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Osservando i nostri tempi

L'esperienza del "generare" e l'arte difficile dell'accogliere

di Domenico Cravero


L’esperienza antropologica originaria del generare coglie ed esalta alcuni tratti dell’esperienza umana determinanti nel vitalizzare la nostra cultura senza speranza e senza pace. L’esperienza del «generare», infatti, sta diventando estranea, quasi rimossa dalla cultura. Superata una certa soglia, la crescita economica tende ad associarsi al blocco demografico. Quasi che il maggior benessere renda le persone più centrate su di sé, meno disposte e capaci a rispettare il patto implicito tra le generazioni: prendersi cura dei vecchi e dei bambini. L’idea di libertà che si è affermata in Occidente si è centrata sempre più sul farsi da sé, il mito dell’autorealizzazione, centrata sull’aumento delle possibilità individuali di azione. L’autonomia è vissuta infatti come indipendenza. I legami affettivi e sociali, l’esigenza che la vita abbia un senso, più che risorse sono vissuti come limitazioni. Questa idea riduttiva di libertà inaridisce la vita.


Essere portatori di vita

Ci vuole un «nuovo immaginario della libertà», una configurazione della generatività adulta. Generare è incontrare se stessi nell’altro, è realizzare la propria persona dando la vita a un altro, è trovare senso nel mondo dell’altro. Diventare se stessi nell’altro è quindi un evento di grazia, che suscita capacità inedite di darsi e spendersi, di accogliere, di prendersi cura, di rispondere e di andare oltre. Generare è sentirsi portatori di vita, in ogni sua forma. Non si riduce mai all’autorealizzazione, ma nasce da un «appello» che viene dalla vita che ci trascende.

Generare è entrare nella storia perché il futuro che si porta nel mondo si sviluppa dal passato. C’è un’eredità che è fonte di ricchezza; ci sono anche condizioni infauste come quelle della malattia genetica. Anche queste però possono essere “corrette” dalla ricerca epigenetica. Far nascere qualcosa che ha tempo in un mondo in cui tutto è istantaneo e reso precario, per far spazio ad altro, è il primo atto innovativo. Dispiegandosi nella lunga durata, il generare s’impegna nella cura. Ciò richiede l’arte difficile dell’accogliere e del lasciar andare, nel difficile equilibrio tra l’attaccamento, senza il quale non c’è cura e la separazione, senza la quale non c’è esplorazione e libertà. Pienamente aderente alla vita, la generazione attraversa il più ampio ventaglio della tonalità dell’esistere: dedizione e lotta, impegno e passione, successo e fallimento, speranza e ansietà, morte e rinascita. Il prezzo della potenza generatrice è la rinuncia al mito dell’autorealizzazione. Qualcosa deve morire perché ci possa essere vita. Non esiste crescita senza trasformazione; non esiste trasformazione senza perdita e rinascita.

Generare è prendersi cura del mondo Non appartiene alla necessità, non è un obbligo ma è una forma di affezione: una passione e una cura che rendono umani perché toccano e smuovono l’interiorità emozionale. Secondo Erik Erikson (1902-1994), l’età adulta si qualifica per la tensione tra generatività e stagnazione. Essere produttivi vuol dire prendersi cura. Lasciare traccia di sé, personalizzare le esperienze che si compiono, ricomponendo l’ideale con il concreto. Gli adulti generativi appaiono più efficaci e implicati nelle attività che svolgono come genitori e cittadini, dispongono di reti sociali più grandi, hanno un migliore equilibrio psichico. Generare rompe la limitatezza della mentalità utilitaristica, contrasta la società dell’utile e del calcolo.


Non siamo noi a possedere la vita

Non è possibile infatti “calcolare”, prevedere e calcolare il frutto della propria generazione. Si genera sempre nell’imprevisto e nell’inedito. Supera anche la logica della reciprocità, la gratuità del dono si consegna alla libertà dell’altro. Si mette al mondo un figlio al di là di ogni sua risposta. Non si diventa genitori solo perché si desidera esserlo. Paternità e maternità non sono precisamente diritti. Generare è pieno di promesse ancora incompiute. Il limite rafforza la possibilità di fare esperienza: solo così l’esperienza resta in grado di sorprendere. La vita ci possiede, non siamo noi a possederla. Chi si trova a essere genitore, si sorprende di esserlo. Si è genitori ogni giorno, anche quando il figlio è incapace di riconoscenza o è ingrato.

Generare è la maturità del dono. Le parole dell’affetto e dell’obbedienza sono fondamentali perché il figlio entri nell’umano, che non è solo un fatto biologico ma anche culturale e spirituale, come la parola esprime. Insieme alla parola c’è bisogno anche di luoghi e legami dove sia possibile sfuggire alla vacuità dell’immediatezza, pur aderendo con tutto se stessi alla realtà. Nulla di buono può nascere fuori dalla rete dei legami. Da un incontro d’amore, infatti, ha avuto inizio la vita del figlio e di affetto sempre si è alimentata.

Generare vuol dire essere disposti alla pazienza, cioè alla partecipazione in prima persona alla fatica del «portare a esistere». La generatività, infatti, ha sempre bisogno della riparazione, nella consapevolezza che non c’è realtà esente dal limite a cui la libertà la espone. La maturità e la dignità umana consistono nel mantenere fede ai legami e agli impegni anche quando le condizioni cambiano, di essere disposti a rimettere tutto in discussione per salvare ciò che si considera la base irrinunciabile della propria vita. Pienezza dell’umano è fermare la catena del risentimento e della vendetta, attraverso l’atto meno garantito: il perdono, capace di generare un nuovo inizio senza interrompere la continuità, fino ad assumere anche il male dell’altro, senza cioè contrapporre violenza a violenza.

 

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