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- a cura del Baccelliere
- 11 ore fa
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John Lennon, alla riscoperta del musicista
a cura del Baccelliere

Sabato 16 maggio il regista americano Steven Soderbergh ha presentato al Festival del Cinema di Cannes il film documentario John Lennon: The interview. Ricompreso nella sezione Proiezioni speciali, il film è incentrato sull’ultima intervista che Lennon rilasciò proprio l’8 dicembre 1980, lo stesso giorno in cui fu assassinato. Dopo un periodo nel quale era stato lontano dalla musica, John era tornato ad incidere un disco. Una troupe della radio KFRC/RKO di San Francisco si recò nell’appartamento del Dakota Building di New York per incontrare lui e Yoko Ono, dedicando loro una vera e propria intervista.
Nella conversazione John parlò diffusamente di Double Fantasy, l’LP appena uscito, dei suoi rapporti con gli ex Beatles - Paul McCartney in particolare - della famiglia, del suo amore per Yoko Ono, di politica. Una specie di ritratto in tempo reale delle sue ultime ore pubbliche.
Le cronache raccontano di un documentario che restituisce un Lennon sereno, che descrive i suoi progetti musicali e di vita. All’epoca era in piena rinascita artistica e, con un po’ di malinconia, viene da chiedersi che cosa sarebbe stato della sua musica se non fosse stato ucciso. Soderbergh correda il dialogo di filmati d’epoca e immagini create con l’intelligenza artificiale. L’impiego dell’AI ha suscitato qualche polemica anche se pare che questa non sia stata utilizzata per sostenere un’estetica artificiale ma serva soprattutto a creare immagini evocative e sequenze visive che accompagnano l’audio dell’intervista.[1]
Viene spontaneo chiedersi quale significato abbia oggi, a più di quarant’anni dagli spari di Mark David Chapman, l’operazione messa in atto da Soderbergh. Le ultime parole di Lennon non svelano nulla di nuovo. Eppure la normalità evocata dalle sue parole — il desiderio di vedere crescere il figlio, la musica che ha in animo di produrre — si scontra inevitabilmente con il destino che lo spettatore conosce bene. È proprio questo contrasto a conferire all’opera una carica emotiva raramente riconducibile a un documentario.
Per le generazioni che non hanno vissuto né i Beatles, né il trauma dell’assassinio di John Lennon, il film potrebbe rappresentare anche un momento di destrutturazione del mito: sentirlo parlare come una persona reale diventa quasi un invito a considerare autentica anche la sua opera, e non semplicemente un santino da agitare. Riscoprire il musicista oltre, e forse più, del mito.
Vi è infine un aspetto legato alla tecnologia. L’utilizzo degli strumenti dell’intelligenza artificiale per interagire con reperti storici — quasi appartenenti a un’archeologia pre-digitale — apre orizzonti nuovi alla ricostruzione artistica e lascia intravedere sviluppi potenzialmente molto interessanti.
Ma questo va al di là di Lennon. E siccome quando pensiamo a lui ci prende una certa nostalgia per quel che non è stato allora lo salutiamo con una canzone - più di Paul McCartney che sua - che proprio a quel che per lui non è stato fa riferimento, When I‘m 64. I sessantaquattro anni per lui sarebbero venuti nel 2004.[2]
Note
[1] L'immagine a corredo dell'articolo è stata generata dall'IA
[2] https://youtu.be/HCTunqv1Xt4?si=zCv5IikfvmiKy2my













































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