Politica miope: curare non basta, tra migrazioni sanitarie e crisi strutturale
- Rosanna Caraci
- 14 ore fa
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Aggiornamento: 6 ore fa
Le allarmanti considerazioni del Rapporto Gimbe. E domani, martedì 19 maggio, davanti alla Molinette di Torino, presidio con manifestazione in difesa della sanità pubblica dalle 11 alle 13 organizzato dallo Spi-Cgil
di Rosanna Caraci

Tirare i numeri per la giacchetta e convertirli alle proprie colorazioni politiche è un esercizio di narrazione elettoralistica che fanno da sempre le maggioranze e le opposizioni con il rischio non andare oltre alla lettura adattata alle proprie necessità del momento. Guardare al Rapporto Gimbe sulla migrazione sanitaria tra regioni è indispensabile per comprendere le risposte che nuove politiche per la salute prima ancora che sanitarie devono offrire alla popolazione.[1] Alla politica, di qualsiasi colorazione essa sia, non è mai stato troppo chiara la differenza essenziale tra salute e sanità e se oggi ci troviamo a parlare di migrazione sanitaria in aumento non solo dal Mezzogiorno d'Italia al nord, ma anche tra le stesse regioni settentrionali, è probabilmente anche il risultato che senza politiche di prevenzione della malattia ovviamente ci si ammala di più, con i risultati che le risposte territoriali non bastano, che le liste d’attesa si gonfiano, che per avere una visita dermatologica bisogna aspettare due anni e che l’unica panacea diventa, per chi se lo può permettere, la sanità privata.
Il costo delle assicurazioni sanitarie rispetto ai salari medi in Italia
Si aprono a questo punto tanti files meritori di attenzione e approfondimento: il costo delle assicurazioni sanitarie in molti casi proibitivo, considerata la magrezza degli stipendi medi; l’insufficiente promozione di politiche per la prevenzione, che significa in sostanza arrivare prima della malattia che è quella che allo Stato costa di più, in termini di cure e di welfare. Se una lavoratrice o un lavoratore si ammala, non solo non produce, ma diventa un costo in termini di assistenza sanitaria. Cinicamente un business per la sanità privata, ma un flagello per quella pubblica e per lo Stato stesso. Perché alla fine, la questione, ruota che lo si voglia o no, intorno al denaro.
Gli stipendi al netto dell’inflazione, quindi del potere d’acquisto, il dato più citato è che in Italia sono sostanzialmente stagnanti dai primi anni ’90. Secondo analisi OCSE, riprese anche da Istat e Banca d’Italia, oggi il salario medio reale italiano è vicino — o in alcuni confronti inferiore — a quello del 1990.
Negli ultimi anni la situazione è peggiorata ulteriormente: l’OCSE segnala che all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora del 7,5% sotto i livelli del 2021, il peggior dato tra le grandi economie OCSE. Istat ha anche stimato una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali di circa il 10% tra 2019 e 2024. Quindi in sintesi abbiamo salari reali stagnanti dal 1990-1995 a fronte di una perdita recente di potere d’acquisto: soprattutto dal 2021 con l’ondata inflattiva post-pandemia.
Una delle particolarità italiane è che quasi tutti gli altri grandi Paesi europei nello stesso periodo hanno visto una crescita significativa dei salari reali, mentre l’Italia è rimasta quasi piatta per circa 30 anni.
Quindi, per molti italiani una polizza sanitaria privata può essere percepita come costosa rispetto allo stipendio medio o basso, soprattutto perché il sistema sanitario pubblico copre già le cure essenziali tramite il SSN. Perché dover pagare per qualcosa che già si paga? Facendo due conti pratici uno stipendio netto “base” oggi spesso è tra 1.300 e 1.700 € al mese; una buona assicurazione sanitaria individuale può costare 50–120 € al mese. Questo significa destinare circa 3–8% dello stipendio netto mensile solo alla sanità integrativa.
Per chi ha un affitto o il mutuo da pagare, figli, auto, bollette elevate, quella quota può pesare parecchio, soprattutto considerando che in Italia la sanità pubblica esiste già e le tasse la finanziano.
Per questo motivo molti rinunciano del tutto alla polizza privata; altri scelgono coperture molto limitate; tanti usano invece i fondi sanitari aziendali inclusi nel contratto di lavoro, che riducono molto il costo personale. Se in Paesi come gli Stati Uniti l’assicurazione sanitaria è indispensabile, in Italia, invece, è vista più come uno strumento per saltare le liste d’attesa, ottenere rimborsi rapidi, avere camere private e servizi migliori in cliniche private.
Le evidenti diseguaglianze territoriali
Quindi la domanda che molti si fanno non è “posso curarmi senza?”, ma “vale la pena spendere una parte significativa dello stipendio per avere tempi e comfort migliori?” Negli ultimi anni, con salari stagnanti, inflazione, aumento delle liste d’attesa, l’interesse verso le polizze sanitarie è aumentato, ma anche la sensazione che per molte famiglie siano diventate un lusso o quasi.
