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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Al voto, nel rispetto dell'art. 48 della Costituzione

Aggiornamento: 9 giu

di Michele Ruggiero


"Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge".

L'articolo 48 della Costituzione italiana è la porta d'ingresso principale della democrazia ed ha le stesse misure per tutti i cittadini che hanno diritto al voto. Non prevede né privilegi, né trattamenti di favore. Eppure c'è da domandarsi se non sia proprio questo senso di apparente gratuità che ha favorito negli ultimi appuntamenti elettorali l'astensionismo, una partecipazione al voto che si è progressivamente ridotta, per quanto siano le responsabilità dirette della politica. Ma alle responsabilità si è anche chiamati e la pratica del voto è una delle forme di richiamo etiche e morali che rivolgiamo anche a noi stessi per guardare con la stessa attenzione e severità alla politica e a chi l'interpreta, cioè i partiti.

Ma ieri, prima giornata di votazione dalle 15 alle 23 per eleggere i 76 membri italiani del Parlamento europeo spettanti all'Italia, per le elezioni amministrative di 3.698 comuni e il rinnovo del Consiglio Regionale e del Presidente del Piemonte, ha partecipato al voto meno di un elettore su 6, con una forbice che va dal 17 per cento nel Nord-Ovest al 10,6 per cento nelle Isole, secondo i dati forniti dal Viminale. Sono cifre ai minimi storici che ci devono indurre non soltanto a riflettere sull'amputazione che corre il nostro spirito democratico, anche senza la necessità di dover scomodare la Storia patria e ricordare come un mantra da dove arrivi la nostra Costituzione e quali siano stati i costi umani derivati per la sua conquista e, in un recente passato, per la sua conservazione, ma a riproporre con chiarezza in qualunque ambito, in questa seconda e ultima giornata di votazioni, il diritto e il dovere per ognuno di noi di recarsi ai seggi elettorali.

Sappiamo bene quale sia il ruolo della politica nella crisi che attraversa senza soluzione di continuità la società italiana. Scandali, corruzione, malversazioni, sviluppo esponenziale della criminalità organizzata, dalle mafie ai colletti bianchi, inquinano come fiumi carsici la nostra quotidiana convivenza civile e, in forma espansiva, hanno concorso a sottoscrivere la velenosa locuzione che nella politica "sono tutti uguali".

L'espressione paradossalmente è compatibile con la democrazia. Lo è molto meno, però, se il vertice d'osservazione diventa quello della svalutazione permanente, il cui fine tende involontariamente ad allontanarci proprio dalla pratica democratica. Un rischio che oggi non ci possiamo permettere dinanzi al crollo di alcune certezze: in primis, quella del valore universale della pace, mentre avanzano assunti cognitivi inquietanti, uno su tutti quello che la Pace si difende con la guerra, anziché, come ci è stato insegnato con dedizione e impegno dai Padri fondatori di quell'Europa per cui si va al voto, con il pensiero e la parola.

Non a caso, guardiamo all’Europa con rinnovata speranza per dare una soluzione alle numerose equazioni e offrire una risposta alle tante, troppo incognite, che stanno stravolgendo le nostre esistenze, fiaccando sicurezze e certezze che ci sembravano monoliti. Non potrebbe essere altrimenti. Le alternative sono inesistenti o quasi in un mondo che si guasta alla velocità della luce, che di giorno in giorno annega lo spirito di fratellanza, solidarietà e vicinanza tra i popoli in conflitti regionali, massacri, intolleranze, convenienze a risolvere i contenziosi sempre più in forma violenta e con l’uso delle armi.

Sappiamo bene che una di queste guerre si combatte da oltre due anni alla porta est dell’Unione Europea con una intensità e un fragore che non è soltanto dei cannoni, ma che appartiene alla stessa natura distruttiva che sa incarnare l'uomo, pronto a dimenticare le conseguenze dei suoi gesti per la realtà che lo circonda. Come sta accadendo nel Vicino oriente, dove lo Stato di Israele ha perduto la bussola e il discernimento che aiutano a distinguere la differenza che ancora esiste tra diritto alla difesa e vendetta compulsiva.

Si ha la sensazione di essere, infatti, sideralmente distanti da ciò che esprimevano le classi dirigenti del Vecchio Continente nel giugno del 1979, quando per la prima volta milioni di cittadini deposero la propria scheda nell’urna per formare il primo Parlamento europeo. In quel 1979, l’Italia andò a votare, in un clima di elevata tensione interna ed esterna, due volte nell’arco di una settimana: il 3 giugno per il voto anticipato delle politiche, il 10 per le Europee e alla vigilia del voto uno dei padri dell’europeismo, Altiero Spinelli, si espresse con una frase che riletta oggi sa di profezia: “L’Europa comunitaria ha davanti a sé la scelta fra due prospettive: o il ritorno al modello degli anni '50-'60, con le regioni più avanzate (compreso quindi il triangolo industriale italiano) che avanzano ancora e «tirano » le altre (in teoria, perché in pratica se le lasciano dietro); o il varo di un nuovo modello, che tenda a sviluppare le regioni più arretrate, come premessa indispensabile alla soluzione della crisi generale. Per il primo modello, non c’è bisogno di rafforzare la CEE. Le attuali strutture bastano e avanzano. Per il secondo modello (l’unico valido, secondo noi) la Comunità deve assumere responsabilità nuove e di maggior peso, cioè deve rafforzarsi. Il perché è ovvio. Basti solo pensare ai piani di sviluppo regionale”.

Quel “deve rafforzarsi”, a distanza di 45 anni, cattura ancora le emozioni di chi ha a cuore le sorti dell’Europa. E l’auspicio di Altieri Spinelli suona quasi con un ritmo ossessivo nelle capitali europee, come nei Parlamenti di Strasburgo e di Bruxelles, perché è quanto mai evidente che l’Unione Europea ha la necessità di diventare veramente unita. Unita nella giustizia, nella perequazione fiscale, nella difesa dei nostri confini, nella tutela della libertà, nella salvaguardia del diritto alla salute e dei diritti civili, nella capacità di ritrovare la sua storica solidarietà nell’accoglienza e non soltanto nell’incontro di molteplici interessi filtrati dalle convenienze contingenti degli Stati. Ma il nuovo non può essere una riproposizione di vecchie tesi modificate nella sequenza di espressioni e riverniciate con nuove frasi ad effetto.

Con ciò ci si avvicina al vero quesito che agita la preoccupazione di molti: per quale Europa oggi si chiede di votare? Una Europa che ha sposato acriticamente l’idea della guerra come panacea di tutti i mali o una Europa che vuole continuare a essere il faro della pace e della concordia, della difesa dell'ambiente, cercando a tutti i costi una mediazione, fosse anche un compromesso, su cui però fare leva per riportare al tavolo del confronto anche chi ha violato l’integrità territoriale di un Paese vicino?

Sappiamo bene quanto la questione sia divisiva e stia lacerando l'animo e le coscienze dei cittadini europei, molti dei quali rivedono nei comportamenti dei loro leader e Capi di Stato la tendenza all’onirismo, all’alterazione della realtà che porta a privilegiare l’autoritarismo, anziché il pensiero democratico quale antidoto al pensiero unico. La nostra Costituzione, articolo 11, "ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Rifiuto dunque dell'omicidio travestito da dovere collettivo, insieme con il rifiuto del revisionismo storico e della propaganda che occultano verità scomode pur di negare la vera missione costruttiva dei padri fondatori dell’Europa: la volontà di pace.




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