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Osservando i nostri tempi

Ancora troppe idee confuse sul rapporto donna-lavoro

di Domenico Cravero


I genitori possono perdere autorevolezza e non costituire più un punto di riferimento per i figli, anche quando rimangono presenze molto importanti e determinanti nella loro vita. Il codice materno può degenerare nella fantasia della soddisfazione onnipotente e indistinta dei bisogni affettivi di accudimento e di appartenenza. Il codice paterno può corrompersi nell'autoritarismo e nel distacco emotivo, o, peggio, nella sua eclissi. Si educa, infatti, anche ponendo limiti e addestrando al contenimento dei bisogni. Se la famiglia si esaurisce al livello affettivo, padre e madre diventano figure deboli, privi di autorevolezza e viene a mancare ai figli una sponda affidabile per la crescita dell'autonomia.

Paradossalmente, nel difficile cammino umano per la libertà, anche la permissività è un'espressione di autoritarismo: decidiamo noi il grado della tua autonomia. La ricerca dell’affetto materno esprime un'esigenza primaria e vitale: quella di essere riconosciuti come persone uniche, desiderose di una comunicazione individuale e totale, e rassicurate in un bisogno che non è solo di bocca e di organi, di pulsioni e urgenze ma desiderio intimo e spirituale di essere accolti nel proprio bisogno. La dedizione “materna” però, senza il codice paterno, non incentiva l'autonomia e la libertà. In famiglia, la madre rimane per tutta la vita immagine e metafora dell’accudimento e dell’affetto, simbolo della disponibilità e del godimento. Tuttavia senza il padre (e ciò che egli rappresenta in quanto attore della separazione e promotore di autonomia ed esplorazione), il bisogno di affetto è destinato a rivelarsi frustrante, in quanto abnorme e irreale. I figli hanno bisogno non solo di essere accuditi, ma anche di nutrirsi di ideali e di passioni.

Senza innovazione sociale, economica e istituzionale, i nuovi valori della genitorialità, già oggi presenti, non riusciranno a diventare il baricentro di una vita più felice. Culture anche diverse si sono sempre identificate nel detto: “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”. Le grandi passioni (l’amore, l’educazione, l’azione collettiva) possono diventare il sapore della vita, attraverso la parola che le esprime in pubblico (nel “villaggio”) e il simbolo che le rappresenta e fa crescere, come insegna tutta la storia della pedagogia. Le motivazioni più tenaci all'azione, infatti, non provengono dall’orgoglio della prestazione ma dalla fiducia nei valori realizzati insieme. La prestazione è un risultato solitario, la fiducia, invece, è l'espressione di un legame. Una visione attenta del bene comune oggi punta sulla maternità: che tutte le madri possano avere un’altra vita (oltre la famiglia) e una vita altra (oltre la maternità intensiva).

La domanda finale che riassume lo scopo della ricerca di nuova maternità diventa quindi: “La cittadinanza attiva e l’educazione popolare riguardo alla maternità per che cosa dovrebbe battersi?”. Innanzitutto, certo, per un congedo di maternità più adeguato e condiviso, per orari più flessibili sul lavoro, per servizi migliori e abbordabili. È riconosciuto inoltre l’impatto a lungo termine delle difficoltà economiche sui problemi di salute perinatale delle madri. Allo stesso modo è evidente come la maternità intensiva sia collegata alla persistenza di diseguaglianze di genere e riproduca una rigida gerarchia di genere. Diventando madri, le donne dovrebbero quindi disporre di percorsi per la cura di sé, poter fissare limiti, migliorare autostima e sicurezza in sé. Attraverso nuovi equilibri informali di cura, si potrebbe così rigenerare il senso di comunità e far crescere le possibilità della solidarietà sociale. In questo modo, le madri potrebbero rispondere più serenamente a domande impegnative: “Quanto dovrei dedicare alla carriera e quanto invece ai figli? Quale organizzazione paritaria con i padri potrei cercare di raggiungere?”.

Circolano ancora idee confuse sul rapporto madri e lavoro: “Per accudire la famiglia, le mamme devono cercare un impiego part-time?”. Senza il contributo lavorativo e professionale delle madri non si esce dal neoliberismo. Anche l’etica tradizionale della maternità, infatti, contrastava le regole della cultura capitalistica: “Lavora, guadagna, consuma”. Nell’attuale situazione, le donne portano pesi e responsabilità maggiori, soprattutto nella prima infanzia dei figli. Così, una parte importante della nostra economia riguarda la cura familiare (in senso ampio) come lavoro non retribuito. Il calcolo del PIL nasconde la realtà e questo porta a penalizzare in generale le figure di cura nell’attuale ordinamento civile. La società in questo modo può nascondere e mistificare il suo sostegno diretto o indiretto al sistema economico capitalista, a danno della donna e, in generale, della famiglia.

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