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"A Gigi non piaceva fare goal facili"

Aggiornamento: 15 ott 2022

di Mirko Ferretti

Ho giocato con Gigi Meroni per due stagioni, dal 1964 al 1966. In comune, ma all'epoca non accadeva con la frequenza di oggi, avevamo una squadra in comune: il Como. Vi avevamo militato in tempi diversi, io negli anni Cinquanta, lui nel 1960, ma per entrambi la società lariana si era rivelata un autentico trampolino di lancio. Dal Como io passai al Catania dove vissi momenti indimenticabili; Gigi al Genoa, che ne illuminò le doti e suggerì all'allora presidente granata Orfeo Pianelli di sacrificare un robusto assegno per averlo e battere la concorrenza.


Di Gigi Meroni, "la farfalla granata", l'anticonformista per eccellenza nel calcio di quel decennio, si è scritto moltissimo e la sua aura continua a sopravvivere nella memoria anche a distanza di oltre mezzo secolo. E Marco Travaglini lo ha sintetizzato efficacemente nel suo articolo di commemorazione del cinquantacinquesimo dalla morte.[1] Il fato ha voluto che la vita gli fosse spezzata prematuramente, come quella di un semidio greco, ed anche questo a contribuito a farlo entrare nel Pantheon che metafisicamente ospita i grandi calciatori.


Gigi Meroni aveva la magìa nei piedi che sapeva usare divinamente con quella punta di narcisismo che compete ai fuoriclasse del pallone, desiderosi di scendere in campo per divertirsi e far divertire, consapevoli che il talento è merce rara, e dunque da condividere, soprattutto in uno sport di squadra. Il talento al servizio dello spettacolo. E per Gigi era anche al servizio di un goal, che doveva essere rigorosamente non facile.


Ricordo che una partita contro la Lazio. Era il 12 settembre del 1965, seconda giornata di campionato. Noi eravamo reduci da un pareggio (gol di Simoni) contro la Sampdoria a Genova e si confidava sul fattore campo per confermare la nostra media inglese con una vittoria. Difatti, il Toro partì bene, proprio con un goal di Gigi, ma che goal, un "golasso" direbbe José Altafini: gli misi la palla tra i piedi, un assist classico con lo specchio della porta a disposizione e il compito di segnare senza troppe alchimie. Invece, lui che fa? Il mago. Ricevuta la palla, si destreggia e dribbla un difensore, non soddisfatto dribbla anche il portiere, soltanto allora decide di piazzarla in porta. Gli chiedo, persino incredulo, "perché non hai segnato subito". Risponde: "era troppo facile".


Un mago che faceva magìe nelle magìe, come nell'occasione di Torino-Catania 4 a 0. Era il 6 gennaio del 1966. Quella domenica Gigi non segnò, ma per tutti noi era come se avesse segnato per proprietà transitiva: aveva prestato le sue scarpe di gioco a Simoni che di quattro goal ne firmò due... "Calimero", come lo avevano bollato alcuni stupidi tifosi per dileggiarlo, senza togliere nulla ad un altro Gigi, il compianto Gigi Simoni, era come se fosse sceso due volte contemporaneamente in campo. Del resto, in quella partita, il numero sette era proprio sulle spalle di Simoni...


[1] Marco Travaglini, Gigi Meroni: 55 anni fa se ne andava un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones in https://www.laportadivetro.com/post/gigi-meroni-55-anni-fa-se-ne-andava-un-ragazzo-che-come-noi-amava-i-beatles-e-i-rolling-stones

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