Piero e Ada, una giovinezza straordinaria di amore e di impegno
- Piera Egidi Bouchard
- 22 ore fa
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Aggiornamento: 2 ore fa
Nell'ambito della ricorrenza del Centenario della morte di Piero Gobetti, pubblichiamo un recente intervento di Piera Egidi Bouchard dal titolo “Piero e Ada Gobetti, una giovinezza straordinaria di amore e di impegno", presentato al Circolo de Amicis di Torino.
di Piera Egidi Bouchard

Ada e Piero abitavano nella stessa casa, a Torino, in via XX Settembre 60, e un giorno - 14 settembre 1918, lei ha 16 anni( è del 1902) e lui 17( è del 1901) -, Ada trova nella cassetta della posta un bigliettino, in cui il ragazzo, in modo simpatico e un po’ supponente, le comunica la decisione di “Fondare un periodico studentesco di cultura che si occuperà di arte, letteratura, filosofia, questioni sociali, ecc... È fatto da soli giovani. Titolo: Energie nove…” Piero chiede ad Ada di comunicargli nomi e indirizzi di probabili abbonati, di indicargli possibili collaboratori, e di inviargli lei stessa degli articoli sugli argomenti che lui indicherà.
Una "particolare educazione sentimentale"
Nasce così, in quella che è stata definita da Ersilia Alessandrone Perona - curatrice dello splendido epistolario “Nella tua breve esistenza-1918-1926” (Einaudi,1991 - N.B. da cui traggo tutte le lettere citate e le pagine finali del Diario di Ada), un unicum della nostra letteratura novecentesca - la loro “particolarissima educazione sentimentale”, che porterà a consapevolezze politiche e intellettuali profonde, all’opposizione al fascismo, alla straordinaria opera di Piero condivisa da Ada. Tre le riviste fondate: “Energie Nove”(1918- 20) “La rivoluzione liberale” (1922-25),“Il Baretti” (1924-28), (che Ada continuerà dopo la morte di lui) e la Casa editrice (1923 ).
Gobetti sarà in contatto e pubblicherà interventi e libri con i maggiori intellettuali dell’epoca, che spesso saranno stupefatti di avere a che fare con un poco più che adolescente: il suo carteggio, pubblicato da Einaudi e curato dal preziosissimo, infaticabile lavoro di Ersilia Alessandrone Perona, è composto da tre tomi di oltre mille pagine ciascuno ed è in preparazione un quarto. Gaetano Salvemini, non certo tenero nelle sue opinioni, notava: “Quei giovani là scrivono e pensano, come pochi padreterni del nostro giornalismo quotidiano. La loro iniziativa è degna di simpatia e di appoggio.” L’incredibile attività culturale di Gobetti attraversa gli anni del formarsi e consolidarsi del potere fascista, che lui analizza con acutissima attenzione: mentre i suoi maestri, come Benedetto Croce, pensano si tratti di una temporanea malattia, Gobetti scava più a fondo nella sua analisi, rivisitando la storia italiana, ed è sua la famosa, fulminante definizione del fascismo come “autobiografia della nazione”.
Nel 1923 ci sarà anche il matrimonio, e nel 1925 la nascita del figlio Paolo, l’esilio e alla morte di Piero il 16 febbraio del 1926.
Ed ecco il loro ritratto: Carlo Levi, scrittore e pittore (autore tra l’altro dei famosi “Cristo si è fermato ad Eboli”, “Le parole sono pietre”) descrive Piero come un ragazzo “alto, magro, con una gran testa di capelli scarruffati biondo-castani, un paio di occhiali di metallo sul naso aguzzo, e occhi vivacissimi e penetranti dietro le lenti". Un ragazzo noncurante del vestire, con tasche perennemente deformate dai libri, ”affamato di cultura”, come si definiva lui stesso. E’ di una famiglia contadina, divenuti poi proprietari di una drogheria.
Ada è, come la ricorda la scrittrice Barbara Allason nel 1919, una “minuta, deliziosa bimba con le trecce sulle spalle, i grandi occhi pieni di fuoco, e tutto fuoco la parola, tutto ardore per i libri che le piacevano, o per la musica”. Il padre, proprietario di un solido commercio di primizie, è fornitore della Casa reale.

