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Osservando i nostri tempi

Tempo di vivere, tempo di rabbia

di Domenico Cravero


Viviamo un tempo triste. C'è troppa rabbia in giro, troppe brutte notizie entrano nelle nostre case. Di fronte al deserto che avanza, alla terra sempre più desolata, siamo tutti impegnati a contrastare i comportamenti aggressivi e a costruire alternative di vita.

Le quattro forme dell’angoscia studiata da Frtiz Riemann (“Le quattro forme dell’angoscia”) descrivono atteggiamenti e stili di vita sempre più diffusi non solo nella popolazione giovanile. Possono costituire una traccia sintetica per una visione sintetica degli agiti violenti e individuarne le origini. 


Il bullismo

La prima forma di violenza scaturisce dal comportamento ossessivo, che si pone obiettivi grandiosi ma è caratterizzato da una bassa soglia di sopportazione della frustrazione. Il tendenziale disprezzo degli altri e l'atteggiamento facile della critica distruttiva, diffondono quella cultura dell'opinione che in realtà nasconde l'ansia della propria impotenza. Questa forma di angoscia spiega il diffondersi di una forma di comportamento aggressivo, preoccupante perché riguarda le scuole dei bambini e degli adolescenti e va sotto il nome di “bullismo”.

I media danno puntualmente risalto a questo diffuso fenomeno portando alla luce fatti spesso sottovalutati o non presi in considerazione per omertà. La forma più diffusa è verbale (dicerie, calunnie, emarginazioni). Diventa anche fisica, attraverso prepotenze e sopraffazioni, dirette e indirette. Il cyberbullismo degli adolescenti italiani, fatto emergere in numerose ricerche, fa ricorso all’uso del web per produrre minacce, calunnie, infamie. Il bullismo è un comportamento aggressivo di tipo particolarmente crudele perché diretto in modo continuativo verso una vittima che non è in grado di difendersi. In questo genere di violenza è assente la motivazione economica: lo scopo è l’umiliazione della vittima.


Cultura nichilista

La forma depressiva dell’angoscia vive, come inferiorità o come colpa, l'impossibilità di realizzare tutte le possibilità. Si rivela incapace, cioè, di accettare e di prendere in considerazione il limite (e la morte). La cultura nichilista libera dall'impegno e dispensa dall'assunzione della responsabilità ma non risparmia l'angoscia che alimenta le forme di dipendenza, di perdita del piacere e, in certi casi, di negazione della vita. Mentre si rifiutano il limite e la misura, si assiste impotenti alla perdita del piacere (l’anedonia) e alla deriva della noia. Con il termine “teppismo” s’intende la violenza agita verso le cose. Bande di ragazzi o singoli bambini o adolescenti si dedicano al vandalismo e alla devastazione, apparentemente senza scopo. D. Winnicott definisce la tendenza antisociale come una condotta simbolica, attraverso due modalità: il furto e la distruzione.  “Il bambino che ruba l’oggetto non cerca l’oggetto rubato ma cerca la madre sulla quale ha dei diritti”. L’agito aggressivo è la ricerca dell’abbraccio materno perduto, capace di contenere e porre rimedio alla violenza originaria.


Cultura narcisista

Nella forma schizoide dell’angoscia, la tendenza a evadere dalla realtà e la seduzione dell'immagine impoveriscono il rapporto della persona con se stessa, con gli altri, con le cose, nel vano tentativo di recuperare in estensione quanto si è incapaci a realizzare in intensità. Allo stesso modo in cui, nella cultura narcisista, tutto diventa impersonale: la povertà dei sentimenti e la fuga dalla realtà non alimentano che la fantasticheria come illusoria espansione della libertà. Sue conseguenze sono l'esteriorità e l'ostentazione; il comportamento frequente è quello blasé (G. Simmel). Gli individui, privati del sostegno della solidità dei legami interpersonali, cercano una difesa contro lo sradicamento di cui si sentono minacciati e diventano calcolatori, diffidenti, “riservati”. Nella famiglia contemporanea lo spazio dell’incontro genitori e figli si va assottigliando perché sempre più occupati innanzitutto del benessere economico. La dimensione dell’avere diventa la modalità privilegiata, attraverso cui si regolano i rapporti familiari. Spesso manca agli adulti un comportamento autorevole, eticamente coerente. Lo scarso coinvolgimento emotivo e la deprivazione affettiva sono all’origine di nuove forme di violenza domestica, dove l’aggressione fisica, le minacce e l’intimidazione possono essere agite anche dai figli verso i genitori o i fratelli.


Cultura dell'immediato

La frustrazione, derivante dalla incapacità di decidersi per un progetto coerente di vita, produce un generale senso di insoddisfazione perché il desiderio, quando si confonde con l'illusione fantastica (la dinamica isterica), non può che fallire, frammentandosi senza coerenza. La cultura dell'immediato promette un’eterna pubertà dove tutto è possibile e indeterminato. L'esperienza dello zapping a lungo diventa frustrante: alla sovrabbondanza delle intuizioni (che mai si realizzano) si alternano i sentimenti della paura e della perdita. Questa condizione di vulnerabilità porta alla dipendenza e all’impossibilità di instaurare rapporti interpersonali gratuiti. Nell’insubordinazione, il bambino o l’adolescente mancano, in modo grave, con parole e comportamenti, riguardo il rispetto e il dovere cui sono tenuti sia in famiglia, a scuola e nella società. Si tratta di azioni e di manifestazioni aggressive che denunciano la perdita del valore del limite, dove il mito individualistico del “farsi da sé” palesa la sua contraddizione e si rovescia nell’impossibilità della relazione. La diffusione dell’insubordinazione (i figli che comandano i genitori, gli allievi gravemente indisciplinati) è un segnale evidente dell’attuale emergenza educativa. Il criterio della gratificazione istantanea come “regola” del comportamento non può che procurare una profonda delusione della vita facile, senza sforzo e senza conflitti, e attivare forme anche violente di agitazione e di perdita della sensibilità.

 

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