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Pd e dintorni: le domande (tante) che seguono le certezze (alcune) del voto

Aggiornamento: 6 giorni fa

di Beppe Borgogno

 

Il vento di destra, a quanto pare, si consolida sull’Europa. Tanto da provocare immediatamente l’azzardo del presidente francese Emmanuel Macron che scioglie l'Assemblea e convoca le elezioni legislative, e da rendere ancora più debole il premier tedesco Olaf Scholz. Ovvero, da scatenare una vera e propria bufera su quello che finora è stato il perno dell’Europa, cioè l’asse franco-tedesco. Già questo, da solo, pone enormi interrogativi sul futuro, mentre aspettiamo che si definiscano tante variabili ancora aperte: tra tutte, la formazione della nuova Commissione Europea, e l’alleanza che le darà vita, e le elezioni di fine mese in Francia. Da qui, possiamo cominciare a parlare del nostro paese. A destra c’è già chi parla di un futuro asse franco/italiano, e di Giorgia Meloni talmente centrale nelle nuove dinamiche europee da paragonarla ad Angela Merkel.

Allora partono a raffica le prime domande: per sostenere una nuova candidatura di Ursula Von der Leyen, e giocare così un ruolo decisivo, Meloni smentirà se stessa alleandosi con i Socialisti Europei? Sceglierà di essere una leader europea “moderata e responsabile”, o manterrà i toni, a lei tanto cari, di una che sembra voler sempre vivere nell'ambiguità politica, un piede al governo e uno all’opposizione? Vedremo. Intanto i tempi di una scelta si avvicinano, così come tutti gli impegni, a partire dai vincoli di bilancio stabiliti proprio dall’Europa, che l’hanno costretta a rinviare a chissà quando le promesse elettorali. E’ un fatto però che lei sia stata praticamente l’unico capo di governo a non venire penalizzata dal voto, pur avendo perso rispetto alle elezioni politiche consensi in valore assoluto, circa 700.000.[1]

C’è da pensare che il suo risultato abbia comunque beneficiato, governo o non, del vento di destra di cui abbiamo detto. Meloni si è certamente consolidata come leader della sua maggioranza, ma ora dovrà gestirne gli equilibri non semplici, a cominciare dalle tensioni nella Lega. A proposito: sarà così facile per lei andare avanti sull’autonomia differenziata, visto che questa è quasi certamente tra le cause del massiccio astensionismo che al sud ha danneggiato, insieme con il Movimento Cinque stelle anche il centro destra?

A sinistra bisogna registrare due importanti successi, tra l’altro inattesi in queste dimensioni: quello di Elly Schlein e del Partito Democratico (si, in questo ordine), unica tra le formazioni più grandi a crescere sia in percentuale, che in voti assoluti nonostante l’astensionismo, e quello di Alleanza Verdi Sinistra, ben oltre lo sbarramento del 4%. Quella del PD, dato tutt’altro che trascurabile nelle future battaglie europee, sarà la delegazione più numerosa nel gruppo del Socialisti Europei.

Anche qui troviamo certezze e domande. Innanzitutto, dal voto di domenica risulta piuttosto chiaro che l’asse su cui costruire, da questa parte, una qualunque alleanza con qualche ambizione (se i sistemi elettorali, a partire da quello per le elezioni politiche continueranno ad aver un impianto maggioritario) è nettamente collocato a sinistra, tra il PD e AVS. Ora che sappiamo che la segretaria del PD resterà al suo posto (questa incertezza aveva accompagnato fin qui il suo cammino, il PD non è un partito semplice), è anche piuttosto chiaro che per lei inizia un percorso ancora più difficile. Intanto non sappiamo se tutti accetteranno di riconoscere al PD un ruolo centrale nella costruzione di nuove alleanze. Non sarà semplice per Schlein, infatti, convincere quel che rimane del Movimento 5Stelle (chissà se Conte ne resterà il leader?) a scegliere da che parte stare, e soprattutto a stare da qualche parte, perché gli attuali sistemi elettorali lo richiedono. E altrettanto, non sarà semplice far apparire ancora più chiaro ai suoi protagonisti che il cosiddetto “terzo polo” nelle attuali condizioni non ha futuro, meno che mai sulle gambe di chi finora ha preteso di dargli vita, ovvero i litigiosissimi ed autocentratissimi  Renzi e Calenda.[2]

E insieme, comprendere e far comprendere che ad una futura, eventuale e competitiva coalizione di centrosinistra serve un programma che abbia in sé anche un carattere riformista, e che quell’area proprio in questo ruolo potrebbe svolgere una funzione assai importante.  La stessa evoluzione di un partito, il PD, che ha finalmente riscoperto con convinzione  la centralità dei problemi e dei diritti sociali non può che andare anche in questa stessa direzione. Dunque, riuscirà il resto del Partito Democratico, a ricambiare la tensione pluralista della sua segretaria? E lo slancio unitario di Elly Schlein verrà ripagato dalla fiducia e dalla collaborazione degli altri attori potenziali del centrosinistra, con un po’ di generosità in più e un pochino di individualismo in meno? E tutti insieme, riusciranno finalmente a rendere evidente che esiste un’alternativa alla destra? Non siamo forse, come dice qualcuno, ad una pura riedizione del bipolarismo, ma queste elezioni sembrano aver messo almeno un po’ più di ordine negli schieramenti.