L'umile didì
Il 30 ottobre 1918 è il giorno del loro fidanzamento “segreto” (sono troppo giovani per parlarne ai genitori, e per non farsi leggere le lettere che si scrivono, imparano il russo, onde scriverle in caratteri cirillici).
Piero considera Ada “la sua Beatrice”: ”Il mio ideale l'ho incarnato in lei- scrive Piero in un suo “Inizio di un diario”(in op.cit. p.XVI) -. Io sono stato tanto tempo un egoista… Ho dovuto rifarmi un senso morale, un senso forte di vita a 16 anni, in gran parte a 17, e siccome me lo son fatto pensando a lei gliene sarò grato sempre…mi pareva che il guardarla mi dovesse elevare sempre, e poiché la mia volontà non crolla sinché non raggiunge l’ideale, mi sono elevato sempre davvero in una conquista di verità instancabile”.
In una pagina autocritica del 1922, Piero si analizza con crudezza nei suoi limiti e difetti: “Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una fondamentale aridezza e in una inesorabile volontà (..)L’ambiente in cui sono vissuto non mi ha offerto comunicazioni, non ha alimentato i miei problemi; non devo nulla a nessuno. Se ho voluto la storia me la son dovuta creare io; se ho voluto capire ho dovuto vivere; il mio gusto si è formato per un duro proposito. Ho peccato per amore quasi infantile per la cultura, per la filosofia. (...) Dovevo anche fare in fretta; se mi guardo ora vedo proprio il desiderio gretto e feroce del povero che vuol arricchire". E si definisce: “Cinico perché arido, forte perché solo e spregiudicato”.
A sua volta Ada – che molto umilmente si firma didì, con la minuscola, definendosi spesso come “la tua bimba” – poco per volta molto femminilmente (e non dimentichiamo l'educazione delle ragazze in quegli anni d’inizio secolo) rinuncia alla sua forte vocazione artistica di pianista e cantante lirica, per adeguarsi alle esigenze di lui. Piero l’ha spinta allo studio severo della filosofia, e allora dalle vacanze a Ceres lei scrive:” Intanto nelle mie peregrinazioni per i monti, mi porto Platone. Mi metto in un bel prato al sole e comincio a leggere. Ma a poco a poco mi sale intorno l’odore della terra e del timo scaldato dal sole, il vento mi porta il fragore della Stura, ed allora debbo lasciare Gorgia per ascoltare soltanto più(...). Canto allora con la bocca contro la buona terra odorosa la mia canzone pazza, e piango. (...) Sono troppo lieta, sento troppa vita. Troppa? Non so, forse non è mai troppa, ma è tanta, tanta ,tutta da te, per te, amore.”(21 luglio 1920).
Ed ecco cosa pensa severamente, quasi in contemporanea, Piero: “La natura come tale, la campagna verde non mi fa esultare e non mi appassiona. C’è tanta bellezza da indagare in noi, c’è tanta dolcezza nella nostra intimità. Chi rinuncia alla serenità cosciente dell’autocritica per dissolversi nell’esteriorità irreale della natura è ben debole e dappoco! Siamo uomini in quanto critici. (…) Tutti i mistici e gli idolatri della natura vivono fuori del progresso della vita nostra, sono alla posizione ingenua dei presocratici. Noi li possiamo uccidere con l’eterna ironia di Socrate.”
Un’impostazione mentale totalmente diversa
A sua volta Ada, consapevole da subito di essere la compagna a fianco di un genio, annota: ”Ti posso scrivere serenamente che sono calma e ferma, che ogni giorno più forte sento l’orgoglio di essere le tua Beatrice, che ogni giorno più chiara si fa in me la coscienza del mio dovere e della mia responsabilità per poter assolvere la mia missione: che è quella di avvolgerti in un’atmosfera di serenità perfetta dove il tuo pensiero si possa affermare e progredire, di darti la coscienza indistruttibile e sicura di una comprensione certa e amorosa, la certezza di un ardore, di una devozione infinita: di darti la fede, di darti la vita, di darti la felicità, tutto, insomma. È un compito ben grande e forte per una povera piccola bimba come didì". (22 luglio 1920,Torino)
Ada si adatta poco per volta alle esigenze di lui, e si convince a iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia nell‘autunno del ’20. Ma soffre, è un duro combattimento contro se stessa. E in un momento di ribellione a quella vita di impegno totale, annota, a margine di un quaderno di lavoro: “Piero è un angelo iniquo”.
