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- a cura del Baccelliere
- 17 ore fa
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Sweet, Sweet Spirit, il gospel versione Ron Carter
a cura del Baccelliere

Ron Carter, contrabbassista dal talento smisurato, compirà 89 anni il prossimo 4 maggio. Appartenente ad uno dei più ammirati universi davisiani - è stato il fulcro del quintetto degli anni ‘60 - è una figura poliedrica e ancora oggi si fa apprezzare per un’attività intensa e soprattutto mai scontata. Del gruppo di Davis è l’unico sopravvissuto insieme a Herbie Hancock. I due hanno un approccio differente. Se Hancock nel corso delle decadi ha sperimentato sonorità differenti, impiegando l’elettronica e tornando al pianoforte acustico in una sorta di polivalenza sonora che lo ha fatto apprezzare come un guru delle generazioni successive alla sua, Carter ha sposato il contrabbasso. La sua immagine è imprescindibile dallo strumento che ha scelto. Le foto lo vedono maturare nel corso degli anni e accanto a lui questa specie di ulivo saraceno, presenza irrinunciabile, resta immutabile. Una specie di simbiosi fra l’artista e il suo medium. Intendiamoci: anche lui ha avuto una breve liaison con il basso elettrico negli anni ‘70 - un Fender Jazz come molti suoi colleghi - ma la sua figura è legata, in una dimensione quasi leggendaria, al contrabbasso.
Oltre al contrabbasso lo contraddistingue una totale immersione nella cultura afro americana. Questa comprende il jazz, attraverso il quale trova la sua massima espressione, ma non prescinde dal resto del contesto. A riprova di questo approccio, poche settimane fa Ron Carter ha pubblicato un nuovo lavoro intitolato Sweet, Sweet Spirit, in cui, insieme al New-G Choir diretto da Ricky Dillard, affronta il repertorio gospel, una delle miniere della musica nera, in una chiave rispettosa ma dai tratti originali. Il progetto è nato da un’esperienza personale dello stesso Carter. Un nucleo di arrangiamenti di inni della chiesa di Detroit predisposti da Carter per accompagnare la madre, fervente credente, negli ultimi giorni della sua vita.
Ricky Dillard, che della realizzazione del disco è corresponsabile, è una delle figure più rappresentative del gospel contemporaneo. La presenza del coro conferisce all’opera un notevole impatto emotivo. Il contrabbasso assume una funzione di collante, quasi da voce narrante, che lascia il giusto spazio all’ensemble senza rinunciare a lasciare la propria inconfondibile impronta.[1]
La musica si muove fra gospel e jazz. Una fusione nella quale gli elementi tradizionali - il repertorio, la spiritualità ad esso sottesa e l’umanità del suono acustico - si integrano con l’interplay jazzistico, in un equilibrio fra dimensione collettiva e individuale. Nell’eleganza degli arrangiamenti il coro respira come un ensemble jazz e il basso suona con un’intenzione quasi liturgica. Il gospel come principio organizzativo della musica trasforma l’ascoltatore in partecipante, il musicista in spettatore e il brano in un’esperienza condivisa. Questa ridefinizione dei ruoli genera un groove dai tratti sottili, di una profondità quasi meditativa, e rivela come le vie della black music - pur non essendo infinite come quelle del Signore che questa musica evoca - mantengano una straordinaria capacità di espandersi [2].
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