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Come nasce l'inaudito musicale: il caso del banjo di Béla Fleck


a cura del Baccelliere


Si dice che gli strumenti musicali, esercitando il proprio fascino, scelgano chi li suonerà.

Capita così che uno si chiami Béla, proprio come Bartók. Che non sia nato nell’Europa centrale ma a New York, nel 1958. Che, nonostante sia nato a New York e non a Nashville o a New Orleans, suoni il banjo. Stiamo parlando di Béla Fleck, nome completo Béla Anton Leoš[1] Fleck. Un personaggio anomalo che suona uno strumento anomalo.

Il banjo appartiene alla tradizione rurale americana, a quella provincia in cui impera la musica country. Ed ha conosciuto un impiego come strumento ritmico-armonico nel jazz delle origini. Per un newyorkese a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo questa funzione - in entrambi i casi piuttosto caratteristica - può apparire come una limitazione. Partito dal bluegrass, Béla Fleck è stato influenzato dal clima eclettico della Grande Mela. Alla High School of Music and Arts di New York, che iniziò a frequentare negli anni ‘70, il banjo non era insegnato[2]. Per questo si adattò a studiare per conto proprio.


Fotogramma tratto dal film "Un tranquillo week end di paura" che diede risonanza internazionale al benjo
Fotogramma tratto dal film "Un tranquillo week end di paura" che diede risonanza internazionale al benjo

Gli autodidatti di talento non conoscono limiti. Béla Fleck si è dedicato al banjo con la curiosità del neofita e lo spirito del rivoluzionario. Ha sviluppato la propria tecnica, adattandola ad un linguaggio che permettesse di utilizzare lo strumento ai contesti più diversi. Dopo essersi costruito una fama robusta nella musica tradizionale, ha allargato i propri orizzonti suonando jazz, world music, musica classica e contemporanea. È un virtuoso. Ha vinto 19 Grammy Award. Si esprime in contesti ampi come in altri equiparabili a quelli della musica da camera. È un musicista con il quale alcuni dei più grandi solisti contemporanei hanno dialogato. Uno tra tutti Chick Corea, con cui ebbe un sodalizio duraturo.

Béla Fleck è protagonista in queste settimane di un nuovo disco intitolato BEATrio, inciso a inizio anno in compagnia dell’arpista colombiano Edmar Castaneda e del batterista messicano António Sánchez. Musicisti di grande apertura mentale.

Quello che stupisce di questo lavoro è l’estrema godibilità. Il virtuosismo dei musicisti non è sfoggio ma abilità comunicativa e sostegno all’espressività. Il repertorio, costituito per lo più da composizioni originali a firma collettanea, crea un clima nel quale il groove e la melodia si alternano. Il ritmo serrato delle composizioni è assecondato dalla distribuzione dei ruoli all’interno della formazione, che prevede che il canonico incalzare della batteria di Sanchez si accompagni alle trame armoniche dell’arpa di Castaneda, dalla quale emergono una vocazione quasi pianistica e un retrogusto latino, robusto e potente.[3]

Si diceva degli strumenti musicali che, esercitando il proprio fascino, scelgono chi li suonerà. La musica - prima ancora che melodia, armonia e ritmo - è suono. Il suono è negli strumenti, tuttavia i musicisti hanno la possibilità di guidarli su strade nuove, a volte tortuose, ma comunque destinate a rivelare territori inesplorati. A volte l’inaudito nasce così.


Note

[1] Il padre era appassionato di musica e volle riunire nel nome del figlio tre compositori, Béla Bartòk, Anton Webern e Leoš Janacek.

[2] Studiò corno francese e fece parte del coro.

[3] Un buon esempio è il brano Archipelago https://youtu.be/C6lHiBA_UGo?si=Wlf9u3b9qTC8cugN

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