E due mesi dopo, nel maggio del ’21 ecco la sua lettera forse più drammatica: ”Ho tanto bisogno di cantare, Piero, di cantare con tutta l’anima mia, per poter vivere. Tu lo sai: per me ogni cosa è una canzone, una nota folle di gioia o di tristezza. Ho lottato tanto, tu sai anche questo. (…) Ma se io canto invece ,sento che creo qualche cosa: non voglio cantare per avere degli applausi o per qualche altro scopo finale. Voglio cantare, perché quando canto, canta tutta l’anima mia. (…) Per questo mi sono chiesta: ho il diritto di non scegliere quella via in cui c’è l’esplicazione di tutta la mia attività ?. E tu invece hai creduto a un mio capriccio, e mi hai lasciata libera di decidere. E lasciarmi libera così, vuol dire lasciarmi sola. E io non posso essere sola".
Travolta dal superlavoro e da questa quotidiana lotta con se stessa - e anche dall’ansia per la malattia di Piero, che durante il servizio militare intrapreso, nel febbraio – marzo, fino a inizio aprile era stato ricoverato all’Ospedale militare per bronchite e forte deperimento organico - Ada nell’estate seguente si ammala per esaurimento, e a luglio scrive: ”La lunga lontananza dei mesi passati, l’ansia per la tua malattia, la fatica forse per lo studio, mi hanno sfibrata. E negli ultimi tempi non sono stata per te quella che debbo essere. (…) L’amore nostro è come un’armonia perfetta, Piero, fatta dì infinite note: appunto perché è così perfetta basta una nota che cali o cresca perché l’armonia diventi uno stridere disperato. Ed è compito della tua bimba il conservare questa melodia perfetta, pur nel suo continuo mutare e svolgersi". (Torino, 6 luglio 1922).
Ma le pagine più intense sono quelle in cui questa ragazza di soli vent’anni analizza il loro amore.”Oggi vedo con una grande chiarezza la differenza che c’è tra il mio amore e il tuo.(…) (agosto 1922) Per te il mio amore è il solo conforto nei momenti sempre più rari di debolezza, è anche qualcosa di più, forse molto di più: ma è qualche cosa nell’organicità della tua vita. È un’esperienza, nel senso più alto della parola; un’esperienza eterna, infinita, ma sempre un’esperienza. Per me invece questo amore non è qualche cosa nella mia vita, è la mia vita stessa, è l’aria che respiro, è la ragione per cui vivo. In me non c’è nulla che non sia quest’amore e quando tu, caro, prendi il mio capo tra le tue mani, mi pare che l’anima mia passi come per un miracolo in te: come in questo momento in cui, nel pensiero di te, mi pare di scomparire. Tutto il resto, lo studio, il lavoro esistono per me soltanto in armonia col pensiero di te e per me non hanno altro valore intimo che quello di amore. Non credo per questo che tu mi ami meno di quanto io ti amo: anzi, per quanto il mio amore sia immenso, pure sento il tuo ancora più grande. Perché il tuo è amore di creatore e il mio di creatura. In questo non mi pare che ci sia inferiorità mia né superiorità tua. Ma semplicemente in questa differenza la necessaria intima ragione della nostra unità”. (Finalmarina, 7 agosto 1922)
Sono degli adolescenti, ma adolescenti di genio
Per Gobetti – nota Bobbio-“ i principi della politica sono fedeltà a un impegno morale”, in anni in cui “l’Europa intera fu travolta dalla catastrofe dei fascismi”, e, come ha dichiarato il presidente Mattarella in occasione dei 120 anni dalla nascita di Piero (2021): “Egli non piegò mai la testa davanti alle imposizioni del regime, neppure in seguito ad aggressioni squadriste. La sua coerenza, unita a una grande tensione etica, lo ha reso un testimone autorevole della nostra storia nazionale, e anche un maestro per generazioni di democratici che lo hanno conosciuto attraverso la sua intensissima attività di saggista, di storico, di giornalista, di editore".
