale, era autore di un rapporto che inchiodava l'apparato del Sifar complice di De Lorenzo alle sue responsabilità nell'organizzazione e nella pianificazione del putsch militare, di cui si è sempre ventilato fosse al corrente il Quirinale, l'allora presidente Antonio Segni. Da notare che gli ufficiali lealisti vicini a Manes ebbero tutti la carriera bloccata, nel solco di una prassi che avrà più di un sostenitore anche nei decenni successivi per contrastare gli ufficiali indisponibili ad assecondare i piani di Licio Gelli e dalla Loggia P2.

Un volo in elicottero è fatale, invece, al generale Enrico Mino, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, classe 1915. Il 31 ottobre 1977, l'Agusta Bell-205 che si era levato in volo a Catanzaro per raggiungere Reggio Calabria, si schianta nel pomeriggio del 31 ottobre 1977 su Monte Covello di Soverato, a pochi chilometri da Girifalco. Insieme con Mino, che visitava i reparti impegnati contro la 'ndrangheta, perdono la vita il suo aiutante di campo tenente colonnello Luigi Vilardo, i tenenti colonnelli Francesco Friscia comandante dei CC di Catanzaro e Francesco Sirimarco comandante del centro elicotteri di Pratica di Mare (Roma), il tenente pilota Francesco Cerasoli del nucleo dei CC di Vibo Valentia e il brigadiere motorista Costantino Di Fede.

Mino, definito un "soldato all'antica", era stato al centro di una rumorosa campagna di delegittimazione per la fuga del criminale nazista Kappler dal Celio. La sua morte sollevò numerosi interrogativi per le informazioni di cui il generale era a conoscenza sia del Piano Solo, sia del tentativo di golpe dell'8 dicembre 1970, il cosiddetto golpe dell'Immacolata, preparato dal principe Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas al servizio della Repubblica di Salò. In particolare, secondo ricostruzioni postume, Mino era al corrente dei rapporti che legavano i responsabili dei servizi segreti, tra tutti il generale Gianadelio Maletti e l'ex responsabile del Sid, generale Vito Miceli, alla P2 e alle loro implicazioni nelle stragi neofasciste.

Vent'anni più tardi, davanti alla Commissione d'inchiesta, il 28 gennaio 1998, Marco Pannella, si dichiarò convinto che l'incidente di Monte Covello non fosse stato un incidente, ma una strage pianificata. Aveva incontrato Mino riservatamente alcuni mesi prima e in quella circostanza il suo interlocutore gli aveva manifestato la sua preoccupazione per i voli in elicottero. Significativo il commento tempo dopo del leader radicale: "Ai suoi funerali, a Santa Maria degli Angeli, mi accorsi di non essere guardato di buon occhio da molti generali e ufficiali presenti. Uno solo mi venne incontro: l'allora capitano dei Carabinieri Antonio Varisco, anche lui ucciso poi nel 1979 in un attentato rivendicato dalle BR".[4]

Sono ancora i misteri italiani a tenere banco sulla morte del maresciallo dell’Aeronautica militare Mario Alberto Dettori, originario di di Pattada (Sassari), trovato impiccato a un albero il 30 marzo 1987, a poche centinaia di metri dal greto del fiume Ombrone, nel Grossetano. Il 27 giugno del 1980, Dettori, infatti, era radarista di turno nella base di Poggio Ballone, vicino a Grosseto. E vide il destino che si compiva nel cielo di Ustica del Dc9 dell'Itavia e per le 81 persone a bordo. Smontato dal turno, una volta a casa, disse ai familiari che quella notte era stata sfiorata la terza guerra mondiale. La vedova Carla e la figlia Barbara sono sempre state riluttanti ad accettare la versione del suicidio.[5]

Alla tragica fine del maresciallo Dettori è collegata poi la morte del colonnello dell'Aeronautica militare Sandro Marcucci, "sindacalista con le stellette" che aveva deciso di indagare con discrezione sulla strage di Ustica insieme ad un amico e collega. Dimessosi dall'Aeronautica militare, Marcucci è morto il 2 febbraio 1992 a Campo Cecina, a bordo di un velivolo anti-incendio sulle Alpi Apuane, insieme al collega Silvio Lorenzini. Secondo l’Associazione antimafia Rita Atria, che ha raccolto un imponente dossier su tutte le "strane" morti collegate alla strage di Ustica di sottufficiali e ufficiali dell'Aeronautica militare, da quelle del colonnello Pierangelo Tedoldi e del capitano Maurizio Gari ai colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli della pattuglia acrobatica "Frecce tricolori", dal maresciallo Ugo Zammarelli al suo collega Antonio Muzio, l’incidente "stranissimo" di cui furono vittime Marcucci e Lorenzini non fu causato da una condotta di volo azzardata, come sostennero i tecnici della commissione di inchiesta, ma probabilmente da una bomba al fosforo piazzata nel cruscotto dell’aereo. [6]

Ultimo, ma non meno importante, l'importante inchiesta sul ruolo di Vincenzo Li Causi nella gestione di Gladio. Nato a Partanna (Trapani) nel novembre del 1952, Vincenzo Li Causi era entrato nel Sid (servizi segreti militari dopo lo scandalo Sifar) a soli 22 anni ed inserito nella struttura Gladio. Capo centro del Sismi (nuova denominazione dei servizi segreti militari dal 1977 fino al 2007) in Sicilia, Li Causi era il dominus del Centro Scorpione di Trapani con il grado di maresciallo e con il nome di copertura di Maurizio Vicari, anche alias Salvatore Bortone, all'occorrenza "Sirio", poi "Livio", unico centro in Italia guidato da un sottufficiale in un'area ad alta densità mafiosa. L'attività del Centro Scorpione, un corto circuito di commercio di armi, traffico di droga e di operazioni clandestine guidate dai servizi segreti italiani ed esteri è passata al vaglio degli investigatori in tutte le inchieste di mafia.[7]

Vincenzo Li Causi è morto il 12 novembre 1993 nei pressi di Mogadiscio, nel corso di una missione Onu in Somalia. Come ricorda Giuseppe De Lutiis in un suo libro, al momento dell'agguato Li Causi, agente dalle numerose identità, era in compagnia di un altro militare.[8]



Note


[2] Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, 1985, pag. 297

[7]Marco Birolini, Stato Canaglia, Ponte alle Grazie editore 2023

[8]Giuseppe De Lutiis, Il lavoro oscuro del potere, Editori Riuniti, 1996


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