Osservando i nostri tempi
- Domenico Cravero
- 24 ore fa
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Nostalgia di una sana paternità
di Domenico Cravero

Apparentemente gravidanza e parto coinvolgono solo le donne, ma in realtà riguardano direttamente i maschi, i quali per paura, per imbarazzo o noncuranza partecipano ancora troppo poco al lavoro di cura nella famiglia e nella società. Il tempo che un padre trascorre in modo partecipativo con la mamma e la sua affettuosità dipendono non solo però da stili di vita e cultura ma anche da vari cambiamenti ormonali e neurali anche nei maschi. La capacità di adattamento si sviluppa, infatti, in rapporto ai bisogni dei neonati. Quando adulti e neonati instaurano un contatto corporeo, i loro impulsi e le loro menti si sincronizzano. Anche nei neo-padri avviene, per esempio, un calo di testosterone. Creare con il padre un rifugio d’amore, invece, produce nei figli e nei padri una profonda gratificazione. La donna potrà così fare passo indietro per permettere ai padri di entrare a pieno titolo nel mondo dei piccoli che, fin dai tre mesi, lo cercano, lo vogliono.
Il compito del padre però è stato impoverito e drasticamente ridotto nell'attuale privatizzazione della famiglia. Eppure la paternità è una dimensione essenziale per la crescita dell'autonomia dei figli. Lo spazio paterno non si esprime soltanto nell'intimità dei rapporti personali, ma svolge una precisa funzione sociale: apre all'altro e inserisce nella collettività. La giusta contestazione del padre poco affettivo e autoritario non deve eclissare il compito essenziale del padre familiare e sociale.
Alcuni valori della paternità sembrano essere costanti nonostante l’evoluzione evidente dei costumi e delle sensibilità educative. Altri invece sono nuovi, stimolati dagli attuali cambiamenti culturali.
L'indicazione di metodo di Tommaso D'Aquino
Un’indicazione di metodo per la comprensione del ruolo paterno in un tempo di crisi, straordinariamente attuale se pur storicamente molto distante da noi, può essere colta da un importante genio del passato: Tommaso D’Aquino. Il grande filosofo ha spiegato il significato del matrimonio come congiungimento del padre alla diade madre-bambino. Questo passaggio è reso necessario, secondo il suo pensiero, da quattro ragioni: il piccolo dell’uomo ha bisogno di un tempo di crescita prolungato, il suo sviluppo mentale e psicologico non richiede solo l’apporto della madre (come avviene per i cuccioli animali), esige anche l’intervento del padre [1]. Il contributo biologico del maschio è però irrilevante rapportato a quello materno. Il padre ha bisogno, quindi, del riconoscimento della madre per sentirsi legittimato a considerare il figlio come proprio [2]. Il padre si attacca al bambino, quindi, a causa dell’affetto che riceve dalla madre di suo figlio [3]; l’amore dei due genitori si trasmette attraverso il legame sessuale fedele, la reciproca premura con cui donna e uomo si amano (“mutuum fidele obsequium”) che costituisce, appunto, insieme alla fecondità biologica, il fine del matrimonio [4]. Il matrimonio è quindi il dono (munus) della madre (matris) che nel suo amore appassionato riconosce il padre di suo figlio, promuovendone un attaccamento sicuro, attraverso legami familiari, fatti di rispetto e mutua “venerazione”. Il “patrimonio” è invece il contributo maschile alla crescita del figlio: tutto ciò che contribuisce alla sua autonomia è il dono (munus) con cui il padre rende libero il figlio.
Queste intuizioni sono integrabili con le attuali acquisizioni della psicologia evoluzionista e dell’antropologia culturale che attribuiscono un insostituibile valore al ruolo paterno nell’educazione. I bambini accompagnati dai padri risultano, infatti, secondo i dati empirici raccolti dalle ricerche, più decisi nei loro compiti sociali e più miti nelle relazioni. Il padre, soprattutto, è il testimone di quel rapporto umano (l’autorevolezza, l’affidabilità) entro il quale si sviluppa la vita personale (il debito familiare) e quella sociale (la trasmissione della cultura).
Gli studi di Jean Luc Marion
Un originale contributo per la comprensione della paternità nell’attuale cultura possiamo invece raccoglierlo dal fenomenologo francese vivente Jean Luc Marion. L’attuale società è fortemente competitiva e materialista: la nascita e la conseguente genitorialità, invece, sono un atto di gratuità.
Nessun calcolo economico o concorrenziale potrebbe spingere una donna e un uomo a volere un figlio. Secondo il filosofo quindi, la paternità sarebbe la massima espressione della mancanza di calcolo. La gratuità presuppone – lo sappiamo una condizione in cui donatore, dono e donatario scompaiono lasciando intravedere la più pura condizione del dono.
Nel padre, infatti, il donatore scompare. La “mancanza” è la sua caratteristica. Egli è presente solo al momento della procreazione, per il resto non è biologicamente necessario. Il rapporto che instaura è di natura simbolica: il padre diviene tale quando riconosce il figlio e quando è da lui riconosciuto (se la madre glielo permette). Un padre che “sta sempre là” per controllare ogni cosa, sarebbe un cattivo padre, possessivo e onnipresente quando si comporta da tiranno oppure inconsistente, quando si riduce a fare il compagno di gioco dei suoi figli. Compito del padre è generare all’autonomia, è far crescere. Il suo apporto è una “ferita”, un taglio, una negazione, più che un’affezione.
Se poi il padre non fosse “colui che manca”, la filiazione non sarebbe un dono ma un possesso. Anche il donatario è così “assente”. Il figlio è incapace di rendere ciò che riceve e sarà sempre in qualche modo “ingrato”. Potrà, certo, aiutare i suoi genitori, ma mai potrà restituire loro ciò che da loro ha ricevuto: la vita.
Il padre dona la vita, il tempo, il nome, ma nel senso più rigoroso, non dona niente. La vita e il tempo non gli appartengono. Anche il cognome non è il suo, ma quello della famiglia d’origine. Il nome di battesimo, se i genitori sono credenti, è quello di un santo. In questo caso, affidandolo a un testimone della fede, il padre credente rinuncia esplicitamente a ogni possesso, anche il dono si annulla.
Nella paternità sono infrante le regole dello scambio; qualora non fosse così, la paternità sarebbe tradita. Nella paternità non ci può essere reciprocità: il padre non può essere l’amico, il compagno di giochi, il confidente paritario. Parecchi decenni fa lo psicanalista Alexander Mitscherlich (1963) aveva preannunciato l’avvento di una “società senza padre”. In parte è avvenuto proprio così, ma la nostalgia di una sana paternità non si è ancora assopita.













































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