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Pd: Partito democratico o Partito disperso?

Aggiornamento: 13 gen 2023

di Stefano Marengo


Dopo giorni e giorni di estenuante braccio di ferro interno, dopo l'ennesimo rinvio della riunione della direzione nazionale, il Pd ha finalmente trovato una quadra: gli elettori che, per comprovati impedimenti, non potranno recarsi ai seggi il 26 febbraio, avranno la facoltà di esprimere on line il loro voto per le primarie.

Basterebbe questa notizia per comprendere quanto il clima in casa dem sia sempre più surreale. A dare retta agli annunci sul carattere "costitutivo" del prossimo congresso ci si aspetterebbe quantomeno un'approfondita riflessione sugli errori commessi nel recente passato, un'analisi a tuttotondo della realtà socioeconomica del Paese, un ripensamento dei riferimenti culturali e valoriali del centrosinistra, la ridefinizione dei suoi compiti politici futuri. Nulla di tutto questo, invece. Si dipingono dettagli senza avere la minima idea di che cosa rappresenti il quadro nel suo insieme. Ci si intrattiene su questioni di lana caprina. Il bizantinismo dei regolamenti e della retorica domina la scena. Secondo un rituale oramai decennale.


L'autoconservazione della classe dirigente

Così è perché quello che a parole viene invocato come un percorso "rifondativo" si sta rivelando nei fatti un grottesco prolungamento del passato e delle sue logiche di potere sclerotizzate. Infatti, assunto il carattere puramente testimoniale delle candidature dell'ineffabile De Micheli e del pur sempre ammirevole Cuperlo, le ricollocazioni tattiche dei gerenti di partito al seguito di Stefano Bonaccini o di Elly Schlein, la donna dai tre passaporti (italiano, svizzero e statunitense), lasciano capire qual è la vera posta in gioco in questa fase: non il Paese e men che meno il partito, ma l'autoconservazione della classe dirigente.

Non mancano, in questi contorcimenti, scorci di straordinaria ilarità, come Piero Fassino che si riscopre bonacciniano, dopo essersi scoperto in passato tutto e di più (fassiniano proprio mai?) perché occorre "rinnovamento", oppure il machiavellico Dario Franceschini che, presa Schlein sotto la propria ala protettrice, si erge a paladino della nuova sinistra Pd. Più frenetico e intenso è in realtà il traffico dalle parti del presidente dell'Emilia-Romagna, dato per vincitore quasi certo al ballottaggio delle primarie. La fila per rendergli omaggio è diventata piuttosto lunga. Al corteo, nei giorni scorsi, si è aggiunto anche Brando Benifei, il giovane europarlamentare che, non più tardi di un paio di mesi fa, chiedeva a tutti “coraggio” per rilanciare la sinistra. Il minimo che si possa dire di lui è che devono davvero piacergli le imprese disperate visto che, come compagni di viaggio, si è scelto legioni di orfani del renzismo.


La politica? Assente

Ironia a parte, questi notabili appaiono tutti singolarmente impermeabili ad alcune verità lapalissiane. La prima è che, quando si vuole davvero intraprendere un percorso fondativo o costitutivo, occorre innanzitutto liberare il campo dalle macerie dei fallimenti passati, azzerando procedure, cariche e rendite di posizione. In secondo luogo, un partito di sinistra dovrebbe coltivare un pensiero critico capace di sfidare un modello di sviluppo tardocapitalista che ha prodotto disuguaglianze insostenibili e drammatiche ingiustizie, che ha devastato il welfare e che oggi mette a repentaglio il nostro stesso ecosistema.

Ma gli irrequieti riposizionamenti dei notabili dem dimostrano che ancora una volta il Partito democratico ha scelto di non percorrere questa strada. Ciò che sta preparando non è che il simulacro di una discontinuità rispetto al passato. In altri termini, la grande assente di questo congresso è proprio la politica intesa come pensiero e capacità strategica, come visione del mondo e forza di trasformazione della realtà. Ci si può davvero stupire se i sondaggi riconoscono al Pd un consenso che arriva appena al 14%? In fondo non è che la salutare dimostrazione che la realtà è più cocciuta della vanesia mediocrità dei dirigenti democratici. Occorrerebbe trarne le conseguenze. Ma questo forse è chiedere troppo. Almeno a tali dirigenti.


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