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The Economist lancia l'allarme: "IA può generare instabilità politica"

di Savino Pezzotta


L’articolo pubblicato da The Economist il 16 maggio 2026, “Preparati al peggio”, merita attenzione non solo per i contenuti, ma per la fonte stessa: un settimanale liberale, filo mercato, storicamente impegnato a difendere la competitività e la disciplina del lavoro più che i diritti dei lavoratori. Quando un giornale così riconosce apertamente che l’IA può generare instabilità sociale e politica, significa che il problema è già entrato nel cuore del modello economico dominante.

Il settimanale ammette che l’IA sta accelerando oltre le previsioni e che, pur non avendo ancora distrutto posti di lavoro, potrebbe farlo in modo rapido e selettivo, colpendo anche professioni qualificate. Sottolinea che il rischio non è solo occupazionale, ma riguarda salari, status, potere contrattuale e distribuzione della ricchezza. Ricorda come anche piccoli shock possano produrre reazioni politiche violente, come avvenuto con la globalizzazione.

Pur rifiutando l’idea di frenare la tecnologia, The Economist riconosce la necessità di interventi pubblici: tassazione dei profitti straordinari, politiche attive del lavoro, assicurazione salariale, formazione continua. Arriva perfino a evocare forme di proprietà pubblica o dividendi sociali, segno che la concentrazione del potere nelle mani delle grandi aziende dell’IA è percepita come un rischio sistemico.

Per un giornale che ha sempre difeso il primato del mercato, questo è un segnale politico forte: se anche i custodi dell’ortodossia liberale chiedono una rete di sicurezza, significa che la fase è critica. Per il sindacato, la lezione è chiara: non si tratta di adattarsi alla tecnologia, ma di negoziare il suo uso, redistribuire i profitti e difendere la dignità del lavoro prima che la frattura diventi irreversibile.

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