Per passione, non solo musica e parole...
- a cura del Baccelliere
- 16 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Dall'anima di Charles Mingus a Lester Young attraverso Joni Mitchell
a cura del Baccelliere

Joni Mitchell ovvero la personificazione della complessità. Come una montagna. Si può guardarla da più versanti. Da vicino o da lontano. Ha profili innumerevoli e tutti affascinanti. Il pretesto per parlarne è Joni’s jazz, quadruplo cd - ma disponibile anche nella monumentale versione da 8 LP - uscito a inizio autunno che indaga sul rapporto dell’artista canadese con l’universo della musica afro americana. 61 canzoni. Un arco di tempo che va dal 1968 al 2022. Brani registrati in studio, riprese dal vivo, versioni alternative e inediti - pochi questi ultimi in verità, servono ad indagare una personalità multiforme. Molti compagni di strada, da Herbie Hancock e Jaco Pastorius, da Michael Brecker a Wayne Shorter a cui il lavoro è dedicato.
Joni Mitchell, pseudonimo di Roberta Joan Anderson (1943), nasce con il folk negli anni sessanta. A 9 anni aveva contratto una forma di poliomielite che le aveva causato una debolezza alla mano sinistra. Per ovviare a questa limitazione si dedicò allo studio e alla sperimentazione delle accordature aperte, arrivando a utilizzarne una cinquantina - numero eccezionale nel folk degli anni ‘60 (nella foto, durante una performance nel 1963)
Questa scelta ebbe un rilievo notevole nel momento del suo passaggio al jazz. Il suono delle accordature aperte ha un che di sospeso, quasi ambiguo, che stimola la creatività e l’improvvisazione. Sfruttando queste peculiarità, Joni ha trasformato un limite fisico in una grammatica musicale nuova. Nel jazz Joni Mitchell si presenta in continuità con il suo passato. L’evoluzione è allo stesso tempo la reinvenzione di un linguaggio.
A parere di chi scrive, Joni’s jazz, oltre a farci scoprire una quantità impressionante di grande musica, spinge a riflettere su che cosa sia il jazz. Difficile darne una definizione, in quanto musica che si è nutrita da sempre di spunti fra i più diversi e continua a farlo ancora. Il jazz oggi forse è meno popolare ma non meno vivo. Si è un po’ attutito lo spazio simbolico che occupava fra gli anni ‘40 e gli anni ‘60, ma è possibile trovarne tracce in artisti che non si definiscono jazzisti. Non un genere - termine che ha sempre meno significato - ma un punto di vista o di osservazione. In questa prospettiva siamo grati a queste quasi cinque ore di musica. Joni Mitchell è stata una continuazione coerente del jazz, ci è entrata dentro come avevano fatto Armstrong e Ellington prima e Davis e Mingus poi, mettendolo in crisi e ricavando da questa crisi un nuovo approccio.
A proposito di Mingus, una pietra miliare dell’opera della cantautrice canadese è il disco del 1978 dedicato alle sue composizioni. Chiudiamo allora con Goodbye pork-pie hat. Qui possiamo incontrare l’anima di Mingus e quella di Lester Young che la voce di Joni Mitchell rievoca con malinconia e passione[1]
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