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Voto e astensionismo: "Salvini, la dittatura delle minoranze di fatto già esiste..."

di Rocco Artifoni


Spente le luci sulla 50^ edizione della Settimana Sociale dei Cattolici in Italia dopo la partecipazione di Papa Bergoglio, oggi gli sguardi sono tutti catapultati al di là delle Alpi, per il rovesciamento avvenuto in Francia nel giro di sette giorni, una settimana di passione in cui Marie Le Pen e il suo fido Bardella si sono visti scippare il sogno di potere assoluto dalle mani per volontà del popolo, cui giustamente sempre si rivolgono. Quel popolo cui si rivolge un giorno sì e un altro ancora, e con dovizia di particolari, anche il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini. E questo per un attimo ci riporta nuovamente alla 50^ edizione della Settimana Sociale, durante la quale l'uomo del ponte ha sentito il bisogno di replicare al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che - intervenendo alla cerimonia di apertura della dei Cattolici in Italia il 3 luglio a Trieste - aveva affermato che «una democrazia “della maggioranza” sarebbe, per definizione, una insanabile contraddizione». Replica puntigliosa, perché il leader della Lega ha immediatamente ricordato che in Italia «c’è il problema della dittatura delle minoranze, non il contrario».

Paradossalmente, così, non si sa se volutamente o meno, Salvini ha segnalato l’esistenza di un duplice problema reale. Anzitutto il diritto/dovere del voto è sempre meno esercitato al punto che il principale “partito” è rappresentato dagli elettori che non partecipano. Ne consegue che chiunque “vinca” le elezioni di fatto rappresenta comunque una minoranza dei cittadini effettivi. Inoltre, l’attuale Governo ha ricevuto la fiducia dal Parlamento, ma è opportuno ricordare che la maggioranza degli eletti (di centrodestra) corrisponde ad una minoranza di elettori e ha ottenuto la maggioranza dei seggi soltanto grazie ad un artificio presente nella legge elettorale (che non è proporzionale).

Non a caso proprio nel discorso di Mattarella c’è un chiaro riferimento alla questione: «Democrazie imperfette vulnerano le libertà: ove si manifesta una partecipazione elettorale modesta. Oppure ove il principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori».

Su questo tema il Colle ha richiamato anche le parole di alcune autorevoli personalità, tra le quali Norberto Bobbio «quando ammonisce che non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”». La proposta di revisione costituzionale del “premierato” e le spinte populiste verso una “democrazia diretta” si collocano esattamente in questo scenario, con il rischio di “passare con indifferenza dall’assolutismo alla demagogia”.

Come ha sottolineato il Capo dello Stato «la democrazia come forma di governo non basta a garantire in misura completa la tutela dei diritti e delle libertà». E nemmeno l’opinione della maggioranza può essere confusa con la sovranità popolare, che comunque si “esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1).

A Trieste è intervenuto anche il costituzionalista Filippo Pizzolato, che ha affermato: «è il modello di democrazia sotteso a queste proposte di riforma che suscita gravi interrogativi, in quanto volte ad acuire la componente di delega e di investitura del potere e a deprimere la dimensione del pluralismo delle espressioni del popolo e della partecipazione feriale dei cittadini. Si accredita così l’equivoco che il volere popolare possa essere unificato entro la volontà singolare di un potere direttamente elettivo, oltretutto monocratico. Questo effetto di semplificazione mette in ombra il carattere plurale del popolo sovrano e contraddice l’aspirazione costituzionale a una democrazia retta sulla corresponsabilità dei cittadini nella costruzione quotidiana della Repubblica».

Del resto, e qui si ritorna al popolo richiamato in alto, il Presidente della Repubblica nelle sue parole ha fatto riferimento a «quel giovane e brillante componente dell’Assemblea Costituente, che fu Giuseppe Dossetti, che pose il problema del “vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo quello politico, ma anche a quello economico e sociale”, con la definizione di “democrazia sostanziale”».

Sempre valide sono le sagge parole del giurista Piero Calamandrei: «Per far vivere una democrazia non basta la ragione codificata nelle norme di una Costituzione democratica ma occorre, dietro di esse, la vigile e operosa presenza del costume democratico che voglia e sappia tradurla, giorno per giorno, in concreta, ragionata e ragionevole realtà».

Sergio Mattarella ha concluso il suo intervento argomentando che «battersi affinché non vi possano essere più “analfabeti di democrazia” è causa primaria e nobile, che ci riguarda tutti. Non soltanto chi riveste responsabilità o eserciti potere».

 

 

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