È per questo che come sottolineato da Nino Cartabellotta nell’ultimo rapporto Gimbe, “La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del Ssn: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi”. Il nuovo report sulla mobilità sanitaria interregionale rilancia l’allarme sull’equità di accesso alle cure, le diseguaglianze territoriali, i ritardi della digitalizzazione e del PNRR e, più in generale, la sostenibilità del Ssn e la disinformazione scientifica.
I dati relativi al 2023, segnalano che la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di € 5,15 miliardi, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3% rispetto al 2022 (€ 5,04 miliardi). Inoltre ha sottolineato come le analisi della Fondazione Gimbe confermino il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal meridione al settentrione del Paese. In particolare, verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le regioni più attrattive.
“Questi numeri – afferma Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono su poche regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie”. Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria.
In Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si concentra il 95,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove. Sul versante opposto, a pagare il prezzo più alto sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna, che insieme assorbono il 78,2% del saldo passivo. “Non siamo più di fronte a semplici differenze regionali – avverte il Presidente – ma a un divario strutturale che nel tempo si è consolidato. In questo scenario, l’autonomia differenziata, con il via libera alle pre-intese per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, amplierà inevitabilmente le disuguaglianze”.
Regioni “attrattive” e pazienti “in fuga”: la situazione in Piemonte
La mobilità attiva si concentra per oltre la metà in Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%), seguite da Lazio (8,9%), Toscana (6,4%) e Piemonte (5,8%). Sul fronte opposto, i maggiori esborsi per cure ricevute dai propri residenti in altre Regioni sono a carico di Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e Lombardia (9,2%), che da sole rappresentano quasi un terzo del totale, con oltre € 400 milioni ciascuna.
Al nord, il Piemonte sembra presentare la sanità con più difficoltà attraverso numeri incontrovertibili. La Giunta regionale, in una recente seduta di consiglio, dopo un confronto acceso, ha ripianato 206 milioni di “buco” delle ASL territoriali spostando risorse da settori come istruzione e università e trasporti, “spostamento” che per le opposizioni altro non sono che tagli ai servizi già tra l’altro deficitari. Ma la situazione è tesa. Sempre secondo Agenas, i numeri più recenti sulla migrazione sanitaria del Piemonte (mobilità sanitaria interregionale) mostrano un peggioramento netto nel 2024. Il saldo tra “mobilità attiva” (pazienti da fuori regione che vengono a curarsi in Piemonte) e “mobilità passiva” (piemontesi che si curano altrove) è stato di circa –24,2 milioni di euro nel 2024; nel 2023 il saldo era circa –8,1 milioni, quindi il deficit è praticamente triplicato in un anno. Nel dettaglio 2024 si registrano entrate da pazienti extraregionali di circa 256,8 milioni €; uscite per piemontesi curati fuori regione: circa 281 milioni €.
Le regioni verso cui i piemontesi migrano maggiormente sono soprattutto Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna. Le motivazioni indicate più spesso sono le liste d’attesa, la disponibilità di specialisti, ospedali di confine più vicini, maggiore attrattività di alcuni poli ospedalieri.
Il Piemonte resta comunque una regione che supera i parametri LEA nazionali (Livelli Essenziali di Assistenza), quindi non è tra le regioni “in crisi” del Sud Italia, ma è considerato un caso negativo rispetto ad altre regioni del Nord che all'opposto attraggono pazienti e hanno saldi molto positivi, come Lombardia (+580 milioni), Emilia-Romagna (+507 milioni), Veneto (+189 milioni). Parallelamente emergono anche problemi strutturali: la carenza di personale, l’aumento dei “gettonisti”, la difficoltà nei pronto soccorso, la crescita della rinuncia alle cure. Proprio perché i numeri non sbagliano mai, nel 2024 il Piemonte avrebbe perso circa 198 medici a tempo indeterminato nel saldo assunzioni/cessazioni; oltre 391 mila piemontesi avrebbero rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria nel 2024 secondo Gimbe.
A fronte di tutto questo mancano ricette che dicano esplicitamente come uscire dal gap creatosi. Quella più concreta resta forse quella della nonna che, quando uscivamo col il freddo senza la sciarpa ci ammoniva “Non ammalarti”. La soluzione sembra questo: meglio non ammalarsi. Per farlo bisogna prevenire la malattia. Per prevenire occorre denaro ma meno rispetto a quello che servirebbe per curare. Avere un lavoro dignitoso, ben retribuito contribuirebbe forse a aumentare innanzi tutto la qualità della vita, a cominciare dalla spesa: sarebbe possibile mangiare meglio, il cibo sano costa di più rispetto al cibo “immondizia”, fare “sport”, muoversi coi trasporti pubblici lasciando l’auto a casa (a patto che i trasporti pubblici funzionino), vivere gli spazi urbani (se il livello di sicurezza percepita fosse elevato).
Tutto ci riporta a sfogliare ancora una volta la “margherita” del modello teorico di salute pubblica elaborato nel 1974 da Marc Lalonde, allora ministro della sanità del Canada: la salute di una popolazione non dipende solo dal sistema sanitario, ma da più fattori e suddivisi in petali. Una margherita che oggi sembra in mano ai Governi che, petalo dopo petalo, scelgono dove tagliare anziché investire.
Note
[1]GIMBE













































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