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Orizzonti d'Europa

Il mese più lungo: a Bruxelles si discute della riforma dei Trattati


di Mercedes Bresso




Ogni lunedì e fino alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, Mercedes Bresso - al suo secondo mandato di europarlamentare Pd dall'estate 2023 in sostituzione di Pierfrancesco Majorino come prima degli esclusi alle elezioni del 2019 - ci racconta l'attività politica che si svolge nelle commissioni e dai banchi di Bruxelles e di Strasburgo.[1]



È iniziato a Bruxelles il mese forse più importante di questa legislatura. Siamo giunti ai momenti finali di un lungo lavoro iniziato nel maggio 1922, quando la Conferenza sul futuro dell’Europa aveva finito i lavori chiedendo alle Istituzioni europee di avviare il percorso per modificare l’attuale funzionamento dell’Unione, per renderla capace di decidere e attribuendole le competenze che le mancano, in particolare nei campi del sociale, della salute e dell’ambiente, oltre che della politica estera e di difesa.

Il Parlamento decise allora di utilizzare il potere che i trattati gli concedono e di chiedere l’avvio di una Convenzione per modificarli. Fu chiesto dapprima con una risoluzione, che indicava in modo riassuntivo le modifiche che il Parlamento chiedeva, ma la risposta del Consiglio (che ha il compito di verificare la domanda e di trasmetterla al Consiglio Europeo per la decisione) fu che occorreva indicare con precisione tutti gli emendamenti proposti ai due testi (il Trattato dell’UE e il Trattato sul funzionamento dell’Unione).


Un testo molto ambizioso

La Commissione Affari Costituzionali decise allora di predisporre un vero e proprio testo che contenesse tutte le modifiche che il Parlamento, tenendo anche conto dei risultati della Conferenza, intendeva proporre per rendere l’Europa capace di decidere e per adeguarne le competenze. Poiché per realizzare un lavoro di così vasta portata, in modo da portarlo poi all’approvazione del Parlamento, occorreva una larga maggioranza, si decise di nominare sei relatori, per predisporre un testo condiviso, dei sei maggiori partiti: PPE, S&D, Renew (liberali), Verdi e ECR ( i conservatori di cui fa parte Fratelli d'Italia).

Nel corso dei lavori durati parecchi mesi ECR decise di non partecipare e ritirò il proprio relatore. Il lavoro è stato portato a termine dagli altri cinque ed è stato mandato prima in discussione e poi al voto in commissione affari costituzionali il 25 ottobre, dove è stato approvato con 19 voti favorevoli e 6 contrari e dovrebbe essere votato dal Parlamento nella plenaria di novembre.

Si tratta di un testo molto ambizioso, il Parlamento non ne approvava uno, di propria iniziativa, dal febbraio 1984 quando Alfiero Spinelli fece approvare dal PE il suo “Progetto di trattato istitutivo dell’Unione Europea”, poi affossato dai governi. Come molti ricorderanno il successivo trattato Costituzionale, approvato dal Consiglio Europeo il 18 giugno 2004, a seguito della Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing e con vice Giuliano Amato, fu poi bocciato dai due referendum francese e olandese e salvato nel 2007, con molte modifiche, dal “Trattato di Lisbona” entrato in vigore nel 2009.

In tutto questo il ruolo del PE fu essenzialmente di comprimario. Questa volta invece, sfruttando proprio il trattato di Lisbona, che attribuisce al Parlamento Europeo, oltre a poteri legislativi molto più importanti, anche quello di chiedere l’avvio di una Convenzione per modificare i trattati, il Parlamento ha agito di propria iniziativa, sulla spinta di una opinione pubblica che, sempre di più, chiede alle istituzioni di rendere l’Europa capace di decidere e di proteggere i suoi cittadini.


"Se non ora, quando?"

Se molti dei nostri piccoli Stati credono ancora di poter contare nella storia futura del mondo restando isolati, le nostre menti più illuminate sanno bene che solo insieme potremo contare, difenderci, mantenere il nostro livello di vita, trasformare in modo sostenibile l’economia nostra e del pianeta. La sfida è quindi aperta, fra chi crede a un futuro comune degli europei e chi preferisce rischiare l’inesistenza politica piuttosto di cedere una sovranità che da tempo non è più in grado di esercitare.

Il testo approvato mercoledì dalla Commissione Affari costituzionali del Parlamento Europeo risponde a queste domande e va ben oltre. Interviene anzitutto sul processo decisionale, attribuendo al Parlamento Europeo la codecisione in quasi tutti i campi, riconoscendogli il potere di iniziativa legislativa e quello fiscale. Il Consiglio, con pochissime eccezioni, dovrà decidere a maggioranza qualificata (maggioranza della popolazione e maggioranza degli Stati).

Le competenze dell’Unione diventano esclusive sui trattati internazionali per il clima e l’ambiente, e concorrenti per materie essenziali come il sociale, la salute, l’industria, oltre che per politica estera e difesa. Modifiche importanti riguardano anche l’elezione del Presidente della Commissione e le procedure per agire contro gli Stati membri che violino le regole dello Stato di diritto. Adesso la battaglia per l’approvazione di questo testo fondamentale si sposta in aula: se ce la faremo, avremo bisogno dell’appoggio dell’opinione pubblica europea per convincere i capi di Stato e di Governo ad avviare la Convenzione all’inizio della prossima legislatura. Certo il momento internazionale è difficile e pieno di ombre ma è sempre stato nei momenti più bui che l’Europa ha trovato il coraggio di cambiare e, anche, di allargarsi. Il momento è questo e potremmo chiederci: “Se non ora, quando?”



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