Ed è significativo che il motto della “Piero Gobetti Editore”, da lui scelto e stampato in caratteri greci sulla copertina dei suoi libri. sia quello tratto da una lettera di Vittorio Alfieri (1801) “Che ho a che fare io con gli schiavi?. Ti moi syn douloisin?) Gobetti infatti si era laureato nel ’23 proprio con una tesi su Alfieri, (“La filosofia politica di Vittorio Alfieri”, poi edita) e questo motto, disegnato da Felice Casorati, fu poi scelto da Ada come logo del Centro Studi intitolato a Piero, fondato nel 1968.
Il significato dirompente e profondo di questo motto è evidente, disegnato in copertina, nel libro che Piero scrisse e pubblicò nel 1924 - dopo l’assassinio - che ha un solo titolo a caratteri cubitali: MATTEOTTI. È un saggio intenso ed emozionante, che ripercorre la vita, gli ideali e le lotte di un personaggio in cui “Gobetti si riconobbe, in un uomo che aveva combattuto con piena consapevolezza, un valoroso caduto sul campo. E infatti conclude il saggio con una frase famosa, che è anche una previsione del proprio stesso percorso futuro ‘Perché la generazione che noi dobbiamo creare è proprio questa, dei volontari della morte per ridare al proletariato la libertà perduta’“. [1]
(N.b. In quegli anni, dopo l’occupazione delle fabbriche nel ‘biennio rosso’ 1920-22, l’interesse di Gobetti si appunta sulla classe operaia, l’unica che, in quanto incorrotta, può attuare in Italia una rivoluzione liberale, cioè liberatrice, e Matteotti, con le sue intransigenti battaglie sociali, ne diventa l’alfiere).
Questa tensione etica è evidente in un dei pochi frammenti autobiografici che abbiamo di Piero, un Inizio di un diario dell’agosto 1919, in cui si analizza impietosamente, ma l’azione, come nel suo maestro, Mazzini, come in Alfieri, diventa la bussola della sua esistenza. E in Energie Nove del settembre di quell’estate in cui si definì la sua scelta esistenziale, Gobetti scelse per la pubblicazione il messaggio di Slataper: “Noi vogliamo lavorare e amare”.
È significativa una successiva lettera ad Ada del 25 agosto del 1922, che è quasi una sintesi di se stesso: “C’è in me una realtà ferrea che non sarà mai sminuita. La mia volontà di autocritica, la mia impassibilità storica. Il mio spirito non è arido come io lo manifesto. Ma il segreto della mia forza è nell’aridità (altro termine fondamentale nel lessico gobettiano, derivante dall’opposizione al contemporaneo dannunzianesimo) che io mi impongo per cui ho superato una tragedia intima più tremenda di tutte le angosce romantiche; catastroficamente cosmica".
Ed è già in quel 1919 che Gobetti prospetta su Energie Nove la nascita di una casa editrice, che avverrà nel ’23, proponendosi come obiettivo “l’esame dei problemi moderni,” per favorire “la formazione di un libero movimento spirituale e di una rinnovata conoscenza politica. È un esperimento nuovo nella storia italiana.[2]”
È quindi una novità, di cui è consapevole, la sua concezione di “editoria militante”, in cui l’azione politico- culturale delle rivista si rafforza attraverso la sinergia con la casa editrice, aprendosi all’apporto della letteratura straniera e alle voci giovani, come scrive in uno dei suoi ultimi articoli su ‘Il Baretti’ (settembre ’25) [3]. Nella chiusura nazionalistica, autarchica del fascismo Gobetti guarda al di là delle Alpi, a un internazionalismo europeo. E condurrà con sé in esilio il progetto di una nuova casa editrice, europea, che sarà stroncato dalla morte.
