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Un libro per voi: "Le stagioni dell'intransigenza", Popolari e democratici cento anni fa

di Luca Rolandi


Il Partito Popolare di don Sturzo è il focus del nuovo saggio "Le stagioni dell'intransigenza" (Edizioni Celid) di Guido Bodrato, classe 1933, parlamentare ed europarlamentare, uno degli esponenti di maggior rilievo della lunga storia della Democrazia Cristiana fino alla sua frantumazione. Con la prefazione di Bartolo Gariglio e la postfazione di Gianfranco Astori, l'autore ripercorre le ragioni che diedero a don Luigi Sturzo l'impulso a creare dopo la fine della Grande Guerra (novembre del 1918), un partito cattolico, ma autonomo, che si ponesse come terza forza tra socialisti e liberali.


L'analisi di Guido Bodrato

Si tratta dunque di una nuova ricerca sul popolarismo e sul tempo dato da vivere ai cattolici italiani che hanno attraversato il deserto che separava l'impegno sociale del mondo cattolico da quello politico, nell'ambito delle iniziativa editoriali sostenute dalla Fondazione Donat-Cattin, a cento anni dalla Marcia su Roma. Nel volume sono descritti i tratti essenziali della difficile stagione successiva agli eventi bellici, dalla nascita del Ppi del 1919, con l’imprevista vittoria elettorale nelle prime elezioni proporzionali nell’Italia liberale, alla sua neutralizzazione del 1925 e all’allontanamento del suo fondatore don Luigi Sturzo.

Nel contesto storico, il colpo d’ala di don Luigi Sturzo con la fondazione del Partito Popolare Italiano fu quello di creare un partito laico, democratico e di ispirazione cri­stiana, con una precisa piattaforma programmatica: difesa della fa­miglia e libertà di insegnamento, lavoro inteso come diritto e re­ferendum locali, centralità delle autonomie territoriali e forme di previdenza sociale, rappresentanza proporzionale e voto alle donne, libertà della Chiesa e costruzione di un ordine mondiale nuovo.


Don Sturzo: «la politica non guasta, ma rivela gli uomini».

Oggi rimane l’eredità di un partito riformatore, interclassista e aconfessionale, un partito «popolare» – antidoto a ogni populismo – basato sulla mediazione politica, il riformismo, l’iniziativa privata e la centralità delle autonomie locali. Secondo Sturzo, «la politica non guasta, ma rivela gli uomini». Dai suoi scritti emerge che tra le cause del fascismo ci sono state proprio la debolezza della classe politica, la corruzione, la statalizzazione e la mortificazione dei princìpi di sussidiarietà e di solidarietà. Negli anni della presa di potere del fascismo, che contestualizzata in allora però fa parte di quelle valutazioni e interpretazioni storiografiche che riemergono nei “corsi e ricorsi” che punteggiano la storia italiana, fino ad essere ammonimento sul fatto che “la storia è sempre contemporanea”.

Bodrato in particolare affronta la vicenda dei cattolici del Piemonte, da un canto ricordando la loro storia negli anni seguenti all’Unità d’Italia, dall’altro riferendo le tante difficoltà incontrate dal progetto di Sturzo nel clima “rivoluzionario” che, anche in questa regione, aveva caratterizzato gli anni del primo dopoguerra del Novecento. Come ricordato sopra, Sturzo intendeva dare vita a un partito con una propria autonomia e identità politica, non clericale ma radicato nel mondo cattolico, legato fortemente ad una realtà che viveva la trasformazione industriale di un’economia ancora caratterizzata dall’agricoltura; ad un partito che rifiutava il dominio di “una democrazia dei ricchi”, com’era definito un sistema che fino al 1912 aveva limitato il voto a non più del 10% degli italiani.


I popolari e gli effetti del congresso di Torino del 1923

Così Guido Bodrato, parlamentare Dc dal 1968 al 1994, più volte ministro, europarlamentare dal 1999 al 2004, si addentra nell’esame della prima generazione dei politici cattolici, quella dei Donati, Ferrari, fino al giovane Frassati ricordandone le eterogenee posizioni al tempo dell’unità nazionale. Attraverso l’analisi dei risultati elettorali del periodo nelle diocesi piemontesi, ripercorre la crisi del progetto popolare e la dissoluzione di un sistema segnato dalle scissioni della sinistra e da istituzioni incapaci di governare una crisi sociale aggravata da scioperi continui, disordini di piazza e dalla violenza politica, con democratici, riformisti e popolari senza una strategia, con ambienti cattolici che s'illudono di "cristianizzare” il fascismo e con il raggruppamento liberale convinto di poter integrare la marea nera nel “blocco elettorale” di maggioranza.

Il Congresso di Torino del 1923 segna la spaccatura del popolarismo cattolico con la scissione e l’imposizione di Mussolini verso le gerarchie vaticane di allontanare Sturzo dall’Italia. Sullo sfondo, si stagliano la fine degli Imperi centrali e Ottomano, l'avvento definitivo della Rivoluzione dei Soviet, mentre s'impone lo scontro sempre più violento tra bolscevichi e fascisti che prelude all’anticamera della dittatura che avrebbe segnato drammaticamente per quasi un quarto di secolo la storia nazionale.

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