Da qualche parte allora bisognerà iniziare: la costruzione di un fronte comune, ampio e partecipato contro il premierato e l’autonomia differenziata potrà essere  la prima prova concreta. Infine il capitolo un po’ più doloroso per il centrosinistra, cioè le elezioni regionali del Piemonte.

La sconfitta c’è stata, magari  appena attenuata rispetto a  come qualcuno temeva, ma c’è stata, e più forte che in passato. Netta e generalizzata, a parte nella città di Torino, dove il timore per un cedimento della “fortezza Bastiani”, il riferimento va all'inossidabile Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, c’era eccome:  nella sconfitta, almeno questo rappresenta comunque un punto da cui ripartire.

Negli anni però lo scarto, politico ed elettorale, tra il capoluogo ed il resto del Piemonte è addirittura aumentato, ed in gran parte della regione il centrosinistra non riesce, da tempo, a consolidare rapporti autentici con i vari tessuti sociali ed economici. Va detto che il Presidente uscente, Alberto Cirio, ha mostrato invece una grande abilità proprio nel consolidare questi rapporti, nel dare di sé e del suo governo un’immagine moderata e rassicurante, nel comunicare più che nel realizzare. E lo ha saputo fare ben oltre i suoi meriti autentici al governo del Piemonte, a cominciare dal pessimo stato in cui versano i servizi per la salute. Ma, parafrasando Andy Warhol, "Non conta che cosa hai fatto, ma ciò che pensano tu abbia fatto". E di Cirio, i piemontesi evidentemente hanno pensato che sia riuscito ad essere concreto. Evidentemente, un "merito" al quale hanno contribuito talvolta le opposizioni in Consiglio regionale...

Le altre ragioni della sconfitta le abbiamo, su queste pagine, provate ad analizzare fin dall’inizio, e sono piuttosto chiare: tanto per cominciare, almeno nell’ultimo anno, il centrosinistra non ha quasi mai dato l’impressione di credere nella possibilità di una vittoria, e si è purtroppo comportato di conseguenza. Cioè al contrario di chi vuol vincere. Così è nata una coalizione debole e poco radicata, con una candidatura, quella di Gianna Pentenero, che è finita per apparire quasi ”di servizio”, anziché rappresentare una alternativa chiara e comprensibile, e certo non per colpa della candidata.

Ora bisogna evitare almeno due scorciatoie, entrambe sbagliate e persino poco etiche, ma che rinnoverebbero in un caso la brutta abitudine già vista in passato, quando il centrosinistra fu sconfitto al Comune di Torino: scaricare tutta la colpa su qualcuno, in questo caso Gianna Pentenero (che semmai ha il merito di averci “messo la faccia”) ed evitare accuratamente qualunque forma di autocritica; oppure fare finta di niente, spacciando una sconfitta appena meno bruciante per una mezza vittoria, o nascondendosi dietro il buon risultato delle Europee, secondo la classica filosofia del "bicchiere per metà pieno".

Non si tratta di trovare colpevoli o aprire processi, nessuno ha in animo una riedizione tutta piemontese di "Buio a mezzogiorno". Semmai di fare ciò che rende davvero autorevole e da spessore a chi ha, ad ogni livello, compiti di responsabilità e direzione: riflettere su ciò che è accaduto e assumere la postura di chi è lì anche per correggere gli errori, individuali e collettivi, e per rendere possibile una storia diversa.

E poi serve qualche discontinuità visibile. Per esempio, se la futura opposizione costruisse dall’inizio un patto di azione comune su alcuni temi (la sanità ed il lavoro su tutti) sarebbe un bel segnale. Se la guida di questo lavoro, sui vari temi, coinvolgesse esponenti di tutta l’opposizione, anche. Se questo lavoro avesse un carattere politico unitario, aperto all’esterno, e non soltanto istituzionale, ancora di più. Ci sarà questa disponibilità, da parte di tutti?

Due ultime brevi note. La prima: dalla costruzione delle liste  Partito Democratico ha lasciato lì una questione, sul proprio modo di essere e di funzionare, persino un po’ sulla propria natura, che merita prima o poi di essere affrontata davvero, anche se, a quanto pare, non ha inciso più di tanto sull’esito elettorale. La seconda: l’astensionismo rimane un clamoroso, enorme, problema democratico. E’ sbagliato occuparsene solo quando è ora di chiedere il voto: la disaffezione e la sfiducia nascono dai comportamenti di tutti i giorni, perciò la politica dovrebbe occuparsene di più e sempre. Anche queste sarebbero discontinuità utili.[3]

E poi, non disperiamo. Mentre le elezioni consegnavano alla nostra attenzione le affermazioni di un generale che si diverte a bistrattare la Costituzione e i suoi valori, tanti nuovi italiani, con patronimici non soltanto nostrani, regalavano al paese un bel po’ di soddisfazioni. Nello sport, nell'atletica leggera in particolare ai Campionati Europei in svolgimento a Roma, ma non solo. Anche per questo, il futuro forse potrà essere migliore di come il voto, in giro per l’Europa, ci fa temere.

 

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