La Rivoluzione liberale
Commenta Norberto Bobbio: “Mi sono domandato spesso se vi siano altri esempi nella nostra storia di tanta ricchezza, varietà e densità di opere in così breve spazio di sette anni (‘18-’25). Gobetti resta un esempio unico. Se Croce e Gramsci fossero morti a venticinque anni sarebbero ricordati, il primo come un giovane studioso di storia locale, il secondo come una sicura promessa di un giornalismo insieme colto e polemico (‘formidabile polemista ‘ è un’espressione di Gobetti).”[4] Il fatto nuovo che determina una nuova riflessione - l’avvicinamento e poi la collaborazione con la rivista “Ordine nuovo” di Gramsci, (con Tasca, Togliatti e Terracini) - è l’occupazione delle fabbriche del 1920. Piero si avvicina al pensiero di Marx che non deve essere guardato come un “economista, mentre egli è filosofo, storico, profeta, agitatore politico, costruttore di miti.”, e lo accomuna a Mazzini, definendolo anch’esso “il più grande liberale del mondo moderno”. Perché per Gobetti ‘liberale’ ha il significato amplissimo di liberazione dal basso, attraverso la lotta, sull’esempio dei consigli operai propugnati da Gramsci.” La Rivoluzione è liberale perché “liberatrice”.
Riassumendo il suo pensiero: 1) la storia d’Italia, che non ha vissuto la Riforma protestante, ma la Controriforma, e un Risorgimento dominato dalle forze della monarchia, è stata finora una storia di servi, e il fascismo ne è l’estrema conseguenza , è ‘l’autobiografia della nazione’; 2) una rigenerazione può avvenire solo dal basso, attraverso una rivoluzione; 3) il soggetto storico di questa non sarà la borghesia, che, consegnandosi al fascismo ha tradito il suo compito, ma la classe operaia., una classe nuova, non corrotta. “Gobetti – commenta Bobbio - non era corso dietro alla lezione di Machiavelli, ma aveva eretto a suo eroe Vittorio Alfieri, antesignano solitario, inascoltato di una nuova religione, la ‘religione della libertà’”[5]
E nota ancora Bobbio: “Di questa sua solitudine Gobetti fu pienamente consapevole. Anzi, ne fu fiero. Aveva una concezione tragica della storia (...) Credeva in coloro che hanno sempre torto, che hanno torto perché hanno ragione, nei vinti anche se non saranno mai vincitori, degli eretici, che soccombono di fronte ai fanatici amministratori dell’ortodossia, nei ribelli che perdono sempre le loro battaglie contro i potenti del giorno. (...) Una concezione tragica della storia, non disperata. E nella prefazione al suo libro Risorgimento senza eroi, egli nota: “La storia è infallibile nel vendicare gli esuli, i profeti disarmati, le vittime delle allucinazioni collettive’”.
Inoltre scriverà, ancora: “Non si comprende nulla del nuovo pensiero dei giovani se non si avverte che la nostra formazione spirituale è stata in qualche modo interrotta e travagliata per opera del fascismo, che ci ha costretto a una chiusa e severa austerità, a un donchisciottismo disperatamente serio e anti- romantico, quasi fossimo diventati noi i paladini della civiltà e delle tradizioni. “[6]
Dopo la marcia su Roma, gli appare subito chiaro che la lotta al fascismo sarà lunga, perché ci vuole un rinnovamento profondo: “Abbiamo sempre saputo di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione”.[7] Nel 1925 ancora ribadisce: “Ecco in qual senso il problema politico italiano , tra gli opportunismi e la caccia sfrontata agli impieghi e l’abdicazione di fronte alle classi dominanti, è un problema morale”. [8]
L'intransigenza etica
Ed è nel personaggio di Giacomo[9]Matteotti – nel saggio scritto ed edito dopo l’assassinio – che Piero traccia un ritratto che è in qualche modo un rispecchiamento di sé, della sua intransigenza etica: “Sapeva far rispettare la sua solitudine e pochi ebbero le sue confidenze o conobbero la sua vita intima. Si sapeva soltanto che era rigidissimo, sobrio, rettilineo, senza vizi.(...) Questa sicurezza non era sostenuta da una credenza religiosa, ma solo da una fede di stampo austero e pessimistico, nei valori di individualismo e di libertà.” E più oltre, riguardo al fascismo: “Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo".
In seguito alla pubblicazione di questo saggio, ci sarà il famoso telegramma di Mussolini del 1 giugno al prefetto di Torino, chiedendo di rendere “impossibile la vita a questo insulso oppositore di governo e del fascismo”. Già arrestato il 6 febbraio del ‘23, viene nuovamente incarcerato il 29 maggio, e, dopo il dispaccio di Mussolini, il 9 giugno ’24, l’abitazione viene perquisita e varie copie della rivista, oltre a tutta la corrispondenza politica, vengono sequestrate.
