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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. "Bolzano: qui si parla soltanto tedesco..."


di Antonio Balestra*

E’ di questi giorni la notizia della Preside di una scuola di Bolzano che ha inviato ai genitori una circolare nella quale specificava che durante i colloqui con i docenti si sarebbe parlato esclusivamente in lingua tedesca. Immediate le reazioni, alcune anche sdegnate, sui mezzi di informazione, quasi un ritorno di fiamma di acceso patriottismo. Ma è doveroso fare alcune precisazioni. La scuola in questione è in lingua tedesca. La Provincia autonoma di Bolzano ha un sistema scolastico autonomo da quello nazionale. Anche per poter insegnare nelle scuole italiane è necessario dimostrare una conoscenza certificata della lingua tedesca. Doveroso premessa per affermare che la Preside non si è avventurata in un atto illegittimo, ma si è mossa in linea con quella che è la caratteristica di una Regione e con il suo modello che in qualche maniera potremmo vedere replicato in altre regione dopo l’approvazione dell’autonomia differenziata. E’ su questo che soffermerei la mia breve riflessione.

Ho vissuto i miei primi due anni di insegnamento, all’inizio degli anni Novanta, nelle scuole della Provincia di Trento che è decisamente più italofona rispetto a quella di Bolzano. Erano gli anni in cui si costruiva il passaggio all’autonomia provinciale della scuola trentina ed erano in corso dibattiti divisivi fra docenti e personale sul nuovo modello organizzativo.

Chi lavora nel mondo della scuola sa, ad esempio, che il reclutamento, così come altre procedure di carattere amministrativo e concorsuali, nelle Province autonome di Trento e di Bolzano e nella Regione della Valle d’Aosta sono del tutto indipendenti da quelle nazionali. E nel fare un passo indietro abbiamo necessità di comprendere come la realtà dell’Alto Adige sia del tutto particolare anche rispetto a quella di altre autonome presenti in Italia. Ricordo, per esempio, i racconti della nonna di un mio caro amico meranese che evocava immagini di donne nascoste negli scantinati durante il periodo fascista per parlare fra loro in lingua tedesca, lingua assolutamente vietata durante il regime. Ed è nota la politica di italianizzazione dei nomi delle città, della toponomastica, dei cognomi, in Alto Adige, come in Friuli e nella Venezia Giulia, imposta dalla dittatura mussoliniana.

Archiviata da tempo la fase separatista che a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta che si era immersa nel plumbeo clima del terrorismo in cui prevaleva l'uso abbondante di tritolo con attentati a caserme di Carabinieri e a monumenti a memoria della Grande Guerra, la situazione in Alto Adige si è normalizzata. Ma se passeggiando per qualsiasi valle della nostra vicina Valle d’Aosta è un'anomalia incontrare qualcuno che si rivolga a noi in francese, non è irrituale che in un ristorante altoatesino si privilegi prima il menù in tedesco, successivamente con garbo e gentilezza quello un italiano. Un chiaro messaggio verso chi si considera ospite gradito, ma con una connotazione “straniera”. L’episodio va quindi inquadrato in questo contesto storico unico in Italia.

C’è in ogni caso un’idea di cultura che basandosi sulla salvaguardia delle tradizioni tende ad escludere piuttosto che ad includere. La preside ha ribadito che nella scuole tedesche si debba parlare “solo” il tedesco mentre, ricordiamo che nelle scuole italiane si può parlare “anche” il tedesco. Ebbene la discriminante fra l’inclusione e l’esclusione è profondamente correlata all’utilizzo di questi due termini.

Il Sovrintendente scolastico di Bolzano - badate bene, diversamente dal Provveditore delle altre Provincie di nomina Ministeriale è individuato dalla Giunta provinciale di Bolzano, quindi risponde alle scelte politiche locali - che aveva richiamato la preside per avere nel recente passato rifiutato l’iscrizione di un allievo proveniente da una scuola “italiana”, non ha ritenuto di intervenire perché ha valutato correttamente la circolare legittima.

Negli anni del mio insegnamento in Trentino campeggiavano i manifesti della Lega dura e pura. Uno in particolare mi aveva colpito oltre a quelli che richiedevano con forza un reclutamento di docenti del nord “perché nelle nostre scuole si parli la nostra lingua e si respiri la nostra aria”: era un manifesto che gridava con forza che lo strudel non si può fare con le banane. Era l’esaltazione del “solo” contro l’”anche”. Poco importa che con il tempo questa variante così trasgressiva sia stata sdoganata, che lo strudel sia una variante del dolce turco baklava, che uno degli ingredienti principali, la cannella, non sia propriamente coltivata sulle sponde dell’Adige. Ma questo manifesto, come la circolare della preside, come la spinta forzata verso un sovranismo identitario, poggiano fortemente le basi sull’idea che la storia non sia il frutto di contaminazioni dinamiche, ma che staticamente debba essere conservata come qualcosa di immutabile. E’ una visione che assimila l’identità come elemento di salvaguardia dei propri privilegi in una concezione miope della storia e della cultura del proprio luogo che è fatto di stratificazioni, contaminazioni ed esaltazione delle differenze.

Allora, è opportuno domandarci quante Bolzano creerà la nascente autonomia differenziata. Quanti saranno i nuovi sovrintendenti che risponderanno alle logiche e alle spinte localistiche dei politici di turno e condizioneranno in maniera significativa la vita delle scuole?

Nel non lontano 2009 la Lega aveva proposto il test di cultura regionale per selezionare i docenti provenienti da fuori regione. In un prossimo futuro non è difficile ipotizzare il test sulla ricetta di un piatto tipico della cucina mitteleuropea come i canederli per l’accesso alle scuole trentine o la “prova della cadrega” per i collaboratori scolastici provenienti dal sud. E di questo passo, non vorremmo ritrovarci in un giorno non molto lontano in una cantina, come nel racconto della nonna del mio amico meranese, a interrogarci se nella battaglia degli avverbi a prevalere sarà il solo sull'anche.


*Dirigente scolastico Liceo artistico statale "Renato Cottini" di Torino

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