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Dal cambiamento climatico la spinta per realizzare un nuovo modello di società

Il caldo che viviamo e sopportiamo non è addebitabile al destino

di Savino Pezzotta


Le ondate di calore che ormai attraversano con regolarità l’Europa non possono più essere considerate semplici eventi atmosferici eccezionali. Sono diventate una condizione strutturale del nostro tempo, con effetti sempre più pesanti sulla vita quotidiana, sulla salute delle persone e sull’organizzazione del lavoro. Quando scuole, case, cantieri e uffici si trasformano in ambienti difficilmente sopportabili, non siamo di fronte soltanto a un disagio climatico, ma a una questione sociale e politica di prima grandezza.

Per troppo tempo si è guardato a questi fenomeni come a qualcosa da subire con rassegnazione, quasi fossero inevitabili. Eppure la scienza ci dice da decenni che l’aumento delle temperature, la frequenza delle ondate di calore e la loro intensità crescente sono il risultato diretto delle emissioni generate dai sistemi produttivi e dai modelli energetici dominanti. Non si tratta dunque di fatalità, ma di conseguenze prevedibili di scelte economiche e politiche precise.

Dentro questa dinamica si inserisce una responsabilità diffusa. Le grandi imprese legate ai combustibili fossili hanno conosciuto da tempo gli effetti del riscaldamento globale, ma la transizione energetica è stata a lungo rinviata o ostacolata. Allo stesso tempo, molti governi hanno oscillato tra dichiarazioni di principio e politiche insufficienti, incapaci di incidere realmente sui modelli di sviluppo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: obiettivi climatici sempre più lontani e territori sempre più esposti a eventi estremi.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi a una lettura che contrappone genericamente “responsabili” e “colpevoli”. Il nodo vero è più profondo e riguarda il rapporto tra economia, ambiente e giustizia sociale. Il modello di crescita degli ultimi decenni ha mostrato limiti evidenti: ha prodotto ricchezza, ma anche disuguaglianze, consumo eccessivo di risorse e fragilità ambientale. Quando la priorità assoluta diventa la competizione economica, la tutela dei beni comuni tende a passare in secondo piano.

In questo quadro, il lavoro è uno dei luoghi più esposti e meno protetti. Chi lavora all’aperto, chi opera in condizioni precarie o in ambienti non adeguatamente climatizzati, sperimenta già oggi gli effetti diretti della crisi climatica. Non è più possibile separare la questione ambientale da quella del lavoro: le due dimensioni si intrecciano e chiedono risposte comuni. La salute e la sicurezza dei lavoratori devono diventare un criterio centrale nelle politiche di adattamento climatico.

Anche le istituzioni sono chiamate a una svolta più coerente. Non basta proclamare obiettivi di sostenibilità se poi le risorse vengono ridotte o spostate altrove. La transizione ecologica richiede investimenti stabili, programmazione di lungo periodo e una revisione delle priorità di spesa pubblica. Tagliare su prevenzione, manutenzione del territorio, edilizia sostenibile o trasporti pubblici significa, nei fatti, aumentare la vulnerabilità delle persone.

C’è poi un elemento culturale che non può essere ignorato. La crisi climatica non è solo una questione tecnica, ma riguarda il modo in cui una società percepisce il proprio futuro. Se prevale l’idea che tutto debba essere sacrificato alla crescita immediata, diventa difficile costruire consenso attorno a scelte che richiedono tempo, rinunce e visione. Al contrario, una società più consapevole del limite e della fragilità dei sistemi naturali può trovare nuove forme di equilibrio tra sviluppo e tutela dell’ambiente.

Di fronte a estati sempre più difficili, la risposta non può essere solo individuale. Bere di più, proteggersi dal caldo, adattare i propri comportamenti sono misure necessarie, ma non sufficienti. Serve una responsabilità collettiva che coinvolga istituzioni, imprese, mondo del lavoro e cittadinanza. Serve soprattutto una nuova idea di progresso, capace di mettere al centro la qualità della vita e non solo la quantità della produzione. Il caldo che oggi attraversa le nostre città non è soltanto un fenomeno fisico. È un segnale sociale e politico. Ci dice che il modello attuale ha bisogno di essere ripensato con urgenza, a partire da una domanda semplice ma decisiva: quale società vogliamo costruire per rendere ancora possibile la vita nelle condizioni che noi stessi abbiamo contribuito a modificare.

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