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Ritorno al nucleare: ma è davvero il futuro per un Paese come l'Italia?

Per superare la dipendenza energetica il governo Meloni si arrocca al passato  

di Mercedes Bresso

 

Da qualche tempo il ministro dell’Ambiente e parecchi esponenti del governo parlano di un ritorno al nucleare come complemento alle energie rinnovabili e, penso, come sostituto dell’uso attuale del gas a tale fine. Che cosa ne dobbiamo pensare?

Anzitutto va ricordato che noi abbiamo abbandonato il nucleare a seguito di un referendum e che quindi va chiarito l’aspetto legislativo della questione. Soprattutto però occorre capire bene di che cosa stiamo parlando e perché pensiamo che il nucleare sarebbe utile o necessario.

Ci sono due opzioni possibili. La prima è quella di realizzare una grande centrale del tipo di quelle che ci sono oggi nel mondo. Poiché sarebbe grande incontrerebbe immediatamente la forte opposizione della popolazione del luogo, dove potrebbe essere collocata. Richiederebbe una valutazione di "impatto ambientale" sul progetto e, prima ancora, l’individuazione di una località idonea. Forse si cercherebbe di utilizzare il sito di Leri Cavour, dove doveva sorgere la centrale poi abbandonata e sostituita da una a gas in funzione. Il luogo però, oltre ad essere occupato non sarebbe più idoneo perché le portate del Po, da cui doveva prendere l’acqua, non sono più regolari e sufficienti. Trovare un altro sito, fare tutte le procedure autorizzative e costruirla richiederebbe (a detta dell’Enel in una discussione informale che ebbi quando ero al Parlamento Europeo) circa vent’anni.

Insomma, il nucleare “grande” non permette di affrontare l’esigenza di autonomia energetica del nostro paese in tempi ragionevoli. A questo si aggiunga che i costi sono elevati e che quelli di dismissione dopo i 25 /30 anni di uso sono elevatissimi (si valuta il 3/400% del costo di costruzione). Si consideri infatti che l’impianto piccolo di Trino Vercellese chiuso all’inizio degli anni 80 non è ancora stato smantellato. I rifiuti ad alta radioattività e il nucleo sono sempre lì in attesa di capire dove portarli, poiché non esiste un solo sito disponibile.

Come fanno gli altri? La Francia sta prolungando a livelli di rischio la vita delle sue centrali e poi probabilmente farà le nuove a fianco delle vecchie per ridurre i costi di guardia e rinviare al futuro quelli di smantellamento.

Ma, dicono gli industriali ci sono le piccole centrali, che dovrebbero non poter esplodere ma, in caso di incidente, implodere su se stesse. Avrebbero il vantaggio di ridurre le opposizioni (piccolo è sempre bello) ma per ora non risulta che ce ne siano in attività per valutarne le prestazioni e la sicurezza effettive.

Resta comunque il problema dei costi di smantellamento (decommissioning)  in futuro e del sito dove collocare i rifiuti radioattivi (restano tali per decine di migliaia di anni).

Ne vale la pena? Noi non abbiamo uranio quindi sempre dipendenti dall’estero saremmo e in tal caso non è più semplice tenerci per ora quelle a gas e cercare delle soluzioni alternative meno costose e che ci diano una reale autonomia?

E qui si entra nel campo delle alternative. A mio avviso è molto promettente la geotermia a bassa entalpia (cioè il calore e l’energia che possiamo trarre dalle falde sotterranee) che sarebbe una energia nostra e stabile a differenza di sole e vento e quindi potrebbe esserne un buon complemento. Ci sono ancora passi avanti da fare ma le rinnovabili offrono un potenziale ben maggiore di quello che assicurano oggi. A costi economici e ambientali bassi e a totale autonomia.

Dunque, quale senso avrebbe buttare i soldi in una tecnologia costosa e ormai obsoleta, quando il futuro sarà certamente delle rinnovabili?

In  campo energetico come in tutti quelli dell’innovazione vince chi fa un passo in avanti verso il futuro prima degli altri, non chi si arrocca a difendere il passato. Perché, visto che per noi il passato ha sempre significato dipendenza dall’estero non provare a fare rapidamente qualche passo decisivo verso il futuro?

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