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Ebola, sotto i riflettori soltanto se il contagio s'avvicina a noi

di Alberto Scafella


Ogni volta che l’Africa viene travolta da una nuova emergenza sanitaria, la scena si ripete uguale a sé stessa, con una raffica di comunicati ufficiali, conferenze internazionali, appelli alla cooperazione, fotografie di rappresentanti istituzionali davanti a bandiere blu dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e loghi di grandi ONG occidentali. Poi, però, spente le telecamere, restano gli ospedali senza medicine, i medici senza protezioni, le famiglie senza assistenza. Ebola, in fondo, racconta anche questo gigantesco paradosso contemporaneo: l’Africa è probabilmente il continente più fotografato dalla solidarietà internazionale e allo stesso tempo uno dei meno realmente protetti.

Da anni si spendono miliardi in cooperazione, missioni umanitarie, programmi sanitari, summit globali. Ma ogni nuovo focolaio del virus ebola dimostra che esistono ancora aree immense della Repubblica Democratica del Congo dove basta un contagio per trasformare intere province in zone di panico sanitario.

La domanda allora diventa inevitabile: dov’è tutta questa macchina internazionale quando il virus continua a colpire lontano dai riflettori?

Naturalmente sarebbe ingeneroso negare il lavoro eroico di molti operatori sanitari, volontari e missionari che spesso rischiano la vita sul campo. Senza di loro il bilancio sarebbe persino peggiore. Ma proprio per questo il contrasto appare ancora più evidente: enormi strutture burocratiche internazionali convivono con uomini e donne lasciati a combattere quasi da soli e isolati.

Il problema è che troppo spesso l’Africa diventa il teatro perfetto della solidarietà esibita. Una solidarietà che funziona bene nei convegni, nelle campagne di raccolta fondi, nei report patinati delle organizzazioni internazionali, molto meno quando si tratta di costruire sistemi sanitari stabili, laboratori permanenti, reti epidemiologiche realmente efficienti.

Ebola non offre la narrativa semplice della beneficenza emozionale. Non è una carestia da raccontare con immagini struggenti e immediate. È una malattia complessa, spaventosa, costosa da contenere, che richiede presenza continua, organizzazione, controllo del territorio, formazione locale. In altre parole, richiede meno propaganda e più struttura.

Per anni il virus ha ucciso migliaia di africani quasi nell’indifferenza generale. Oggi invece, appena si teme che il contagio possa superare i confini regionali, il mondo torna improvvisamente ad accorgersi dell’esistenza di Ebola. È il solito riflesso occidentale: la tragedia umanitaria diventa emergenza politica soltanto quando può riguardare noi. E allora riappaiono gli esperti televisivi, le riunioni straordinarie, gli allarmi diplomatici, i protocolli aeroportuali. Ma resta una domanda che pesa come un’accusa: se la stessa attenzione fosse stata mantenuta costante negli anni passati, quanti morti africani si sarebbero potuti evitare?

L’Africa non ha bisogno di essere raccontata soltanto come destinataria di aiuti. Ha bisogno di essere considerata parte integrante della sicurezza sanitaria globale. Perché i virus non leggono i confini geopolitici, ma soprattutto perché la dignità umana non dovrebbe dipendere dalla vicinanza geografica al mondo ricco. Ed è forse questo il punto più amaro: Ebola non ha improvvisamente scoperto il mondo. È il mondo che si accorge di Ebola soltanto quando inizia ad averne paura.

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