Il 10 luglio ‘24 sono pubblicati i decreti governativi che imbavagliano la stampa; il 2 settembre ci sono varie vertenze giudiziarie contro gli scritti di Gobetti; il 5 settembre un gruppo di fascisti lo aggredisce sotto casa. Il 23 settembre, nuovo sequestro della rivista. Il 23 dicembre esce la rivista letteraria “Il Baretti”. Da gennaio ‘25 a fine ottobre si moltiplicano i sequestri de “la Rivoluzione liberale”, uno al mese, un susseguirsi impressionante di 15 sequestri, che porta a una diffida del prefetto, e il 16 novembre il questore di Torino ingiunge a Gobetti di cessare qualsiasi attività editoriale e pubblicistica “in considerazione dell’azione nettamente antinazionale dal medesimo esplicata”. Gobetti in quei giorni è malato per uno scompenso cardiaco, che gli impone più di un mese di letto.
Dopo il matrimonio, l’11 gennaio del 1923, necessariamente la corrispondenza tra i due sposi si fa più rarefatta, ma abbiamo i diari di Ada (dal 1924 al 1926, fino all’esilio e alla tragica morte di Piero a Parigi). Nel ’24 gli sposi erano andati a vivere nella casa acquistata in via Fabro 6 (donata poi da lei al Centro Gobetti fondato con gli intellettuali torinesi nel 1961, e tuttora sede del Centro), e nel ’25 Ada, già incinta, si era laureata con una tesi sul “Pragmatismo angloamericano”.
Continuava l’impegno intellettuale e politico con Piero, nonostante arresti, perquisizioni, sequestri e intimidazioni, le bastonature fasciste, e l’ostilità personale di Mussolini,. In seguito alle percosse, che mineranno la sua fragile complessione, Piero decide l’esilio - con l’intento poi che Ada e il bambino Paolo (nato nel frattempo, il 28 dicembre del 1925) lo raggiungano - con il sogno di fondare un’altra casa editrice (dopo la precedente, fondata nel 1923), questa volta internazionale, un “centro di cultura europea”.
Di fronte a questa decisione, Ada annota: “Ora più che mai devo darti pace e non inquietudine, far tacere l’angoscia del mio cuore che vorrebbe urlare. Tu partirai, amore, quando vorrai: io ti darò fino all’ultimo il sorriso della mia fede”. E c’è ancora un bellissimo dialogo tra i due sposi: “Sei tu che mi hai creata. - scrive Ada - Tu mi hai dato tutto, non io. Non ero che una piccola bimba un poco folle che correva nel vento, le mani piene di fiori, le labbra aperte a una eterna canzone”. E Piero a sua volta: “Che importa che tu fossi una piccola creatura ancora un poco inconscia? Tu mi hai insegnato una cosa che da solo mai avrei potuto imparare: il sacrificio (..) La mia esperienza era tutta intellettuale, libresca, e tu mi hai comunicato l’ansia degli affetti e il vittorioso palpito della vita: la mia volontà era rigida e fredda e tu l’hai illuminata col tuo ardore e la tua devozione; la mia anima era arida e vuota e con il tuo sorriso tu mi hai insegnato a benedire la vita.”
La Resistenza
Il 3 febbraio c’è il dolore lancinante della partenza di Piero.[10] “Nell’ora in cui tu sei partito - scrive Ada – una nevicata fitta, bianca, improvvisa. Quasi avesse voluto, gelida e chiara, irrigidire un poco lo strazio della separazione. Anche tu hai sofferto, lasciandomi: tremavano anche nei tuoi occhi le lagrime, quando hai rialzato il capo dopo aver baciato la fronte del piccolo che dormiva queto con le manine aperte e tese come a un saluto. Mi hai stretta al cuore appassionatamente, ma poiché un poco tremavo e non sapevo dominare l’angoscia, mi hai detto: ’Non turbarti: il bambino non deve soffrire. Verrai presto anche tu e saremo tanto felici. Ma se ora piangi, come posso partire sereno?’ Ho compreso che il mio dovere era ancora di sorridere e ti ho sorriso baciandoti, vincendo la pena".
