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Mai dimenticare il 7 ottobre per percorrere la strada della pace verso la salvezza di Gaza

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Nel 732° giorno di guerra per Israele, una guerra che l'esercito combatte contro un nemico nascosto e una popolazione inerme che continua a morire, si ricorda il 7 ottobre, la barbarie compiuta da Hamas due anni fa su altrettante persone indifese. E, sempre in questo giorno, la comunità internazionale si ritrova a discutere sul piano di pace del presidente americano Donald Trump che ieri ha riaffermato la sua convinzione che sugli ostaggi "Hamas ha accettato cose importanti, buone possibilità per un accordo". Una convinzione che ha portato i famigliari degli ostaggi a confidare nella Casa Bianca, l'unica forza a poter esercitare una reale pressione sulle parti, che si confrontano in Egitto.

Il 7 ottobre, lungo le aree e i kibbutz che confinano sulla Striscia di Gaza, l'assalto dei miliziani palestinesi provocò 1.139 vittime ed oltre 200 ostaggi. Guai a dimenticare quel giorno, festa religiosa del Kippur. Rappresentò uno shock per Israele, attonito e incredulo nello scoprire che i suoi servizi segreti, ritenuti universalmente tra i più efficienti del mondo, fossero stati aggirati da Hamas o che avessero sottovalutato gli "strani movimenti" al confine dei giorni precedenti.

Il contraccolpo nell'opinione pubblica fu più evidente. Altrettanto evidente fu la vendetta, ancora in corso, che avrebbe trasfigurato la società israeliana, pronta nella sua maggioranza a reclamare sempre più sangue e distruzione con i bombardamenti su Gaza. Quella società è guidata da un leader, Benjamin Netanyahu, personaggio corrotto, secondo la magistratura di Tel Aviv, che fino ad oggi non si è mai scusato con il suo popolo, primo in questo, paradossalmente, ad avere minimizzato il 7 ottobre. Né ha dato le dimissioni Netanyahu, a differenza dei capi militari, pur di cavalcare quel massacro come pretesto per mantenersi al potere, alimentando la spirale della vendetta infrenabile e provocando una ulteriore tragedia, al di là dei termini usati, che ha isolato Israele nel mondo.

Una tregua, preludio alla pace, non ha soltanto valore per chiudere il vergognoso conto di più di 67 mila palestinesi uccisi e il ferimento di circa 170mila, oltre a migliaia sepolte sotto le macerie, che ha trasformato la Striscia di Gaza in un inferno e gridare al genocidio, contestato, e alla pulizia etnica, incontestabile. Equivale a ridare ossigeno a menti intossicate dall'odio e travolte dalla stessa indifferenza, dall'una e dall'altra parte, pronunciata dall'Occidente. E il laissez faire omicida concesso al governo Netanyahu, alimentato da continui sostegni acritici, al netto della violenza militare e civile perpetrata anche nei territori della Cisgiordania, non si è rivelato la migliore strategia per sottrarre la stessa società israeliana dal rifiuto di conoscere la verità devastante su Gaza e di confutare l'equazione palestinese eguale a Hamas.

Il processo di pace è un punto di partenza. Lo è con le sue numerose contraddizioni e con evidenti zone d'ombre di interessi pelosi che vanno a rimorchio di parole altisonanti. Ma è l'unico strumento, altri non ne conosciamo, che può interrompere la catena di morti innocenti e distruzioni, e che può, è un auspicio, restituire al centro della mediazione anche il ruolo dell'Onu. Nello stesso tempo, è il mezzo più idoneo per tagliare le unghie alla iena politica Netanyahu e ai suoi complici del radicalismo religioso (ed è anche nell'interesse di Trump e dovrebbe esserlo dell'intero Occidente) per facilitare il rinnovamento politico di Israele e avviare una nuova stagione di relazioni con l'Autorità palestinese, sottraendo Gaza alla nefasta influenza di Hamas.

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