Ma davvero l’omicidio di Bakari ricade soltanto sulle spalle dei sei ragazzi tarantini?
- Vito D'Ambrosio
- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min
di Vito D'Ambrosio

Alba del nove maggio 2026. a Taranto muore ucciso da sei ragazzi, dei quali quattro sono minorenni, Bakary Sako, operaio agricolo, trentacinque anni. Proveniva dal Mali e stava andando al lavoro nei campi. Il gruppo lo assale. Tre coltellate lo abbattono. Dal bar dove aveva cercato rifugio viene cacciato e, di fatto, consegnato ai suoi aguzzini.
I sei pagheranno in tribunale la loro colpa. La responsabilità dell’atto è tutta nelle loro mani. Non c’è dubbio. Ma possiamo chiudere così la vicenda? Arrestati i responsabili, denunciato il barista per non aver prestato soccorso. la storia va in archivio? Questa scena mattutina di violenza che si esaurisce in un dramma non ci interroga oltre l’aspetto meramente giudiziario e penale?
Su Melting Pot Europa, un “progetto editoriale e di comunicazione sociale nato nel 1996”, Antonio Ciniero, docente di Sociologia delle Migrazioni presso l’Università del Salento, scrive: “La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale”.[1]
La trama a cui allude Ciniero è fatta di “parole, campagne politiche, dispositivi giuridici, rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo sempre più evidente, l’Italia”. In altre parole, la tragedia di Taranto non nasce a caso. La violenza ha trovato e trova alimento in un “clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre”.
Questa morte non è un'eccezione. È il risultato, scrive Ciniero, “di un clima costruito giorno dopo giorno, di un linguaggio che disumanizza, di politiche che trasformano i migranti in problemi di ordine pubblico, di dispositivi che producono esclusione, ricattabilità e marginalità sociale”.
Note
[1]https://www.meltingpot.org/2026/05/lomicidio-di-bakary-sako-e-la-normalizzazione-della-violenza-razzista/#12d26717-87a8-47b9-9822-3aebe05538d4













































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