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Punture di spillo. Un don Abbondio del XXI secolo: "Non dovevano partire"

Aggiornamento: 2 mar 2023


a cura di Pietro Terna


Davanti alla costa calabra, a 100 metri da terra, l'ennesima tragedia del mare di disperati per sfuggire dalla fame e dalla guerra: il barcone si è spezzato e in tanti sono morti. Provenivano da Izmir, l’antica Smirne, ma il loro viaggio era iniziato dalla Siria o dall’Iran o da molto più lontano: dal Pakistan e soprattutto dall’Afghanistan. Ce l’avevano quasi fatta, adulti e tanti bambini. Nel mare in tempesta si erano probabilmente accorti che un aereo li aveva avvistati, ma poi nessuno è andato a salvarli o almeno a accompagnarli. Il mio sito web[1] da un anno è pavesato a lutto e, dopo l’inizio della guerra, ci sarebbero state tante altre occasioni per mostrare il nastro nero. Questa è la più importante.


Le parole dell'ex prefetto ora ministro

Un ministro della Repubblica, un ex prefetto, ha detto che non dovevano partire, poi ha spiegato che intendeva dire “fermatevi, verremo noi a prendervi”. Sottolineo “prefetto”, cioè chi rappresenta direttamente lo Stato di fronte ai cittadini in tantissime occasioni solenni e anche drammatiche; per questo si usa nei suoi confronti l’appellativo Eccellenza. “Non dovevano partire” forse si può dire al bar…

Rovescio questa volta l’ordine consueto per cui gli “spilli” terminano con il riferimento a un brano musicale, per richiamare l’antica Deus ti salvet Maria, l'Ave Maria sarda. Vi invito a ascoltarla[2] come è stata presentata da Fabrizio De André: nella sua alternanza di piani e forti è anche un urlo contro l'indifferenza dimostrata dalle massime cariche dell’esecutivo. Grazie a chi, con le proposte musicali, mi aiuta a comporre questi testi.

Per quei morti che “non dovevano partire” ho raccolto i dati economici dei paesi di provenienza, più vicini o molto distanti. Per inquadrare quei dati annoto che negli USA il PIL annuo pro-capite è di circa 60mila dollari, con la produzione del 24% del PIL mondiale. Per l’Italia registriamo 32mila dollari e il 2.4%. Procediamo in ordine alfabetico, utilizzando l’atlante della complessità economica, spesso richiamato in queste note: si trova online[3] e per comodità di chi legge le figure che spiegano i quattro paesi considerati sono riportate a https://terna.to.it/spillo20230302/. I nomi sono quelli dei paesi seguiti da E per esportazioni, map per la carta mondiale e share per la quota sul commercio mondiale. I valori del PIL provengono aa una fonte separata.[4]

Afghanistan[5]


Registra 40 milioni di abitanti, la capitale è Kabul, il paese è stato teatro di occupazioni militari da parte dell’Unione Sovietica e poi dagli Stati Uniti che, dal 2001 al 2022, hanno cercato inutilmente di mettere sotto controllo i talebani e infine se ne sono andati, lasciando tutti nel caos. L’Afghanistan possiede preziosi giacimenti di litio e niobio, ma non li utilizza. L’unica coltivazione redditizia è il papavero da oppio, con conseguenze gravissime per il coinvolgimento nel commercio della droga.

Il PIL pro-capite è poco più di 500 dollari all’anno; quell’economia produce lo 0.02% del PIL mondiale. Nelle figure riportate online si legge la dipendenza da Cina, India e Pakistan, sia pure in misura assai limitata, come si vede dalle quote nel commercio mondiale. Per alcuni anni si era affacciata una timida presenza di esportazioni nel campo ICT (information communication technology) con un piano governativo[6] di sviluppo del settore, ma poi tutto è stato travolto dalle tragiche vicende nazionali.

Iran[7]

Con capitale Teheran, ha una popolazione di quasi 85 milioni di abitanti e un’economia che, in un passato anche recente, dal petrolio si orientava verso un solido sviluppo manifatturiero, ora compromesso dal clima di repressione di cui leggiamo le ondate raccapriccianti. La dimensione economica è superiore a quella delle altre aree da cui provenivano le vittime del naufragio: il PIL pro-capite è di 5.600 dollari; dall’Iran proviene lo 0,56% del PIL mondiale. La mappa delle relazioni è fortemente orientata verso Cina e Russia, ma con quote del commercio mondiale che, una volta caduto l’export di petrolio per le sanzioni occidentali, sono limitatissime.

Pakistan[8]

È il quinto paese più popoloso al mondo, con oltre 238 milioni di abitanti e ha una storia travagliatissima. La capitale è Islamabad. Il PIL pro-capite è di 1.400 euro con un contributo al PIL mondiale limitatissimo: 0,38%. Negli scambi internazionali conta molto il settore tessile, certo con prodotti a bassa tecnologia. Il paese si orienta però a uno sviluppo qualitativo e molte aziende tecnologiche pakistane contribuiscono all’esportazione di software e servizi collegati. La mappa del commercio indica legami diffusi, ma le uniche quote significative sono ancora quelle del tessile.

Siria

Con una popolazione di oltre 18 milioni di abitanti e capitale Damasco, dopo così tanti anni di guerra e distruzioni, i dati sono impossibili da valutare. Nel 2015 il PIL pro-capite era di 2.900 dollari, ma si tratta di un dato ora privo di significato. La mappa delle relazioni di esportazione indica legami con Turchia, Arabia Saudita e Egitto, ma le quote nel commercio mondiale sono ora quasi irrilevanti.


***


Forse il “non dovevano partire” non esprime una posizione molto informata della realtà! Che fare per i tanti paesi del mondo in condizioni di così grave povertà e disagio? È il problema dei problemi e si intreccia con tutti gli altri, dalla guerra all’ambiente, alla convivenza sociale. Riporto la frase finale di uno “spillo” sulle diseguaglianze, misurate da un rapporto[10] tra il paese più ricco e il più povero di 256 a 1: se in dieci anni si riducesse anche solo di un quarto quello spaventoso divario, il mondo sarebbe soltanto un po’ meno diseguale, ma sarebbe in movimento nella direzione giusta. Proviamo a pensarci in questi giorni di lutto.

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