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ORIZZONTI D'EUROPA. Riforma dei trattati: verso la plenaria di Strasburgo


di Mercedes Bresso


Ogni lunedì e fino alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, Mercedes Bresso - al suo secondo mandato di europarlamentare Pd dall'estate 2023 in sostituzione di Pierfrancesco Majorino, prima degli esclusi alle elezioni del 2019 - ci racconta l'attività politica che si svolge nelle commissioni e dai banchi di Bruxelles e di Strasburgo.[1]


Mini plenaria del Parlamento Europeo a Bruxelles. Non tutti sanno che la sede formale del Parlamento Europeo è a Strasburgo, dove si tengono le riunioni plenarie, mentre la capitale del Belgio è la sede di lavoro delle Commissioni parlamentari. Tuttavia alcune volte all’anno, quando ci sia bisogno di più sedute per votare i sempre più numerosi provvedimenti, la plenaria si tiene a Bruxelles e viene definita “mini” perché dura solo due mezze giornate, collocate in modo un po’ caotico con altre riunioni, quelle dei gruppi politici e delle commissioni o i meeting organizzati dai deputati.


L'avvio dei negoziati per l'ingresso di Ucraina e Moldavia

Eppure anche in questa piccola sessione si è discusso di cose importanti, come le proposte della Commissione sull’allargamento: anzitutto l’avvio dei negoziati per Ucraina e Moldavia, lo status di candidato per la Bosnia Erzegovina, la constatazione dei progressi fatti da molti altri paesi dei Balcani occidentali e dalla Georgia: tutto ciò apre la strada a un futuro nuovo massiccio allargamento dell’Unione che potrebbe portarla fino a 36 membri. Come è chiaro a tutti, senza le profonde riforme dei trattati su cui voteremo alla prossima plenaria di Strasburgo, che rendano il Consiglio dell’Unione capace di decidere con la maggioranza qualificata dei cittadini e degli Stati e diano al Parlamento Europeo la codecisione su tutte le materie, l’allargamento non sarebbe possibile perché bloccherebbe completamente le istituzioni europee.

L’appuntamento è quindi alla plenaria di Strasburgo che inizierà mercoledì 22 novembre e nella quale si dovrebbe votare la proposta di riforma dei trattati e la richiesta di avvio di una Convenzione per discuterne e decidere. La procedura prevede che il Consiglio ( i ministri degli affari generali) valuti la proposta e la trasmetta al Consiglio Europeo ( i capi di Stato e di governo) per la decisione di avviare o no la Convenzione.

A quanto si sa, la Presidenza Spagnola avrebbe intenzione di trasmettere la richiesta del Parlamento, senza votarla, direttamente al Consiglio Europeo. Questo per decidere di avviare la Convenzione ha bisogno solo della maggioranza semplice (14 Stati). Ci saranno? E che cosa faranno i contrari? Dopo la sperata approvazione toccherà alle forze politiche, ai movimenti e ai cittadini, mobilitarsi perché i governi siano favorevoli all’avvio. Lavoro che dovrà partire subito dopo il voto del Parlamento Europeo, con la speranza che la decisione possa essere presa all’ultimo Consiglio Europeo del 2023.


Tempi allungati per il Motore Euro 7

Il secondo tema che ha agitato la plenaria della settimana scorsa è stato il voto sul cosiddetto Euro 7, che ha visto una dura battaglia fra chi proponeva una versione più coraggiosa, ma anche molto problematica del testo proposto dalla Commissione, che peraltro il Consiglio aveva già proposto di emendare al ribasso. [2]

Purtroppo il gruppo socialista non ha saputo negoziare per ottenere almeno una proposta un po’ migliorativa e si è arroccato su posizione estreme non condivise dagli altri gruppi che hanno approvato un testo sostanzialmente allineato sulla proposta del Consiglio. C’è tuttavia da considerare che chiedere alle imprese di adeguare i propri motori, freni, gomme per ridurre le emissioni drasticamente (il che significa ricerca e investimenti rilevanti) quando si dice loro che dal 2035 o 2040 non potranno più vendere mezzi a combustione, appariva piuttosto irrealistico.

Anche per questa ragione molto di noi, tra cui anch’io, unica del gruppo S&D, avevano presentato degli emendamenti per introdurre la possibilità di tenere conto dei carburanti bio (prodotti cioè con rifiuti organici che hanno un bilancio zero fra prelievi e restituzioni di CO2) per permettere la circolazione dei mezzi che li usassero o per tenere conto nel computo delle emissioni di un mezzo del cosiddetto Carbon Correction Factor, che sottrae quelle che provengono dalla quota di biocombustibili contenuta nella benzina o nel diesel (oggi già le nostre benzine hanno un 5% di biocombustibili nella loro composizione).

Abbiamo perso ma 277 contro 304, nell’emendamento che ha avuto il migliore risultato: riproporremo quindi la questione nel regolamento delle emissioni dei veicoli pesanti che è il luogo più appropriato per inserirlo visto che i Tir non circolano nelle città, dove è necessario ridurre localmente le emissioni, ma sulle autostrade e strade extraurbane: qui quello che conta è essere certi di riuscire a ridurre il bilancio della CO2 fino a portarlo in parità fra captazioni e emissioni. In questo caso i biocarburanti utilizzerebbero una biomassa che ha fissato la CO2 in Europa e la rigetterebbero nello stesso continente, contribuendo all’obiettivo della decarbonizzazione al 2050 in modo rilevante.

C’è molta resistenza a considerare questi carburanti alternativi, utili a raggiungere gli obiettivi del 2050 di emissioni nette zero, perché l’opinione pubblica è stata tutta orientata verso l’idea che l’elettrico sia la sola soluzione pro-ambiente. Io sono però convinta che senza una molteplicità di alternative non potremo farcela e che di questo si debba tenere conto, volenti o nolenti.


Note



[2] La Commissione Ambiente dell’Europarlamento si è espressa proponendo un rinvio di altri cinque anni per l’entrata in vigore della normativa Euro 7. La decisione è passata con 329 voti a favore, 230 contrari e 41 astensioni. Ora si attende l’approvazione della plenaria di Strasburgo calendarizzata a fine Novembre. A votare il rinvio al 2030 è stato il gruppo dei conservatori, i nazionalisti, una maggioranza di liberali e di popolari, e circa un terzo dei socialisti.

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