E pochi giorni dopo, il 16 febbraio 1926, c’è la notizia della morte di Piero a Parigi, a neanche 25 anni, e il grido straziato di lei non può se non esprimersi in frasi smozzicate, che sono naturalmente dei versi:
Non è possibile
Non deve essere possibile
Non pensare, non pensare, non impazzire
Il bambino non deve soffrire, non deve piangere cercando inutilmente il suo latte.
Tutta la vita ti resta per piangere, per soffrire.
Ma ora devi pensare a suo figlio.
La vita di Ada sarebbe ancora stata lunga e feconda, morirà nel 1968.
Durante la Resistenza tra Valsusa, a Meana, e Torino sarà - come le fu riconosciuto alla Liberazione - “commissario politico” delle formazioni di “Giustizia e Libertà”, poi decorata con medaglia d’argento, e scriverà - sotto impulso di Benedetto Croce che aveva conosciuto e stimato Piero, e che d’estate villeggiava a Meana - quel “Diario partigiano” (Einaudi,1956n e 1996), annotato giorno per giorno, che è un capolavoro della letteratura resistenziale. In Torino liberata sarà nominata dal CLN vicesindaco – la prima donna in tale incarico – e si occuperà in particolare dell’assistenza a quei soldati meridionali che l’8 settembre del’43 si erano uniti ai gruppi partigiani (uno studio dell’Istoreto ne ha calcolati 6.000 nel Piemonte) e che non potevano ancora rientrare immediatamente al Sud, a guerra finita[11].
Fonderà nel 1959 una rivista di pedagogia “Il giornale dei genitori”, che sarà continuata alla sua morte (1968) da Gianni Rodari. Scriverà di attualità giornalistica su varie riviste. Si occuperà di trasmettere la memoria, la biblioteca e gli scritti di Piero Gobetti, fondando il Centro studi a lui intitolato[12].
Nelle ultime pagine del suo diario, dopo la morte di Piero, aveva scritto: “Nella tua breve esistenza c’è stato tanto ardore, tanto lavoro, tanta gioia, da farla più ricca e felice di tante altre lunghissime vite: e non c’è stato in essa nulla di laido, di imperfetto, di malsicuro. È stata tutta luce: una parabola breve, dall’intensità luminosissima (...). E penso che tu non vorresti che ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro, e un esempio”
In questo anno 2026. cent’anni dalla morte di Piero, e il Centro Gobetti e altri enti e associazioni proseguono a ricordarlo con molte iniziative.
Ma siamo convinti che non si può ricordare Piero senza la sua Ada.
Note
[1] P.Gobetti ,cfr. il saggio di Ersilia Alessandrone Perona in ”L’editore ideale”, a cura di Pietro Polito e Marta Vicari, Fano, ArasEdizioni 2023, pp.148-149.
[2] ibidem,p.109
[3] Ibidem, cit. nel saggio di Marta Vicari, pag.128-29
[4] AA:VV, Piero Gobetti e il suo tempo, Centro Studi Gobetti, p.3
[5] Ibidem,p.18-19
[6] Ibidem,p. 14
[7] Ibidem, p.15
[8] ‘ Il nostro protestantismo’ ,cit. in Paolo Di Paolo , a cura di :“GOBETTI- Resistere al fascismo”, Garzanti,2023,p.76-78
[9] Cit in Paolo di Paolo,op.cit.,p.60 e 63
[10] ) Sugli ultimi giorni di Gobetti e il suo viaggio verso l’esilio cfr. Bruno Quaranta, “Le nevi di Gobetti”- prefazione di Paolo Borgna, Passigli Editori,2020
[11] ) Cfr. La testimonianza di Nino Criscuolo, in P. Egidi Bouchard “...Eppur bisogna andar...”,Claudiana,2005, p.123.
[12] ) Cfr. in particolare AA.VV.” Per una storia della cultura a Torino e in Italia- Atti per il 60mo anniversario del Centro studi Piero Gobetti”, a cura di Pietro Polito, Biblion edizioni, Milano, 2026













































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