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24 novembre sciopero regionale. Sindacato confederale debole, pesa la “governite” della Cisl

Aggiornamento: 23 nov 2023

di Adriano Serafino


Domani, 24 novembre, sciopero generale in Piemonte proclamato da Cgil e Uil. L'astensione dal lavoro sarà di sole quattro ore, dalle 9 alle 13, per i trasporti, decisione presa per tutelare i lavoratori da sanzioni. Nella pubblica amministrazione, nella sanità e nella scuola, la fermata sarà di otto ore con manifestazioni a Torino, Alessandria, Novi Ligure (dove chiuderà il comizio davanti allo stabilimento ex Ilva il segretario generale della Uilm-Uil Rocco Palombella), Cuneo e Novara. A Torino il corteo partirà da Porta Susa verso piazza Castello; la manifestazione sarà conclusa dall'intervento del segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Nei cortei ci sarà uno striscione contro la violenza sulle donne.


L’inflazione rimane alta, in particolare per il “carrello della spesa” e per le bollette energetiche (che restano raddoppiate rispetto un anno fa. Il Servizio Sanitario Nazionale - dopo lo choc pandemia - riduce sempre più la sua protezione sui binari della prevenzione, cura e riabilitazione. Le piattaforme unitarie di Cgil, Cisl, Uil sono datate e risalgono ad un quadro economico e politico del tutto diverso dall’oggi. La sommatoria dei tanti obiettivi non ha però generato una strategia confederale efficace. La riforma fiscale, la “riforma regina” per sostenere altre riforme, è affrontata da tempo con timori e reticenze dai sindacati confederali. Così di fronte ai crescenti tassi d’interesse per finanziare il grande debito pubblico, che tagliano le risorse del bilancio dello Stato, la realistica narrazione della “coperta corta” del governo Meloni, con la quale ha caratterizzato la Legge di bilancio 2024, ha mandato non solo in frantumi le richieste unitarie, ma ha peggiorato le regole del sistema pensionistico e del prepensionamento. Morale: questo contropiede governativo ha spezzato la già vacillante unità sindacale con fosche nubi all’orizzonte.

Si può rimontare una situazione tanto grave e difficile per l’unità dei lavoratori? Pierre Carniti, leader sindacale dei metalmeccanici Cisl nei difficili anni Sessanta del secolo scorso, quando le esperienze di unità d‘azione erano pressoché inesistenti, scosse il “tran tran” sindacale con pochi concetti e metafore - “tentare l’impossibile per fare il possibile”, “il paradosso del calabrone”, “esportare il rito ambrosiano, si sciopera per conquistare un accordo, non basta avere un incontro” - che scaldarono il cuore e aprirono le menti per un profondo rinnovamento all’interno della Fim e poi della Confederazione.

Può rinnovarsi in un mondo del tutto diverso e per un sindacato che annovera un esercito di sindacalisti a tempo pieno (la sola Cisl ne conta 34.6000), in gran parte a vita, con sicurezza di lavoro e protezioni sociali più consistenti di coloro che vogliono rappresentare?

Per quanto arduo è certamente possibile se il sindacato saprà rapidamente mettere al centro della sua strategia la solidarietà e l’uguaglianza - nei fatti, poiché a parole e nella retorica già abbonda - contrassegnando come prioritarie (quindi prima di altre per quante giuste) le pressanti richieste che da anni riguardano la vita di “chi sta peggio”, che in valori assoluti sono milioni e milioni di persone che a loro volta determinano grandi problemi per altri milioni di persone (famiglie e amici). Ricordiamo tra questi: gli anziani non autosufficienti in continua crescita, i cittadini che non possono ricorrere alla sanità privata e quindi non si curano più, chi nella precarietà lavora in modo discontinuo nell’anno ed è mal pagato, chi è in stato di povertà come accertato dai rapporti della Caritas, chi è costretto al lavoro invisibile perché irregolare.

Tutti problemi che riguardano in primo luogo la strategia confederale che oggi ha nei fatti ben poche caratteristiche di vera solidarietà, ma veleggia su logiche assai contigue al neo-corporativismo difensivo. Il sindacato parla molto di solidarietà, abbonda anche nella retorica comiziale, ma non risale alla radice del problema rimanendo lontano dal sapere creare una coscienza collettiva dei lavoratori, per una mobilitazione innovativa per un “I care” imperativo a sostegno di chi “sta peggio” che si estenda alla politica-partitica e alla maggioranza dei cittadini.

Per un simile obiettivo strategico di solidarietà il sindacato confederale deve avere il coraggio politico per riproporre a livello di massa, delle assemblee pubbliche e sui luoghi di lavoro il significato e il valore sociale delle tasse. Come disse Tommaso Padoa Schioppa, nel 2007 su Rai 3, “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire a servizi indispensabili come la salute e la scuola...”. Gli sfuggì il termine improprio “bellissima” (anziché utilissima) che i media amplificarono vanificando quel giusto e sacrosanto ragionamento, in un paese dove è diffusa endemicamente l’evasione e l’elusione delle tasse. Su questo tema più volte ha scritto, su questo sito, con parole chiare Anna Paschero[1], anche a proposito della riforma del catasto (che attende da decenni, bloccata dalla destra fin dalla fase finale del governo Draghi) per una corretta valutazione patrimoniale, necessaria, anzi indispensabile per l'esistenza - sa di ossimoro - di tantissimi alloggi “fantasma” ignoti al catasto. Ma il sindacato confederale non ha mai affondato i colpi su questi temi.

