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La Stanza del pensiero Critico. "Superbe", il Governo contrasta l'inflazione al galoppo con i comunicati...

di Savino Pezzotta


La narrazione ufficiale dice che “l’inflazione sta rientrando”. È vero solo in parte. I numeri dell’ISTAT mostrano un rallentamento dell’indice generale, ma il carrello della spesa continua a correre più del resto dell’economia. Nel 2023–2024 i beni alimentari e di prima necessità hanno segnato aumenti cumulati tra il 15% e il 20% in due anni. Pane, pasta, latte, frutta, verdura, detergenti: tutto ciò che serve per vivere, non per “consumare”, costa stabilmente di più.

Per chi vive di salario o pensione minima, questa non è una curva statistica: è una sottrazione quotidiana di dignità. È la rinuncia a un pasto migliore, a un farmaco non mutuato, a un paio di scarpe nuove per un nipote. È la normalizzazione dell’impoverimento.


Il governo e la grande assente: una strategia sul potere d’acquisto

Il governo si limita a inseguire l’emergenza con bonus episodici, tagli temporanei al cuneo, dichiarazioni rassicuranti. Manca una strategia politico‑economica strutturale sulla tutela del potere d’acquisto, soprattutto per salari e pensioni basse.

Tre nodi restano irrisolti:

  • Indicizzazione selettiva delle pensioni: tagliata negli anni e mai ripristinata davvero.

  • Contrattazione nazionale indebolita: senza un quadro normativo che la sostenga, i rinnovi arrivano tardi e male.

  • Politica dei redditi inesistente: nessun disegno complessivo su salari, produttività, prezzi, profitti.

Il risultato è che l’inflazione, anche quando scende, lascia ferite permanenti. I prezzi non tornano indietro. I salari sì, in termini reali.


Il sindacato: la verità scomoda

Da ex sindacalista lo dico senza giri di parole: anche il sindacato non ha una strategia realistica sul potere d’acquisto. Si continua a ripetere il mantra dei rinnovi contrattuali, ma:

  • i contratti arrivano dopo anni;

  • gli aumenti recuperano solo una parte dell’inflazione passata;

  • la contrattazione di secondo livello è un lusso per pochi;

  • la battaglia sui salari è stata sostituita da una difesa amministrativa del perimetro contrattuale.

Il sindacato ha smarrito la capacità di parlare ai lavoratori poveri, ai precari, ai giovani che non vedono nel contratto collettivo uno strumento sufficiente a uscire dalla marginalità.

Serve un salto politico: non basta difendere l’esistente, bisogna ricostruire un’idea di salario come diritto di cittadinanza materiale.


L’opposizione: evocare il salario minimo non basta

Il salario minimo è un tema serio, ma non può essere l’unica bandiera dell’opposizione. È necessario, ma non sufficiente. Perché il problema italiano non è solo il livello dei salari, ma la struttura che li tiene bassi:

  • produttività stagnante;

  • imprese piccole e sottocapitalizzate;

  • lavoro povero normalizzato;

  • evasione contributiva;

  • politiche industriali intermittenti.

Limitarsi a evocare il salario minimo significa non vedere la profondità della crisi. Serve una proposta complessiva: politica industriale, formazione, contrattazione, welfare, fiscalità progressiva. Altrimenti si resta nel terreno delle dichiarazioni, non delle trasformazioni.


Il nodo è politico, non tecnico

L’inflazione ha solo reso visibile ciò che da anni si preferiva ignorare: l’Italia è un paese che ha smesso di proteggere il lavoro.

Il governo non ha una strategia. Il sindacato non ha un progetto. L’opposizione manca di un disegno complessivo.

E nel frattempo salari e pensioni reali scivolano verso il basso, mentre il paese si abitua all’idea che “non si può fare diversamente”.

Da ex sindacalista, dico che è proprio questa rassegnazione il primo nemico da sconfiggere.

 

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