Sono iscritto al sindacato, alla Cisl dal 1959, ho partecipato a tante manifestazioni e scioperi, nel tempo sono diventati sempre più generici (somma di titoli) e non pochi a “babbo morto” come si usava dire, ovvero a fatti compiuti, risultando così una testimonianza di un’identità che eleva una giusta protesta, come ad esempio per gli scioperi dopo infortuni mortali sul lavoro.

E’ un gran fatto sociale che il sindacato abbia la forza di mobilitazione per riempire le piazze, anche quando agisce non unitariamente, ma non può sfuggire che rimangono piene un gran numero di aziende e crescono di numero. Non può essere ignorato che le aziende sotto i 9 dipendenti sono abbandonate dall’informazione sindacale pur rappresentando il 95,2% delle aziende manifatturiere e dei servizi, con oltre il 42% degli occupati, come certifica l’Annuario Istat del 2022.

Per la mia lunga militanza sindacale resto convinto che “lo sciopero giusto è quello che raccoglie l’adesione della maggioranza dei lavoratori interessati perché coinvolti nelle decisioni”. Oggi ci sono gli strumenti per farlo con le assemblee sui luoghi di lavoro e con i referendum previsti dalla Statuto dei Lavoratori. Se ne fa però sempre meno ricorso e i referendum sono dimenticati. Speravo che la consultazione straordinaria promossa dalla Cgil, oltre alla domanda per richiedere una delega in bianco per procedere allo sciopero generale, ne contenesse una seconda domanda della serie “sei d’accordo per lo sciopero generale anche se non unitario?”.

Ma dove sta oggi la Cisl? Constato sempre più che è diventata nei fatti - non già nei suoi documenti e nei suoi seminari - un sindacato “tiepido” nei temi sostenuti al tavolo negoziale e refrattario all’azione sindacale, alle manifestazioni unitarie di piazza, che considera lo sciopero uno strumento non efficace (è il recente sondaggio della Ghisleri conferma che l’opinione prevalente del campione è analoga). La Cisl è diventato un sindacato collaterale alla destra? I vertici concedono un ampio credito al governo di Giorgia Meloni, ma penso che ciò sia conseguente alla “governite” che da tempo affligge la Cisl, molto più della Cgil e della Uil, ovvero una sindrome che ricerca la visibilità e la legittimazione principalmente per via istituzionale, e con le interviste dei leader immersi nel gran “spettacolo delle parole”.

La Cisl, non da oggi, è diventata un sindacato pronto ad “inchiodarsi” (stravaganza e banalità mentale) al tavolo governativo, sia esso di destra, di centro-destra o di centro-sinistra o altro governo. Nei fatti è l'assunzione di un ruolo “filogovernativo”, a prescindere, cioè un sindacato integrato nelle istituzioni e nelle sue regole. Ma si tratta di una forma di partecipazione ben lontana dal concetto di autonomia espresso ai tempi delle grandi conquiste sindacali e sociali. Quella Cisl non solo incontrava i lavoratori, ma li incentiva all’uso della parola, considerata uno strumento di libertà e di emancipazione per costruire un sindacato di lavoratori e dei lavoratori, cioè dotato di una propria autonomia di pensiero e di azione.

La parola come primo gradino dell’uguaglianza! L’autonomia è un modo di pensare, di analizzare, di decidere, di agire, di reagire; è un attitudine che matura nel profondo della coscienza di ciascuno, che si alimenta della capacità quotidiana di rivivere, soffrire, ed interpretare non solo la condizione operaia e dei lavoratori, ma la costruzione anche di catene reali di solidarietà nella società e con chi “sta peggio”.

Si possono trovare, a fianco del bagaglio tradizionale, anche nuove forme inedite e più efficaci di lotte sindacale traendo insegnamenti dal passato. Non ha senso che gli operatori di RSA o gli ispettori del lavoro siano portati a manifestare o scioperare da soli! E’ possibile ricostruire unità confederale mettendo al centro “la riforma di tutte le riforme” che non può che essere quella per la giustizia fiscale definendo richieste per maggiori tasse sul patrimonio e sulle rendite finanziari e sui profitti speculativi. La difesa dai morsi dell’inflazione può essere ben efficace con la garanzia di rendere fruibili i servizi universali, con più servizi pubblici (es. una visita medica nel privato si mangia un aumento salariale!) con il potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale e per l’assistenza degli anziani non autosufficienti.

Nonostante i tanti limiti dei sindacati confederali e con una Cisl “inchiodata” sulla visione governativa, ritorno in piazza il 24 novembre per lo sciopero generale del Piemonte di Cgil e Uil, con in tasca la mia tessera Cisl pluridecennale e magari una bandiera.


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